29 ottobre 2012

Halloween
Una festa più italiana di quanto sembri


Sono anni e anni che, nei giorni che vanno tra l’ultima settimana di ottobre e la prima di novembre, il nostro paese viene investito da polemiche, comizi e dibattiti riguardanti l’appartenenza o meno della festa di Halloween alla nostra tradizione.
In televisione, in radio e nell’editoria assistiamo a un sempre maggiore coinvolgimento da parte di “esperti”, nella maggior parte dei casi una massa di ciarlatani demonofobici e falsi moralisti, che si scannano su dettagli infimi derivanti dal poco studio delle parecchie fonti disponibili a livello nazionale. Fonti che testimoniano in Italia la presenza di tale festa anche quando la festività di stampo americano, se così si può chiamare, ci era sconosciuta.
Se Halloween fosse solo una festa straniera e la sua importazione fosse dovuta solo a suggestioni cinematografiche, allora perché il quarto giovedì di novembre non ci inventiamo di festeggiare il Giorno del ringraziamento mangiando il famoso tacchino? Forse perché quest’ultima sembra non attrarre a dovere i giovani e meno giovani (anche se negli USA il culto del tacchino è sentito benissimo da tutti). Detto questo, sono convinto che ci sia una spiegazione più profonda al fatto che Halloween ha avuto così tanto successo nel nostro paese. Ma andiamo con ordine.

Le origini di Halloween sono da imputare all’epoca pre-romanica. Il periodo in cui si festeggiava tale evento (portante il nome di Samhain o Sauin) era considerato come una sorta di capodanno, un passaggio dalla stagione della luce, in cui le bestie venivano portate ai pascoli e si coltivavano i campi, alla stagione buia e fredda.
Gli antichi credevano che in questo periodo dell’anno il passaggio da una stagione all’altra rappresentasse anche una spaccatura spazio-temporale in cui il mondo dei vivi e dei morti entravano in contatto. In questo modo, si pensava che le anime dei defunti dessero vita a vere e proprie processioni per i villaggi, visitando le case dei loro discendenti. A questo proposito c’è anche da dire è sempre esistita una differenziazione in defunti considerati “buoni” e defunti “cattivi”. I primi sono spiriti amorevoli, in grado di proteggere i loro cari e di portare felicità nelle case che visitano. I secondi, invece, sono adirati e vendicativi, spiriti pronti a minacciare ritorsioni se le loro richieste di sostentamento non verranno accolte dai vivi (ricorda qualcosa?). Queste differenze diedero vita a riti di accoglienza e a vere e proprie misure difensive e scaramantiche.
Fin dal periodo pre-romanico era d’uso mascherarsi con pelli d’animali, fare dei grandi falò propiziatori e, per quanto riguarda i bambini e i poveri, fare delle lunghe questue in nome dei morti a scopo protettivo e scaramantico; a volte minacciando la venuta di qualche disgrazia se la richiesta fosse stata respinta.
Quando i Romani entrarono in contatto con le civiltà celtiche, identificarono Samhain con la loro Lemuria (o Lemuraria), l'insieme di feste che venivano celebrate tra il 9, l'11 e il 13 maggio (calendario corrente) per esorcizzare gli spiriti dei morti. I conquistatori, visto il sentimento che suscitava la ricorrenza celtica, decisero di lasciarla intatta.
Con l’avvento della Chiesa romana assistiamo, il 13 maggio del 610 d.C., all’istituzione della festività di Ognissanti da parte di papa Bonifacio IV. Il giorno venne dedicato al Pantheon, alla Vergine Maria e a tutti i santi. Si può supporre che la scelta della data derivi dalla Lemuria, nel suo giorno di massimo splendore.
La Chiesa tentò invano di cancellare le celebrazioni manistiche che non richiedevano, e non volevano, un suo intervento in campo (come Samhain), quindi decise, nell’VIII secolo d.C. di spostare la ricorrenza di Ognissanti al 1° novembre; questo avvenne prima solo a Roma. Entro il 1475, con papa Sisto IV, tutta la Chiesa d’Occidente si adeguò alla festività autunnale di Ognissanti, integrandosi così con i culti pre-cristiani dopo aver tentato inutilmente di cancellarli.

Quello che molti ciarlatani non tengono presente, è che il nome stesso della ricorrenza moderna deriva proprio dalla festività di Ognissanti. Infatti, il nome Halloween, deriva dalla contrazione dell’inglese All Hallows even’, letteralmente “sera di Ognissanti”. Per come la conosciamo oggi, anche grazie ai film di matrice americana, la festività deriva dall’importazione in territorio statunitense di usanze riscontrabili in Irlanda e in Scozia grazie alla forte migrazione di tali popoli avvenuta nel XIX secolo.
Non facciamo l’errore di pensare che tali usanze divenute americane non trovino un riscontro con la nostra tradizione.
Nel nostro territorio assistiamo, fino a pochi decenni fa (precisamente fino al secondo dopoguerra), alla presenza di tradizioni e culti rivolti ai morti che hanno tutta l’aria di condividere l’origine con il moderno “dolcetto o scherzetto”.
A quanto pare, nemmeno l'utilizzo della zucca è prerogativa esclusivamente americana. A Raiano, in provincia di l’Aquila, nel 2003 Damiano Venanzio Fucinese scrive che «un tempo, fino a una cinquantina d’anni fa, i ragazzi preparavano la checòcce, le zucche. Vuotavano delle grandi zucche e ci praticavano dei fori che riproducevano il naso, gli occhi e la bocca; un grosso buco alla base consentiva di introdurvi una candela accesa». Ancora, Lombradi Satriani e Meligrana, scrivono che a Nicotera, in provincia di Vibo Valentia, «fino a qualche anno fa, nel giorno dei morti i bambini andavano per le case, portando una zucca svuotata e lavorata a mo' di teschio, nel cui interno era accesa una candela. Con questa maschera mortuaria chiedevano: 'ndi dati i beneditti morti? ricevendone in cambio cibi e più raramente soldi». Testimonianze riguardanti zucche intagliate non mancano nemmeno in Sardegna e in qualche zona del Friuli.
In tutto il territorio italiano troviamo testimonianze di grandi cene in onore dei morti, di gruppi di bambini che bussavano alle case per ricevere qualcosa da mangiare, di travestimenti terrificanti e di giochi la cui funzione era la protezione dagli spiriti maligni. In Friuli, in Veneto e in Piemonte sono forti le testimonianze di bambini e poveri che bussavano di casa in casa chiedendo qualcosa da mangiare. Molte volte i bambini minacciavano anche uno scherzo o un dispetto, oppure la venuta di uno spirito maligno, se la loro richiesta non fosse stata accolta dai padroni di casa.
Non mancano i riti di accoglienza dei morti nelle proprie case. Per quanto riguarda la Liguria, Giardelli scrisse che la mattina di Ognissanti «bisogna preparare ben pulite e riordinate le camere e alzarsi presto per lasciare il letto ai morti, stanchi del viaggio. Si avrà inoltre l’avvertenza di porre del cibo sulla tavola, perché possano rifocillarsi». Questa usanza si trova in tutta Italia e riguarda le anime benigne di cui ho parlato sopra. Per farsi un'idea più precisa riguardo alle tradizioni italiane, comunque, consiglio la lettura del libro Halloween, nella notte che i morti ritornano, di Baldini e Bellosi.

