30 novembre 2012

52 Words of Art
13. Childhood

sottofondo: John Williams - Remembering Childhood

Come con il post di venerdì scorso, voglio proporvi il lavoro presentato per il progetto 52 Words of Arts. Parola della settimana è Childhood.



L'infanzia è semplicità,
è futuro,
preziosa come una fontana in un torrido pomeriggio di piena estate.



Tutte le info riguardanti il progetto, se non ne foste ancora a conoscenza, potete trovarle sulla pagina Facebook dedicata.
Altri miei scatti, invece, potete trovarli sul mio album Flickr.
A presto!


E.

29 novembre 2012

Gemelle identiche
Diane Arbus e Stanley Kubrick


Belle le cose che si scoprono studiando Storia della Fotografia. Senza dubbio questi sono quegli aspetti dello studio, soprattutto umanistico, che riescono a farti andare avanti di pagina in pagina, interessandoti e facendoti apprezzare anche il più noioso dei libri.

La fotografia che voglio presentarvi è Gemelle identiche, scattata nel 1966. È forse una delle più famose di Diane Arbus, fotografa newyorchese e facente parte di una schiera di fotografi dediti al miscuglio tra oggettività ritrattistica e reportage giornalistico. Un'unione di stili che registra le persone e gli eventi passando dal grottesco al drammatico al patetico, fornendo uno spaccato del lato oscuro dell'esperienza umana. Tuttavia un ritratto più specifico, seppur stilizzato, del lavoro di Diane possiamo averlo dal libro che sto studiando:
«Diane Arbus sceglie i suoi soggetti, ma li sceglie soprattutto all'interno di un particolare tipo umano, quello che per caratteristiche fisiche o sociali non rientra nel concetto comunemente accettato di "normalità"».1
Comunque non sono qui per parlarvi della Arbus, anche se un piccolo specchietto era doveroso.
Quella che voglio mostrarvi è un fotogramma tratto dal film Shining diretto dal Maestro Stanley Kubrick; forse una delle pellicole cinematografiche in cui il tema del doppio è presente in maniera fortissima.
Che dire: un altro esempio di come, tutte le forme d'arte, siano effettivamente legate tra loro.


A presto!


E.

1. Walter Guadagnini, Fotografia, Zanichelli editore S.p.A., Milano, 2011, p. 106

26 novembre 2012

Born into this
(Nato per essere Bukowski)

Quante volte ho parlato - o solo citato - di Charles Bukowski su questo blog? Un bel po' di volte da quello che mi ricordo.
Bene, oggi voglio proporvi un interessantissimo documentario dedicato a questo superbo poeta e scrittore americano. Ne consiglio una visione attenta, perché riesce a rendere un pochino più comprensibile il personaggio che è stato il buon vecchio zio Charles; anche se, come capita per molti personaggi del genere, non sarà mai possibile venirne a capo completamente.




Buona visione!


E.

23 novembre 2012

52 Words of Art
12. Decadence

sottofondo: Extreme - Decadence Dance

Questa settimana sono finalmente riuscito a partecipare a 52 Words of Art. Quella che segue è la mia idea per la parola "Decadence".



Climbing to the top, never gonna stop 
It's the same old song and one two three and dec-a-dance

Dance, dance 
Dance, dance 
Dancing to the dacadence dance, dance 
Everybody decadancing 
Dancing to the decadence 
Dancing to the decadence dance
(Extreme, Decadence Dance)



Tutte le info riguardanti il progetto, se non ne foste ancora a conoscenza, potete trovarle sulla pagina Facebook dedicata.
Altri miei scatti, invece, potete trovarli sul mio album Flickr.
A presto!


E.