Nonostante tutte le prove riguardanti le usanze in comune con Halloween in territorio italiano, i ciarlatani continuano ancora nella loro strenua battaglia contro tale festa, definendola solo un fenomeno commerciale e demoniaco derivato dall’influenza della cultura statunitense. Non hanno tutti i torti per quanto riguarda la commercializzazione che tale festa ha subito, però sembra che il boom di Halloween sia dovuto proprio a un sentimento derivato dalle nostre tradizioni, tornato finalmente alla ribalta e che sembra non voler andarsene.
Le zucche, i costumi e il “dolcetto o scherzetto” sono solo un fenomeno commerciale? Andatelo a dire a coloro che festeggiavano in tal modo prima che tali usanze venissero etichettate come futili riti atti solo al divertimento dei piccoli.
Da quello che sembra, questo improvviso boom è dovuto non tanto a un influenza statunitense o demoniaca sui i nostri stili di vita, ma di una riscoperta delle nostre vere tradizioni.
Per quanto riguarda la Chiesa, sempre in prima linea contro Halloween, vorrei dire solo una cosa: questa festa porta con sé una vena spirituale pari a poche altre, e anche se i suoi simboli sono di discendenza pagana, non dobbiamo dimenticare che anche il Natale e la Pasqua (per citare le maggiori) adottano simboli e figure derivanti dalla tradizione pre-cristiana. Senza contare il fatto che la stessa Vergine con Bambino è un simbolo che ci deriva dalla cultura egizia.
Perché dunque questa battaglia spirituale portata avanti con tanta presunzione (atteggiamento tipico dell'ambiente ecclesiastico)? Forse per ignoranza. E sappiamo anche che tale caratteristica, se usata nel modo giusto, ha sempre avuto il suo tornaconto; e questo la Chiesa lo sa bene.


Detto questo, buon Halloween a tutti!


E.

27 ottobre 2012

Post-it utili


Qualche piccolo incoraggiamento non fa mai male. Soprattutto se tali incoraggiamenti riescono davvero a spronarti.
Nient'altro da aggiungere per oggi.


E.

24 ottobre 2012

Casa ideale


Datemi una casa del genere, una macchina da scrivere e una buona scorta di carta, tè alla vaniglia, whiskey/bourbon e Guinness.
Se riuscirò mai a ottenere tutto questo, potrò dirmi veramente felice.

«Era una casa grande, ma era una residenza estiva, e Tashmore Glen era una cittadina estiva. C'erano una ventina di villette sulla strada che costeggiava la baia settentrionale del lago e in luglio o agosto sarebbero state quasi tutte abitate... ma non era né luglio né agosto. Era la fine di ottobre. Un colpo d'arma da fuoco si sarebbe probabilmente disperso nell'aria senza che nessuno lo udisse. E, nel caso qualcuno lo avesse sentito, avrebbe semplicemente concluso che avevano tirato a una quaglia o a un fagiano: era stagione di caccia.»1
«Essere chiusi in casa con un bel caminetto acceso mentre fuori nevica è una delle cose migliori che la vita possa offrire.
Così almeno la pensava Dave, mentre buttava un altro ceppo sul fuoco. Il calore prodotto dalle fiamme gli scottava il viso, ma lui non se ne curò, rimanendo così ad ammirare il fuoco che aveva appena ravvivato. Uno spettacolo magnifico.
La prospettiva di sedersi alla propria scrivania per cominciare il suo nuovo libro era deliziosa, quasi paradisiaca e, come se non bastasse, vi erano tutte le condizioni ottimali per una buona scrittura: pace, caldo e neve. Mancava solo una buona sigaretta.»2


E.


1. Stephen King, Finestra Segreta, Giardino Segreto (in Quattro dopo Mezzanotte, volume I), Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, p. 283.
2. Emanuele Secco, Untitled (a.k.a. Barracuda), racconto incompleto, incipit.

21 ottobre 2012

GIUNTI a questo PUNTO...
gift card!

Ovvero, quando le gift card di qualsiasi libreria si dimostrano essere regali vincenti.



Ieri mattina ho finalmente trovato il tempo per spendere uno dei regali ricevuti per il mio compleanno (1 ottobre): una splendida, fantastica, absolutely cool gift card dal valore di 100 euro da spendere in qualsiasi libreria Giunti al Punto.
Le previsioni più ottimiste mi vedevano impegnato nell'intera mattinata cercando libri, criticando le loro disposizioni e facendo ammattire i commessi. Gli allibratori più spietati avevano assegnato quote altissime a un mio coinvolgimento di ventiquattr'ore in quella che si presupponeva essere un impresa disperata; avere 100 euro da spendere in libreria non fa mai bene.
Non è andata così, infatti in un'ora me la sono cavata alla grande. Esatto, ho fatto il bravo premunendomi nei giorni prima di una lista dei libri che avrei preso (che alla fine è stata rispettata solo per metà).

Bon, poche ciance. Ecco qui la lista degli eletti:
  • Jack Kerouac, I sotterranei;
  • Charles Bukowski, Post office;
  • Charles Bukowski, Donne;
  • John Fante, Chiedi alla polvere;
  • Chuck Palahniuk, Fight Club;
  • Murakami Haruki, Norwegian wood (Tokyo Blues); (consigliato dalla carissima Veronica)
  • Stefano Benni, Bar sport;
  • José Saramago, Caino;
  • Guy de Maupassant, Bel-Ami;
  • Dan Brown, Le verità del ghiaccio;
  • Alessandro Baricco, Tre volte all'alba.

E questi 11 nuovi amici vanno ad aggiungersi ad altri due libri regalatimi in occasione delle celebrazioni per il mio quarto di secolo:
  • Ken Follett, L'inverno del mondo; (ringraziando i suoceri)
  • Chuck Palahniuk, Dannazione; (abbracci e baci a Alice e Veronica)

Madonna!
Man mano che vedo 'sto paccone di libri sulla mia scrivania, penso solo a una cosa: l'ebook che sto leggendo sarà l'ultimo per un po'.
Si torna allegramente al cartaceo! Urrà!


E.


Mille baci, abbracci, grattatine, palpate e uccellate ai butei di Povegliano e a tutti i partecipanti alla festa (senza dimenticarsi di Luca, Barbara, Luca, Martina e Claudio). Vi voglio un mondo di bene :) 

18 ottobre 2012

Cherry la misericordiosa
(Strip Club: a love story)

Oggi è il turno del mio racconto, presentato sempre per il concorso, ormai annullato, Strip club: a love story.
Non mi resta che augurarvi buona lettura!

sottofondi consigliati: Chingon - Cherry's Dance of Death & Edith Piaf - Non Je Ne Regrette Rien


Cherry la misericordiosa
di
Emanuele Secco

-Proprio sicuro di non volerne approfittare?-
Silenzio. Solo il ronzio dei neon in sottofondo.
-Io proprio non vi capisco a voi uomini. Fate tanto i duri, vantandovi delle vostre imprese, ma appena vi si presenta l'occasione di avere un po' di fica facile vi tirate indietro.-
Ancora silenzio. Lui la guardò di sottecchi. Un accenno di sorriso gli deformò le labbra.
-Allora?- lo incalzò lei. -È un'ora che ce ne stiamo qui in silenzio. Vuoi dirmi qualcosa?-
Nessuna risposta. Quel silenzio la stava facendo innervosire. Non era così che era abituata a trattare con gli uomini. Era sempre molto semplice: loro la pagavano e lei ballava, poi se il cliente scuciva un bel po' di verdoni, e succedeva quasi sempre, si passava a qualcosa di più interessante. L'agente che aveva davanti, al contrario, sembrava essere fatto di ferro. Nessuno sguardo voglioso, nessuna occhiata furtiva alla sua abbondante scollatura. Niente di niente.
-Possibile che tu non veda niente di interessante da queste parti?- continuò lei, sfiorandosi il seno sinistro con una mano.
Lei si passò la lingua tra le labbra, cercando in tutte le maniere di sbloccare quel pezzo di carne frigida che aveva davanti. Avrebbe potuto prenderla lì se solo avesse voluto, su quel tavolo di acciaio. Ma niente, se ne stava seduto a fissarla, immobile.
Lui si schiarì la gola.
Era ora, pensò lei. Finalmente un segno di vita.
-Vuoi almeno dirmi perché mi avete portata qui in fretta e furia? Lo incalzò. -Se c'è una cosa che odio è proprio essere svegliata nel cuore della notte da un ciccione col distintivo che mi invita a seguirlo in centrale.-
Ancora nessuna risposta. E, come se non bastasse, ogni minuto che passava quella stanza dalle pareti bianche sembrava farsi sempre più piccola, stringendosi attorno a lei come quei trabocchetti che si vedono nei film d'avventura.
-Poi arrivo qui,- continuò lei, -e mi tocca stare davanti a un bel ragazzo come te per un'ora intera. E in silenzio pure!-
-Si calmi...- esordì lui, con una calma innaturale.
-Si calmi un bel paio di palle, agente- lo interruppe lei, alzandosi in piedi e sporgendosi sul tavolo.
-Detective...- precisò lui. Alzò lo sguardo e incrociò gli occhi di lei. Occhi neri, profondi come la notte più buia. Occhi da predatrice.
-Come?-
-Sono detective, non un semplice agente.-
-Ah, ok...-
-Vuole tornare a sedersi?- la invitò lui con un gesto della mano. -Prego...-
Lei si sedette. Eh, no, quello sbirro non era una preda facile, avrebbe dovuto lavorare sodo per riuscire a piegarlo. D'altra parte era questo il suo lavoro: far sì che gli uomini obbedissero a tutti i suoi desideri, illudendoli poi che quei desideri fossero i loro. Era una maestra nel suo lavoro, e quel fottuto sbirro se ne sarebbe accorto molto presto.
-Si è calmata ora?- le chiese lui.
-Sì, un po'.-
-Bene!- esclamò. -Ora, per tornare alle sue domande e alla sua grande voglia di dare fiato alle trombe, e non solo a quelle, posso solo dirle che non le ho fatto ancora alcuna domanda perché stiamo aspettando il suo avvocato.-
-Stiamo?- chiese lei.
-Sì, stiamo- le rispose. -Io e i signori di là- e indicò l'enorme specchio alla sua destra. Un comunissimo vetro oscurato, di quelli presenti in tutte le aule di interrogatorio del mondo.
Lei fece segno di capire, poi si girò per fare un sensuale gesto di saluto verso lo specchio. Lui sorrise.
-E se non le bastasse,- continuò, -ci stanno guardando anche dalla telecamera alle sue spalle. Quindi un suo tentativo di sedurmi non passerebbe inosservato, né andrebbe a suo favore per quanto riguarda le indagini.-
Era vero, c'era una telecamera dietro di lei. Chissà, magari qualche agente di primo pelo stava già facendo qualche fantasia su quelle curve mozzafiato.
-Ah!- esclamò lei.
-Esatto, quindi non si faccia venire strane idee. Qui non siamo nel suo club.-
-Che peccato...- disse lei, assumendo quell'aria innocente che tanto piaceva ai suoi clienti.
I due rimasero in silenzio ancora per qualche minuto.
Questa volta la faccenda è seria, pensò lei, forse non riuscirò a cavarmela con tanta facilità. Diede un'altra occhiata al detective. Davvero un bell'uomo, con quel viso dai lineamenti duri e lo sguardo severo. Aveva subito capito che lui faceva parte di quella schiera di uomini che preferiva: quelli che non si sottomettevano con facilità, con cui bisognava lavorare duramente per poi passare una notte fantastica. Non come quei vecchi rimbecilliti in doppiopetto con cui era abituata a lavorare. Lui sì che era un uomo, ma non era ancora venuto il momento di danzare per lui. Prima avrebbe dovuto lavorarselo un po'.
-Posso avere una sigaretta?- chiese lei.
-Certo, si figuri- le rispose il detective, e posò pacchetto e accendino sul tavolo.
Poco dopo, una nuvola di fumo cominciò ad aleggiare in aria. Un po' di sedativo per i nervi non fa mai male.
-Ah, già che ci siamo- debuttò il detective. -Le andrebbe di raccontarmi qualcosa di più su di lei? Così guadagniamo un po' di tempo.-
-Detective!- esclamò lei scostandosi di qualche millimetro i bordi della camicetta. -Non pensavo che saremmo arrivati subito a questo.-
-Rimetta tutto a posto- rispose lui, serio. -Penso che lei mi abbia frainteso.-
Lei si rimise in ordine la scollatura, delusa.
-E allora cosa vuole?-
-Vorrei solo farle qualche domanda sul suo passato e sul suo lavoro al club.-
-Ma il mio avvocato...- lo interruppe lei.
-Sono domande che dovrei comunque farle prima dell'interrogatorio. Ci servono per confrontare i dati in nostro possesso- disse il detective indicando la cartellina gialla che teneva sul tavolo. -Inutile dirle che queste domande non necessitano della presenza dell'avvocato.-
Breve pausa.
-Veda un po' lei- la esortò lui sistemandosi sulla sedia.
Lei si guardò intorno per qualche secondo. Quella stanza era davvero diventata più piccola. Meglio impegnare un po' di quel tempo.
-Be', se questo mi aiuterà a non passare un'altra ora di silenzio forzato, direi che mi va bene.-
-Benissimo!- esclamò lui, protendendosi verso di lei, le braccia incrociate sul tavolo. -Procediamo?-
-Per quello che vale...-
Lui si schiarì la gola.
-Dunque, il suo nome è Cherry, giusto?-
-Esatto.-
-Cherry e nient'altro?-
-Per ora accontentati di Cherry-e-nient'altro- rispose lei, secca.
-Per me va bene. Dunque, Cherry-e-nient'altro, mi può dire qual è il suo ruolo nello strip in cui lavora?-
-Sono la ballerina di punta, caro. E anche responsabile del personale femminile.-
-Ah!- la interruppe lui. -Pure?-
-Sì, esatto, caro detective. Per chi mi hai preso, per una puttana qualsiasi?-
Lui rimase interdetto per un paio di secondi.
-Non era questa la mia intenzione- si scusò.
-Be', lo spero- rispose lei. -Anche perché, se non sbaglio, si potrebbe arrivare alla diffamazione.- I suoi occhi erano gonfi di rabbia, le guance arrossate.
-Vedo che sa quello che dice. Mi scuso ancora...-
-Ma sì, ma sì. Sai poi quanto me ne frega- rispose lei. -Prossima domanda?-
Lui aprì la cartella gialla e cominciò a sfogliarne il contenuto.
-Qui dice che ha frequentato l'università locale.-
Lei annuì.
-Facoltà?- le chiese, sempre guardando il foglio.
-Lettere moderne.-
-Lettere moderne?- ripeté lui, perplesso.
-Sì- rispose lei, secca. -Ma sono durata solo un paio d'anni. Poi ho preferito fare dell'altro.-
-Mi racconti- la invitò il detective mettendosi comodo.
-Posso sfilarti un'altra sigaretta?- e si protese verso il pacchetto.
Lui le rivolse un cenno affermativo.
-Allora- riprese lei, assaporando la prima boccata. -Sono arrivata in questa città dopo aver fatto le scuole superiori. Non avendo molti soldi, decisi di lavorare e studiare.-
-E i suoi genitori?- si intromise lui.
-Troppo occupati a pensare ai cazzi propri. Posso andare avanti?-
-Si figuri- disse lui.
-Dicevo. Il primo anno di studi l'ho passato lavorando come cameriera al BunnyCoffee, una caffetteria poco lontana dall'università.-
-Al BunnyCoffee, eh?!- la interruppe lui.
-Sì, detective. E non fare quella faccia, tutte le ragazze che hanno bisogno di un po' di grana per mantenersi gli studi hanno indossato quello schifo di costume da coniglietta e servito caffè annacquato a quella mandria di porci almeno una volta nella vita.-
-Mi sembra di capire che non le piacesse.-
-Bella scoperta, caro il mio Watson. Che c'è... credi che una che lavora in uno strip non sappia chi fosse Sherlock Holmes?-
Lui sembrò non averla sentita. Le fece solo segno di continuare.
-Se, va be'- fece lei, spegnendo la sigaretta. -Dunque, dicevo che ho passato un anno tra studi e il BunnyCoffee. Un vero schifo.
-Una sera un cliente del bar mi aspettò fino all'orario di chiusura. I suoi modi erano gentili, senza tralasciare il fatto che era anche belloccio e con un bel po' di grana.
-Camminammo per qualche ora nella notte, parlando dei nostri interessi e dei nostri sogni. Ripeto, sembrava un tipo a posto sotto tutti i punti di vista, ma non appena arrivammo nel piazzale esterno dell'università, lui mi trascinò dietro a un albero e mi violentò, minacciandomi con una pistola.-
Una lieve ombra oscurò i suoi occhi neri. Il detective se ne accorse.
-Se le fa male parlare di questo fatto, non è obbligata a farlo.-
-Cosa c'è, detective- disse lei, -non ha voglia di sentire niente su quanto maledettamente stronzi possiate essere voi uomini?-
-Cherry, la prego di ricomporsi, e di ricordarsi che sta parlando con un detective della polizia- la ammonì lui, alzando la voce.
-Sai che roba...- gli fece eco Cherry.
Lui si sporse sul tavolo.
-Si ricordi che posso sempre sbatterla dentro per oltraggio a pubblico ufficiale! E per questo non serve certo aspettare il suo caro avvocato.-
Il detective si rimise comodo, continuando a fissarla.
Non va bene, cazzo! pensò Cherry. Se vuoi uscire da questa situazione di merda devi fare la brava cagnolina.
Lui si accese una sigaretta, lei anche.
Il silenzio riavvolse i due con la sua pesantezza. Solo il ronzio dei neon a fare da sottofondo.
-Scusami- esordì Cherry, con voce carica di moine.
-Va bene. Vuole continuare?- disse lui, sbrigativo.
-Certo. Dicevo che quel bastardo mi violentò proprio davanti alla mia università. Caso vuole che nessuno passasse di lì in quel momento. Bello, eh?! Ma torniamo alla storia.
-La mattina dopo mi svegliai distrutta, in lacrime, e con qualche graffio. Non andai né a lezione né al lavoro. La sola possibilità di vedere degli uomini durante la giornata mi disgustava nel profondo.-
Vai ora con la lacrimuccia. Funziona sempre.
Cherry scoppiò in lacrime. Brava, fallo commuovere.
-Giurai che non avrei mai amato, e che prima o poi quello stronzo l'avrebbe pagata!- urlò con la voce rotta dai singhiozzi.-Ma per sua fortuna non lo vidi mai più.-
Il detective si alzò, premuroso, e le porse un fazzoletto.
-Tranquilla, tranquilla- disse, cercando di confortarla. Poi con un mezzo sorrisetto aggiunse: -Sappia però che piangere non le servirà a uscire di qui prima dell'interrogatorio.-
Cherry esultò fra sé e sé. Qualcosa era cambiato nella voce del detective. La fortezza stava lentamente implodendo. E questo a Cherry piacque. Piacque molto.