22 novembre 2012

Untitled’s Fragments pt.3

thesparrowsareflyingagain
Vi è mai capitato di entrare nella testa di un libraio che si trova davanti a un certo tipo di cliente? Io ci sto provando, e ve ne voglio regalare una brevissima e, non corretta, prima versione.
«Dai, ancora uno e poi anche per oggi si chiude, pensò il librario.
-E lei cosa compra?- chiese, rivolgendosi con un sorriso alla ragazza che aveva davanti. Il classico tipo tutto cellulare, trucchi e amiche galline che girano per la città in cerca di qualche straccetto da indossare e da pagare oro. Una ragazza del genere sarebbe potuta entrare in libreria solo per compare un particolare libro.
Dimmi che non si tratta di QUEL libro!
La ragazza, masticando la gomma rumorosamente, alzò lo sguardo dallo schermo dello smartphone e gli porse il volume che teneva in mano. Era proprio quel libro.
Eccolo lì, ci avrei giurato, pensò il libraio. Dopotutto, a chi altri può venire in mente di leggere 'sta merda se non a tipi del genere?
-Proprio sicura di voler comprare 'sta m...- esplose lui, pronunciando le parole una dietro l'altra, interrompendosi prima di far esplodere l’apocalisse. 
-Come dice?- lo fulminò lei, alzando gli occhi dal telefono. Un'espressione sbigottita su quel viso tutto trucco e stucco. Non certo la prima persona alla quale chiedereste di risolvere un'equazione di primo grado (figuriamoci di secondo).
Lui si ritrasse per un istante.
-Ehm...- si corresse, -compra solo questo?-
-Seee- ciancicò lei, tornando al suo amato telefono, tenendolo ben stretto come fosse il pilastro fondamentale della sua insignificante vita.
Il libraio batté il prezzo, incassò il dovuto e consegnò quell'assoluto capolavoro della letteratura narrativa moderna nelle mani della ragazza.
Ma che capolavoro e capolavoro, pensò. Solo n'ammasso di stronzate.
Lei si girò, tenendo sempre lo sguardo fisso sul telefono, e fece per andarsene, quando a tratto si fermò.
-E a me non me li fai i complimenti per il mio acquisto?-
Dio cristo... altre che a leggere. ‘Sta tizia avrebbe bisogno di un buon corso di grammatica.
-Complimenti per l'acquisto, signorina.-
-Mmmm- rispose lei, sorridendo compiaciuta. -Così va meglio.-
Ma chi cazzo ti credi di essere...
-Ah sì-, continuò lei. -Quando arriveranno gli altri due?-
Lui fece un sospiro, cercando le parole per sbatterle in faccia la verità senza essere troppo sgarbato. Duro lavoro quello del libraio.
-Ehm, signorina. Gli altri due volumi sono in esposizione proprio accanto a quello che ha appena acquistato.-
Lei lo fissò con sguardo assente. Gli occhi sperduti chissà dove, passando continuamente da una delle loro cinquanta sfumature di banalità all'altra. La bocca aperta pronta per ospitare qualche specie di vita in forma d'estinzione. E la gomma era sempre lì in bella vista.
-Ahn?-
Ma che lo fai apposta?
-Le ho solo detto che gli altri due libri sono proprio accanto al primo.-
Idiota. Idiota e cieca.
-Ah,- rispose lei, -pensavo che fossero tutti uguali.-
Il libraio stava perdendo la pazienza. Possibile che in mezzo a tanti clienti proprio quello sgorbio dovesse essere l'ultimo della giornata? Possibile che gli capitasse di rado qualche buon anima con cui farsi una bella chiacchierata andando oltre l'orario di chiusura? A quel punto sarebbe stato molto meglio servire una vecchia in cerca di sfrenate passioni da libri Harmony. Però non poteva risponderle in malo modo, doveva controllarsi. Alla fine la clientela è sempre clientela. E i soldi che entrano in cassa servono per vivere.
-Sì, signorina. Capisco che ci si può confondere a volte.-
-Be',- disse lei. -Se questo mi piacerà, e mi piacerà per forza perché piace a tutte le mie girls, torno e mi piglio anche gli altri due.-
E certo che ti piacerà, brutta stupida. D'altronde le pecore devono seguire il loro dannato gregge.
Giurò che, se per un solo istante le leggi di tutti gli stati fossero state abolite, quella gomma gliel'avrebbe cacciata in gola fino a strangolarla.
-Be' ciao, eh?!-
-Arrivederci, e torni presto.-
Crepa

E.

Inutile dire che questo frammento non ha niente a che vedere con i primi due post (link 1, link 2) a riguardo.

13 novembre 2012

Avverbi.
Qualche utile consiglio.


Ed eccomi nuovamente con voi, per un nuovo ed estremamente interessante, nonché umilmente umile, articolo che ha come argomento l'imminente e sinceramente obbrobrioso decadimento della lingua italiana. Precedentemente, con un altro post, ho trattato del caso...
Ok. Basta. Non vi nascondo la fatica che ho fatto a scrivere queste poche righe.