Passò un'altra ora. Un'ora fatta di parole su parole. In quel lasso di tempo Cherry gli raccontò tutto quello che accadde nei suoi due anni di università. Di come aveva fatto giuramento di farla pagare agli uomini, di come, qualche mese dopo lo stupro, avesse trovato lavoro come spogliarellista all'El Wray Strip Club. Era il posto giusto per far sì che gli uomini peggiori si piegassero al suo corpo e ai suoi voleri.
Negli anni successivi, Kitty, la ballerina anziana, le insegnò tutti i trucchi del mestiere e, soprattutto, a rendere uno spogliarello il più lungo e fruttuoso possibile.
Il detective rimase paziente ad ascoltarla, a tratti rapito dalla storia e sempre più affascinato da quella donna. Sentiva che quella che stava provando non era solo un'attrazione di tipo animale verso una qualunque preda da conquistare, era qualcosa di più: una specie di venerazione.
Mentre lei raccontava molto dettagliatamente le sue esperienze di lavoro all'El Wray Strip Club, gli capitò di sognare a occhi aperti: lei era seduta su un trono di pallettes, e lo stava frustando a dovere. Sì, mia padrona!, immaginò di urlare, fai di me ciò che vuoi!.
Nemmeno un intero rotolo di banconote sarebbe bastato per passare una sola notte a letto con lei. Lei era tutto,avrebbe potuto diventare la padrona del suo destino in un attimo.
Mentre raccontava, Cherry si accorse di tutto ciò.
L'unica cosa che la tratteneva ancora dal fare di quel detective il suo peluche con il collare borchiato era la presenza di altri agenti dall'altra parte del vetro e di quella dannatissima telecamera. Forse aveva già conquistato anche gli altri agenti, ma non poteva esserne sicura. Era solo certa che doveva riuscire a uscire di lì il prima possibile, a costo di farsi sbattere da ognuno di loro.
Decise che era meglio continuare ancora un po', per essere più sicuri. Un filo molto sottile era teso tra lei e la galera, e di certo lei non voleva fare in modo che si rompesse.
-Poi, quando Kitty scomparve, presi in mano io la gestione del personale femminile al club. Fine della storia.-
Cherry spense l'ennesima sigaretta fumata durante il suo racconto. Aveva quasi finito tutte le sigarette del buon detective mentre parlava.
Lui se ne stava seduto, proteso verso di lei, con il mento poggiato sui palmi delle mani. Nei suoi occhi vi era un sogno: portarsi a letto quella donna. Era in quella posizione da una mezz'ora buona, e aveva ascoltato a malapena il racconto di lei. Quello che voleva veramente era poter adorare quel corpo perfetto.
-Detective?- lo chiamò lei, cercando di attirare la sua attenzione.
Lui rimase immobile, incantato dalla bellezza di quella donna.
-Detective?- lo chiamò ancora. -Riesce a sentirmi?-
Lui parve svegliarsi da un sogno.
-Sì!- le rispose. -Sono qui!-
Lei sorrise.
Lui si schiarì la gola per un paio di volte.
-Una storia davvero interessante la sua, cara Cherry.-
Era fatto. Ora non restava altro che dargli il colpo di grazia, a lui e a quegli altri porci che, assistendo alla scena, probabilmente si erano già infilati una mano nei pantaloni.
-Detective, non mi hai ancora detto il tuo nome- lo provocò strusciandosi le dita sul lembo di pelle visibile dalla scollatura.
-J-J-J-John- balbettò lui.
Lei si allungò sul tavolo, ben attenta a mettere la scollatura in bella vista.
-Allora, John. Ti ho appena raccontato tutto di me. Che ne dici se per completare il tutto io adesso mi mettessi a ballare per te?-
-Ma non c'è musica!- esclamò il detective, poi si riprese subito. -Volevo dire, siamo in una stazione di polizia. Non credo che ai piani alti apprezzerebbero.-
Fulminea, lei salì sul tavolo e, procedendo a gattoni, avanzò lentamente fino a trovarsi a pochi centimetri dal volto di John.
-Ti assicuro che ai piani alti pagherebbero una cifra per godersi questo spettacolo.- La sua voce era calda e sensuale, un invito bello e buono a dare sfogo ai desideri proibiti di un uomo.
-Ma- si scostò lui, -dobbiamo aspettare il suo avvocato per farle alcune domande su quanto è successo poche ore fa al club.-
Cherry abbassò lo sguardo verso i pantaloni di John e cominciò a sentirsi affamata. Cristo, che erezione!-Tu non preoccuparti- gli disse, -le risposte arriveranno prima di quanto tu possa immaginare.- Si leccò le dita e, allungandosi, gli abbassò la patta dei pantaloni. -Potrai darti da fare, mentre mi prenderò cura di te.-
Il tavolo era ben solido, si poteva cominciare.
Senza scendere dal tavolo, Cherry si alzò in piedi in tutta la sua statuaria bellezza, e cominciò subito a far ondeggiare i fianchi.
John si mise comodo, gli occhi sgranati e carichi di desiderio. Con le mani cominciò a seguire il ritmo di quei fianchi perfetti, immaginando di accarezzarli.
Cherry continuò imperterrita. Era il suo lavoro, l'unica cosa che sapesse fare, e questa volta era per lei il culmine di tutta una vita. Non avrebbe permesso che qualcosa andasse storto. Era sicura del risultato che avrebbe ottenuto, ma, come ogni volta, era meglio non affrettarsi a cantare vittoria.
John cominciò a deglutire all'impazzata. La voleva. Voleva possedere quella donna a ogni costo. In culo la polizia, in culo i gradi. In quel momento l'unica cosa che gli interessava era lei, e voleva andarci fino in fondo.
Senza pensarci due volte, John si tirò fuori l'uccello, gustandosi la propria erezione.
Ancora un poco, caro Johnny, pensò Cherry, poi vedremo che l'avrà vinta.
Cherry si voltò, mettendo in bella vista le sue natiche tonde e sode e facendole ondeggiare con un ritmo ipnotico. Lentamente si tolse la camicetta, facendola poi ricadere all'indietro sul viso di John. Lui emise un rantolo strozzato: la spogliarellista non portava il reggiseno.
Lei si coprì i seni con le braccia, anche i cari amici che stavano dietro allo specchio dovevano aspettare.
Si voltò, con lentezza. Guardò John dritto negli occhi e ricominciò ad ancheggiare.
-Allora, John. Sei soddisfatto?- gli chiese lei ammiccando.
-No, per niente- rispose lui deglutendo con forza. -Voglio di più!- Stava strizzando gli occhi con una regolarità allarmante. Era quasi sul punto di venire.
Lei si chinò verso di lui. -Vuoi vederle?-
-Sì...- rispose lui.
-Vuoi toccarle?-
-Sì!-
-Sta' a guardare allora.-
Cherry si raddrizzò con la schiena e cominciò a roteare su se stessa. Un giro, due giri, tre giri, quattro giri. Di punto in bianco si fermò e aprì le braccia.
John bestemmiò ad alta voce e venne sul tavolo. Si udirono grida di piacere dall'altra parte del vetro oscurato.
-Che ne dici dei miei seni, eh?- gli chiese Cherry. -Sento che anche i tuoi amici ci stanno dando dentro.-
Lui non riuscì a rispondere. Il suo sguardo era fisso su si lei, sui suoi seni perfetti. Lentamente, cominciò a slacciarsi la cravatta.
-Fermo!- lo intimò lei.
-Ma come- piagnucolò John, lasciando perdere la cravatta. -Ne ho ancora qui sotto!-
Lei gli lanciò una delle sue occhiate feline.
-Ti prometto che dopo ci divertiremo, amore mio. E io per prima mi divertirò, ma lo spettacolo non è ancora finito.-
Detto questo cominciò ad abbassarsi la minigonna di jeans. Poco a poco John si poté rendere conto che la dea che aveva davanti agli occhi non portava nemmeno le mutandine.
Pochi secondi e anche la minigonna cadde sul pavimento. Ed eccola lì', a troneggiare nella sua nudità. La sua era quasi una danza rituale dei tempi antichi. Lei era sacerdotessa e dea insieme, e quella stanza era il suo tempio. I suoi adepti erano lì solo per lei, e la adoravano con tutta l'anima.
'Bene', pensò Cherry, 'facciamola finita una volta per tutte'.
Senza indugiare cominciò con i passi segreti che la vecchia Kitty le aveva insegnato. Dapprima molto lentamente, poi sempre più veloce, sempre di più, finché un'esplosione di sangue non la investì in pieno.
A quel punto era davvero finita.

Solo quando Cherry finì di rivestirsi cominciarono a udirsi i primi spari. I suoi adepti le stavano facendo strada verso la libertà. John no, lui era ancora seduto, con la patta dei pantaloni squarciata. Al posto del pene vi era solo un ammasso di carne sanguinolenta e ancora fumante. Al contrario dei suoi colleghi dall'altra parte dello specchio, lui era morto stecchito. Non era da biasimarlo, lui era stato investito in pieno dall'effetto della Danza della Morte. Gli altri erano solo degli zombie castrati pronti a ubbidire alla loro padrona.
Cherry si passò un dito sul volto coperto di sangue, poi se lo succhiò con ingordigia.
-Peccato, John- disse ridacchiando e rivolgendo uno sguardo al corpo martoriato del detective, -eri un uomo buono, in tutti i sensi.-
Si chinò sul detective e lo baciò sulle labbra semichiuse. -Mi sarebbe piaciuto averti, ma rimani comunque un uomo. Come quei coglioni di qualche ora fa all'El Wray.-
Detto questo, raccolse la borsetta e uscì dalla stanza. Lo spettacolo che si trovò davanti agli occhi era raccapricciante: scrivanie fatte a pezzi, arti umani smangiucchiati affissi alle pareti, interiora umane sparse per il pavimento e sangue dappertutto. Ancora spari in sottofondo.
Bravi i miei ragazzi, pensò facendosi largo in mezzo a quello scempio. Chissà, forse anche i suoi schiavi trasformati poche ore prima all'El Wray Strip Club si stavano divertendo in giro per la città. Chissà quale nome le avrebbero mai potuto affibiare: Cherry la Misericordiosa, Cherry la Terribile, Cherry la Vendicatrice.
L'unica cosa certa era che la sua vendetta finale contro gli uomini era appena cominciata, e sarebbero stati proprio loro ad autodistruggersi. E tutti i pochi sopravvissuti l'avrebbero adorata, venerandola come dea bellissima e spietata.
Non male come idea, pensò Cherry, andando col pensiero alle mille e mille danze che avrebbe dovuto ancora fare per raggiungere i suoi scopi.
Quando finalmente riuscì a uscire dalla stazione di polizia e vide che per le strada la follia distruttriva procedeva già a un buon ritmo un solo pensiero le occupava la testa: l'El Wray Strip Club non era appropriato per ospitare una dea. Forse in un luogo lontano, in Italia, ora centro di venerazione di un dio solo immaginato che due millenni prima pare si fosse presentato in forma umana. Forse quello sarebbe stato il posto adatto a lei, una divinità fatta di carne e ossa.
Sì, quel luogo sarebbe andato bene. Amen.