Come avrete certo capito dal titolo e dall'inutilmente (eh! eh!) pomposo paragrafo di apertura, oggi si parla di avverbi e del loro corretto utilizzo.
Prima di cominciare, quanti di voi li usano in maniera eccessiva? Nessuno? Non ci credo, anche solo per il semplice fatto che quando me l'hanno fatto notare, ero convinto di non usarli più di tanto. E mi sbagliavo. Eccome se mi sbagliavo.
Cominciamo subito dicendo cos'è un avverbio. Chiediamo pure aiuto a Wikipedia (non c'è nulla di male) se non ce lo ricordiamo:
«L'avverbio (dal latino ad verbum, "vicino al verbo", calco del greco επίρρημα) è una parte del discorso invariabile con funzione di "modificatore semantico". Viene usato per modificare o determinare il significato di altre categorie grammaticali (tipicamente gli aggettivi ma anche altri avverbi) o persino un'intera frase. Per la grammatica tradizionale (come attesta l'etimologia), l'avverbio era il modificatore del verbo».
Fin qui tutto bene. Anzi, leggiamo tra le righe che, per una buona scrittura in grado di descrivere la scena alla perfezione, l'avverbio è fondamentale. Dona specificità e significato, riesce persino a spiazzare il lettore, ed è un grandissimo aiuto che la lingua offre sia allo scrittore (se la batte bene con l'aggettivo) che al lettore.
In una particella così utile e bella dove può stare l'inghippo? Presto detto.
Il morbo che si sta diffondendo sempre di più nella lingua italiana, un vero e proprio cancro linguistico, è rappresentato da una specifica tipologia di avverbi: quelli che terminano in -mente.
Fateci caso per un momento: ovunque giriamo, qualsiasi cosa leggiamo, ascoltiamo, vediamo in tv, questa malattia è diventata la regola. Siamo sommersi da una valanga di idealmente, certamente, assolutamente, evidentemente, probabilmente, necessariamente, ugualmente, concettualmente, ecc. Per non parlare poi delle invenzioni linguistiche e non, alcune davvero patetiche e brutte (se vogliamo dirla tutta) e che sono finite anche loro per entrare nel gergo comune: neuronalmente, domenicalmente, avvicendevolmente, lentissimamente, settimanalmente, superbamente, settimanalmente, raffinatamente ecc.
Fissate bene questi e altri bersagli. Sono il vostro nemico.

Inutile dirlo, la solita mandria di fanfaroni, convinta del fatto che usare molti avverbi in -mente doni una sorta di immortale solennità ai concetti che devono esprimere (per la maggior parte un'accozzaglia di scempiaggini), continuano per la loro strada. Un esempio lampante è uno dei miei professori universitari (e sottolineo, universitari). Il bellimbusto, non contento di farci riempire pagine e pagine di appunti con i suoi avverbi, un giorno se ne venne fuori con un bel «per entrare fermamente e contestualizzare correttamente il concetto, dobbiamo farci idealmente un'idea di come...». Basta, mi fermo qui.

Come ho scritto sopra, non nego di essere stato - e di esserlo tuttora - un peccatore. Purtroppo, scrivendo di getto gli avverbi scappano bene e volentieri, e in fase di revisione possono sfuggire con facilità, rendendo così il nostro testo fin troppo ridondante e inutilmente (visto?!) lungo. Poi, non dico certo che l'avverbio in -mente sia il male assoluto, anzi. Usatelo pure quando non riuscite a trovare di meglio, però senza esagerare. Come avete potuto leggere, ho usato solo due avverbi in -mente per scrivere questo post, eppure sono un sacco di parole.
Come fare allora per evitare di incappare in vagonate di mente, mente e mente? Semplice: fare esercizio. Quando scrivete una frase cercate di essere più specifici possibile cercando delle scorciatoie, altri modi di dire, altre parole. Dopo un po' vi verrà automatico. Parola del sottoscritto.
Se non vi bastano le mie parole, vi affido a quelle di Beppe Severgnini:
«Possibilmente evitare gli avverbi in -mente. Derivano dall'ablativo singolare del sostantivo latino mens, mentis - quindi: con la mente, con l'intenzione - e sono inflazionati. Quasi sempre hanno dei sostituti, più corti e altrettanto efficaci: utilizziamoli. Qualche esempio: conseguentemente = quindi; estremamente = molto; indubbiamente = senza dubbio; lateralmente = di fianco; precedentemente = prima. Eccetera»1.
A presto e buon lavoro!


E.

1. Beppe Severgnini, L'italiano, lezioni semiserie, RCS Libri S.p.A., Milano, 2007, p. 24

Altri post riguardanti la lingua italiana sono: Assolutamente sì? Assolutamente no! e D eufonica. Qualche utile consiglio.