E.

16 ottobre 2012

Complotto in lingerie
(Strip Club: a love story)

È con grande dispiacere che mi è toccato annullare il concorso Strip club: a love story. Il fatto è che, oltre al mio, è stato presentato un solo racconto; quindi, parer mio, ridurre la votazione a una gara all'ultimo sangue tra due soli sfidanti non mi è sembrato carino (a tratti controproducente). E poi bando alle votazioni, scrivere è prima di tutto passione (come ho dimostrato con l'assenza di premi), quindi chi scrive pensi a scrivere, e chi semplicemente legge pensi a leggere.

Il racconto che vi presento oggi è Complotto in Lingerie, di tal Anonimo (non preoccupatevi, lo conosco molto bene). Una storia che tanto sa di Tarantino (vedi Bastardi senza Gloria), Ken Follett e con un pizzico di nazisploitation che non guasta mai.
Buona lettura ;)


E.

sottofondo consigliato: Lilian Harvey & Willy Fritsch - Ich Wollt Ich Wär Ein Huhn


Complotto in lingerie
di
Anonimo

“Oh i comandanti tedeschi sono tutti uguali mia cara!” le spiegò in tono esperto Rahma, la più anziana ballerina del “Temple de fringales", il rinomato locale a Pigalle, il quartiere a luci rosse di Parigi. Aveva preso in simpatia quella nuova ragazza, lì solo da poche settimane ma già entrata nel suo cuore con quell’amichevole sorriso.
“Cosa intendi?” le chiese Samia, una giovane marocchina fuggita dal suo paese natìo. Ammirava Rahma, ammirava come, nonostante la sua età fosse ancora la più ambita ballerina del locale e forse dell’intera Parigi. Aveva ballato nei club dell’Africa del Nord, portando in Europa quelle sinuose danze esotiche che facevano ammattire ogni uomo.
“Sono oppressori, vogliono imporre la loro supremazia anche a letto … E hanno sempre qualche idea strana! L’ultima proposta che ho avuto da un generale di Brigata di Hannover fu di schiaffeggiare sua moglie mentre ci baciavamo! E lei pareva anche divertita da tutto ciò!!”. Rahma era algerina; scappò di casa a sedici anni perché subiva le angherie e le molestie dei cugini; ma non ce l’aveva con loro, bensì con suo padre che stava a guardare, che le imponeva di subire in silenzio e di gemere solo quando le veniva ordinato.
Quel giorno, dopo aver pianto la sua defunta madre, partì per Il Cairo come amante di un soldato inglese, mister Harschwille o Marwille, non se ne ricordava. Guardando la sua casa giurò che si sarebbe vendicata su ogni uomo, giurò che d’ora in avanti sarebbe stata lei a decidere e imporre. Il destino la portò lontano dall’inglese, il primo vero uomo che la rispettava. Avrebbe anche potuto rinunciare alla sua vendetta, addirittura amare quel piccolo uomo con quell’accento strano; le piaceva la sua risata, i fiori che le portava quando non era indaffarato a combattere Rommel. Ma lui un giorno non tornò e Rahma, diciassettenne senza famiglia o appoggi finanziari, iniziò la carriera di tutte quelle giovani e avvenenti donne che si trovarono in quegli anni nella sua condizione; era troppo bella per far parte di quelle meretrici che praticavano le loro arti nei bordelli malfamati e questo fu un punto a suo favore, perché iniziò a danzare nei locali più in voga della città. Con qualche passo di danza ben eseguito aveva potenti uomini ai suoi piedi; riusciva a comandarli con la sua bellezza e i suoi movimenti sensuali. Come un tempo gli uomini comandavano lei. Riceveva champagne, caviale, proposte di fidanzamento e soldi in cambio del suo corpo e delle sue arti. E tutto ciò la eccitava. Ma non poteva davvero esprimere le sue doti in un Paese come l’Egitto, dove le donne è qualcosa di più di un oggetto e comunque sempre in secondo piano. Gli inglesi pagavano bene certo, ma erano troppo indaffarati con quel generale tedesco che voleva mettere a ferro e a fuoco l’Africa intera. Così, nel 1942, si imbarcò, accompagnata dai suoi desideri di vendetta, per Parigi.
A Parigi conoscevano tutte le persone importanti, che a quel tempo erano grandi militari tedeschi, rivoluzionari francesi e spie inglesi. Tutti venivano al Temple per gustarsi qualche ora dove potevano solo pensare ad appagare i propri sensi.
“Ti do solo un consiglio, Samia. Non parlare mai bene di un tedesco. Madame Bougarre odia i tedeschi. E anche io. Però i loro marchi mi piacciono.” Risero insieme. Madame Bougarre era la proprietaria del Temple; una signora alta e snella, sulla sessantina. Non raccontava mai nulla del suo passato, anche se nel suo ufficio le foto della sua figura vestita molto succinta a fianco di grandi uomini di inizio secolo parlavano per lei.
Entrò nel camerino.“Piccola Samia. Sei bellissima! È stato un piacere poterti veder ballare, e lo è stato anche per i nostri ospiti. È una delle prime volte che balli vero? E la tua prima qui con noi? Hai fatto scintille in sala, grazie anche a quelle mosse che Rahma ti ha insegnato e che hai imparato alla svelta. Il generale Hurckeim ti offre questo champagne, và a ringraziarlo. Anche se preferirei sputargli in un occhio a quel maledetto. Ha moglie, tre figli e un incarico all’Alto consiglio del Fuhrer e passa le notti a spendere i soldi dietro alle vostre sottane e ad ubriacarsi del mio Dom Perignon. Al diavolo lui e tutti i nazisti! Tienilo sveglio fino a tardi e che quei maiali possano perdere la guerra per colpa di un graduato assonnato.” sbuffò, girò i tacchi e se ne andò.
Le due ballerine risero sommessamente. “Cosa ti avevo detto? Vai e rendi onore al Temple! Ci vediamo domani sera.” Si baciarono sulla guancia e Samia sfilò tra le altre ballerine che la salutarono e le augurarono con malizia di passare una buona nottata. Ma non fu così.
Non raccontò a nessuno di ciò che successe; il volto tumefatto, il braccio rotto, i capelli strappati fino a farle sanguinare lo scalpo parlavano per lei. Ma Rahma sapeva che contraddire un tedesco voleva dire essere riempita di calci, pugni e insulti. Conosceva da poco Samia, ma già la considerava un’amica di cui ci si poteva fidare, a cui aveva raccontato tutta la sua infanzia e con cui, davanti ad una bottiglia di champagne offerta dal generale di brigata Hoffenheim o Hoffesheim non se ne ricordava, aveva per la prima volta pianto lacrime sincere da quando fuggì di casa. E vedere il suo occhio tumefatto era un ulteriore motivo per vendicarsi degli uomini. E di quei maledetti oppressori nazisti. E di quel bastardo di Hurckeim.
Doveva fare solo le mosse giuste.

Quella sera si esibì in un ballo scatenato che ricordava molto le danze tribali dei beduini del deserto. Indossava delle grandi ali fatte con piume di pavone, un reggiseno e un perizoma fatto di ciondoli dorati che emettevano una nota altissima ad ogni suo movimento. Non fu una delle sue migliori interpretazioni di quel ballo ma il pubblico ne fu comunque estasiato e madame Bougarre chiuse un occhio perché capiva lo stato d’animo di Rahma. Mentre muoveva freneticamente i fianchi scorse nella folla proprio la persona che cercava.

“Come diavolo fanno a capire che lei non è un bastardo nazista, mister Marvel?” gli disse in inglese, a cui si era abituata ai modi di dire e alla scurrilità ancora in Egitto. E le piaceva molto quel linguaggio.
“Ich spreche perfekt Deutsch, Miss Rahma!”.
“Con quei baffetti da Lord può essere tedesco quanto lo può essere una come me!” risero e brindarono con un buon whisky del 1938.
“E poi i tedeschi non sanno assaporare come te un vero bicchiere di buon whisky! Caro mister Marvel, lei maledettamente fortunato che io non faccia parte del controspionaggio nazista. Altrimenti sarebbe già appeso all’Arc de triomphe.” Il locale era completamente vuoto, gli ingressi e le uscite chiuse. Una paio di piccole candele illuminavano il tavolo dove i due erano seduti.
“Appunto perché non è del controspionaggio nazista ho accettato volentieri il suo invito a fermarmi al Temple dopo la chiusura del locale! Ma sa che io vengo qui solo perché, dopo un maledetto giorno passato a servire Herr Reich Adolf Hitler, che Satana in persona possa fotterlo con il suo tridente, posso bere un dannato e ottimo whisky e assicurarmi di assaporarlo grazie a madame Bougarre con tranquillità, da vero inglese!” la canzonò la spia inglese.
“So che non è avvezzo a certi vizi e ha famiglia mister Marvel, nel Kent giusto?” gli chiese Rahma per prendere tempo.
“Una moglie e due splendidi bambini.” dal taschino della sua divisa da soldato delle salmerie tedesche tirò fuori una foto dove erano raffigurati loro quattro, felici e sorridenti. “Un giorno potrò riabbracciarli, ma per il momento devo assicurare un futuro migliore per l’Europa.”
“Allora brindiamo a questo mister Marvel, ad un’Europa vuota di nazisti e piena di sterline inglesi!” alzò il bicchiere e lo guardò maliziosa.
“Sono un fottuto soldato delle salmerie naziste ma ho un intuito da inglese che mi dice che vuole parlarmi di qualcosa Miss Rahma!” le disse Gary Marvel, inarcando un sopracciglio.
“Cosa mi sa dire di Herr Hurckeim, mister Marvel?”
“Quell’uomo è Herr quanto una cagna in calore è nobile. Un fottuto bastardo, pieno di boria quanto è grasso, il vero simbolo dell’ottusità nazista. Desproges ha detto che non bisogna disperare degli imbecilli. Con un po' di allenamento si può riuscire a farne dei militari. Io dico che è intelligente come un banco di triglie. Ma è anche subdolo e spietato. Si è fatto strada fino a diventare generale della Lutwaffe gettando quintali di merda tedesca sui suoi diretti concorrenti alle cariche più alte. Ora riveste un ruolo importantissimo di collegamento tra la Francia occupata e il Nord Europa! Scusi il linguaggio Miss Rahma ma quando si parla di un maiale, si tiene in conto anche del letame in cui vive!” si scusò, riprendendosi dalla sfuriata mister Gary.
“Se parla di un maiale tedesco niente mi impressiona tanto! Ho un conto in sospeso con questo maiale in particolare. Una cosa molto personale, di cui non sono tenuta a parlargli, mister Marvel; ma voglio aiutare Sua Maestà Britannica a far fuori un po’ di dannati nazisti. Ma lei deve aiutarmi e dirmi qualcosa di più su questo maledetto porco.”
“Avendo questa posizione di collegamento è responsabile di spostare le schifose truppe naziste dalla Francia Alla Norvegia e viceversa, a seconda delle necessità. E dovendo sapere dove spostarle è a conoscenza dell’ubicazione di una vagonata di basi, postazioni e fabbriche di armamenti, che solo lui, il Fuhrer, altri dieci fottuti tedeschi e migliaia di cadaveri inglesi e alleati conoscono. Poterlo avere tra le mani gli caverei entrambi gli occhi e tutte le dita per farmi dare qualche dritta e qualche coordinata!”. Strinse forte i pugni, le articolazioni delle dita scrocchiarono tutte in sincrono facendo trasalire Rahma, la quale si ricompose subito e ghignò.
“Oh non serve cavargli gli occhi, mister Marvel. Basterà che io mi cavi la gonna.” Si appoggiò allo schienale e sorrise perché anche questa volta stava ottenendo ciò che voleva. Vendetta.
“Miss Rahma, ma lei poi sarà in pericolo. Cosa ci guadagna? Madame Bougarre non potrà proteggerla per molto!” si preoccupò Gary.
“Scommetto che dopo un grosso colpo, lei debba fuggire alla svelta da qui, e scommetto che sa anche come. Ho sempre desiderato vedere l’Inghilterra. Pensa che potrebbe modificare il biglietto della sua fuga e, diciamo, comperarne altri due?” pensò a Samia. “Ho sentito di un club a Londra veramente chic! Coi soldi che questi maiali mi danno, potrei diventare la madame Bougarre d’Inghilterra. Ma per il momento potrei ballare ancora e farmi un nome.”
“Se scopre qualcosa di interessante, re Giorgio, che Dio lo preservi, le darà il benvenuto sul santo e sacro suolo inglese di persona!” le assicurò la spia inglese.
“Però ho una condizione. Voglio esser certa che scoprano quel porco schifoso. Voglio che sappiano che lui ha rivelato ad una prostituta di Pigalle i suoi segreti, voglio che lo dica davanti alla sua moglie e ai figli, voglio umiliarlo prima che il plotone di esecuzione gli spari quattro fottute pallottole al petto, tra le risa bastarde di quella cornuta di sua moglie!” digrignò i denti e i suoi occhi lampeggiarono d’ira.
“Miss Rahma non vorrei mai essere suo nemico; accetto quindi le sue proposte. Ho già in mente un piano che potrebbe funzionare. Questo è il mio indirizzo dove potrà trovarmi fuori dall’orario di lavoro. La prego non mi cerchi prime delle 21:00. Non voglio insospettire qualche maiale!” le disse, sorridendo e alzandosi.
Si strinsero la mano e non si dissero più nulla. Mister Marvel aprì il chiavistello dell’uscita di servizio e se ne andò!
“Ti fidi di lui?” madame Bougarre uscì dall’ombra del bancone del bar.
“No, come non mi fido di nessun altro uomo, Josephine. Ma devo rischiare, per me e per Samia. Non voglio però metterti nei guai.” Le disse Rahma, carezzandole una spalla.
“Vi amano troppo quei maiali come li chiami tu perché si permettano di far male a me o al locale. Non preoccuparti Rahma. Segui la tua via e liberaci da questi fottuti mangiacrauti!” Risero.
“Sei stata una buonissima amica, Josephine. Non ti scorderò mai. E se fra una decina d’anni passi oltre manica, vieni a Londra a trovarmi al Shadow of Madame Bougarre, al mio locale. Dove ballerò finchè mi reggeranno le gambe.”