9 novembre 2012

Passi di libri, passi di vita
Jack Kerouac, I sotterranei


Pensare che è passato più di un anno da quando ho scritto l'ultimo post di questa rubrica mi fa stare molto male. Come se avessi smesso di leggere, come se non avessi avuto più tempo per adorare e adottare nuovi libri.
Per fortuna non è stato così.
È anche vero che non sono uno di quelli che si vantano di leggere centinaia e centinaia di libri all'anno (e davvero non so come facciano), ma nel mio piccolo faccio il possibile.

Bene, passiamo al libro di oggi.
Jack Kerouac, considerato come uno tra i più influenti scrittori americani, nonché padre della beat generation, è molto famoso per il suo stile insolito, che lui chiama Prosa Moderna o Spontanea. Questo tipo di scrittura, secondo le sue parole, è composto da «ondate spontanee e prive di revisioni, rapide, mozzafiato, come il jazz».
E sono proprio ondate ininterrotte di parole a dar vita a I sotterranei. Paragrafi lunghi anche pagine e pagine senza la presenza di un punto, virgole a quantità, quasi un flusso ininterrotto di pensieri che si intersecano tra loro per dar vita alla narrazione vera e propria della storia.
Se devo ammetterlo, la lettura de I sotterranei non è stata facilissima. Prima di tutto non avevo mai letto niente di Kerouac. Secondo, non ero molto abituato al tipo di prosa usato dall'autore. Non c'è che da abituarsi a questo tipo di scrittura e vedrete che, superata anche pagina 20 o 30 (prendetevela pure comoda per acclimatarvi a dovere) la lettura scorrerà liscia come l'olio.
E passiamo subito a un estratto (in questo caso l'incipit):
«Una volta ero giovane e avevo le idee molto più chiare e sapevo parlare di tutto con intelligenza nervosa e con lucidità e senza il bisogno di tanti preamboli letterari come questo; in altre parole questa è la storia di un uomo insicuro di sé, al tempo stesso di un egomaniaco, naturalmente, non sto scherzando affatto - tanto per cominciare dal principio e lasciare che la verità venga a galla, ecco quello che farò -. Cominciò una calda sera d'estate  - ah, lei era seduta su un parafango con Julien Alexander che è... fatemi cominciare dalla storia dei sotterranei di San Francisco...»1
 Che dire, mi auguro solo che questo umile post vi abbia un po' incuriosito. Ovviamente, dopo la lettura di questo libro, ho già Sulla strada che mi aspetta (tra qualche libro lo leggerò).
Buona lettura!


E.


1. Jack Kerouac, I sotterranei, Mondadori, Milano, 2012, pp. 3

8 novembre 2012

Budapest sto arrivando!


Tre giorni in cui camminerò tra le strade dei miei ricordi, riscoprendo il passato e tre anni meravigliosi di vita.
Tre giorni in cui le mie immagini residue di bambino rivedranno meraviglie vissute nel passato.
Tre giorni in cui bisogna vedere più che si può.
Tre giorni in cui il palato riscoprirà sapori mai dimenticati.
Tre giorni in cui la stanchezza non troverà posto dentro di me.
Tre giorni in cui mente e corpo saranno concentrati nel ricordare.
Tre giorni in cui gli occhi si sazieranno vedute mai perdute.

Tre giorni in cui saranno concentrati tre anni di ricordi, diciassette anni di nostalgia.

-10.


E.

5 novembre 2012

Un sabato sera insieme ai Folkstone


Un sabato sera in quel di Villafranca.
Un sabato sera passato con gli amici.
Un sabato sera passato in mezzo a duemila persone.
Un sabato sera in compagnia dei Folkstone e della loro musica.
Un sabato sera, come possono esserlo tanti altri, ma solo per loro.
Due ore e mezzo di concerto e un'altra mezz'ora passata affianco a loro e alle loro cornamuse.


Lascio a tutti i benpensanti la mia integrità
Sociale morale psichica
Tutta la vostra politica
Critici di vario strato bigotti di ogni età
Non mi lascio intrappolare dalla vostra stupidità

Pago il pedaggio ai confini dell’oltraggio


Un sabato sera, sì, ma non ci sono parole per descriverlo a dovere.
E noi, anime dannate, possiamo gridarvi in piena faccia che non ci piegheremo alla vostra stupidità.


Solo..
Controvento in un oceano
è vetro il mio pensier
S' infrange contro…
Solo..
Anime dannate cantano
voci ammaliano
ombre intorno a noi


E.