Passarono alcuni giorni tranquilli, le ferite di Samia venivano suppurate con disinfettanti e sanguisughe; la marocchina non vedeva l’ora di fuggire in Inghilterra con la sua cara amica Rahma, la quale si prendeva cura di lei, inabile al lavoro. Non le faceva mancare nulla , dallo champagne al salmone e nemmeno l’affetto fraterno.
Quella sera tutti i tavoli tondi del Temple erano occupati da nazisti di alto livello e mentre Rahma ballava e osservava la folla, che emetteva fischi ogni volta che le sue minigonne si alzavano e facevano apparire tutta la coscia fino all’inguine, il suo sguardo si posò languido su un grasso generale seduto in prima fila, sapeva come far trasalire un uomo. Anni di danza le avevano dato la capacità di far credere ad un singolo uomo in mezzo a decine che quel passo era per lui ed esclusivamente dedicato a lui. Subito la mano del generale slacciò il primo bottone della camicia e piccole goccioline di sudore gli colarono dalla fronte. Bastò qualche minuto di balletto, e il generale Hurckeim mise mano al portafogli per ordinare un’annata formidabile di champagne e due bicchieri.
La ballerina le sorrise, languida. E la sua mente ghignò soddisfatta.

“È stato un vero piacere per gli occhi vederla ballare Fräulein Rahma, peccato che voi mezze negre abbiate quello strano odore sulla pelle, non mi ci abituerò mai”
E io non mi abituerò mai alle capocchie di spillo che voi chiamate uccelli tedeschi, penso lei ma trattenne la rabbia. “È un prezzo che bisogna pagare per la nostra compagnia Herr Hurckeim!”
“La prego Fräulein, mi chiami George!” le disse scomponendosi sulla sedia e facendola scricchiolare.
“E lei mi chiami Rahma, George.” Le disse di rimando carezzandogli il dorso della mano.
“Non ho mai sentito parlare di lei, George. Forse riveste un ruolo di secondo piano nell’esercitò del Fuhrer? Conoscevo un inglese al Cairo che deteneva un ruolo di prim’ordine nell’esercito. Sapevo in anticipo tutte le mosse della flotta inglese nel Mediterraneo e a letto ci sapeva fare meglio di uno stallone!” le sorrise maliziosa. “Ma sono sicura che lei vuole tenermi nascosta qualcuna di queste doti non è così, caro George?” gli versò dello champagne nella coppa. Uno scroscio di applausi accompagnò la fine del balletto di Jasmine, un’altra ballerina di madame Bougarre.
“Oh mia cara Rahma, conosco informazioni molto pericolose per gli Alleati. Ma dovrò portarmi il segreto nella tomba.” Il suo orrendo francese la disgustava, così gutturale e pieno di improprietà linguistiche; era come sentire parlare un bisonte. L’immagine la fece sorridere; scese col petto sul tavolo e guardò nel viso il generale piena di accesa e finta voglia. “La cosa mi incuriosisce parecchio, George!”
“Vieni con me piccola, mi piacerebbe giocare con te!” le carezzo il collo con le sue mani unte e sudaticce.
“Mi strucco, mi lavo e sono subito da te George. Prendi un’altra bottiglia per la nostra serata?” Il bello di lavorare in un locale del genere era reggere lo champagne molto meglio di qualsiasi maiale nazista, i quali dopo un paio di bottiglia barcollavano e biascicavano. Così il tuo francese diventerà un pochino più elegante maiale, pensò Rahma alzandosi. Gli sorrise.
Andò da Samia e le disse di tenersi pronta con Mister Melvin, che avrebbero dovuto incontrarsi tutti e tre la mattina dopo, due ore prima del turno alle salmerie, al Temple che a quell’ora sarebbe stato chiuso al pubblico. Lei annuì, parlò in fretta con madame Bougarre che sorrise e l’abbracciò teneramente.
“Pierre, accompagnala!” disse la proprietaria ad un omone alto e grosso capace probabilmente di fermare un toro alla carica, il quale faceva da guardia ai camerini. Lui grugnì qualcosa in assenso, prese con eleganza sottobraccio Samia e la fece uscire.
Ora toccava a lei eseguire l’interpretazione della sua vita, pensò.

“Tieni, indossa questo!” George le porse con gentilezza una minigonna e una succinta canottiera con gli stemmi nazisti. Lei lo guardò con riluttanza. Era in mutande, grasso come un elefante e sudato come un cammello.
“La tua amica prostituta non ha voluto indossarlo, qualche giorno fa e guarda come ho dovuto ridurla!” la rimproverò con un ghigno.
Fallo per te stessa e per Samia, pensò.
Lo prese con tenerezza e si mise dietro una tenda di seta araba per spogliarsi e indossare il vestitino.
“Solo se posso essere la tua capitana, George!” gli disse mellifluamente da dietro la tenda, completamente nuda.
“Ja, Rahma. Tu sarai mia capitana e ogni tuo desiderio sarà per me un ordine!”
Prese una cannetta di bambù da una pianta vicino ad una tenda, la spezzo, si avvicinò al tedesco e lo colpì su una coscia nuda. “E allora vai a prendere una mappa dei nostri domini europei sciocco soldatino!”
“Ja, Fräulein!” si mise sull’attenti, goffamente; aprì una cartellina da dove tirò fuori una cartina del continente con la bandiera nazista ad occupare mezza Europa.
“Mettimi al corrente dei tuoi piani soldatino!” Rahma aprì le gambe e si sedette accanto alla cartina sul tavolo di legno di mogano del soggiorno della casa dove alloggiava il generale, da solo. Con la canna di bambù gli stuzzicò l’inguine. “In fretta!”. Come riesci a mantenere il controllo di un uomo, sei proprio una dannata bastarda Rahma, pensò lei mentre si toccava il seno e George scolava l’ennesimo boccale di champagne. Quanti ne aveva bevuti? Tredici? Era ubriaco fradicio.
“Fräulein, gli Alleati non sanno che in Norvegia stiamo sviluppando nuove tecniche di battaglia che porteranno la Lutwaffe a primeggiare e distruggere la RAF in poche settimane!” disse con orgoglio George.
“Tutto grazie a te mio bel soldatino!” lei si alzò e si mise a cavalcioni su di lui facendogli annusare i seni. “Dimmi di più soldatino!” gli diede una frustata sulla schiena. Lui sussultò di piacere. “Gli inglesi crederanno che queste tecnologie si trovino a Fada, dove fra tre giorni manderò dall’Ovest della Francia dieci aerei da trasporto carichi di materiale contr…” lei lo baciò appassionatamente.
“Che bravo il mio soldatino! E in realtà i dannati inglesi non troveranno nulla, ja?” le disse lei alzandosi girandosi per guardare la cartina e chinandosi sul tavolo e facendo intravedere le natiche al soldato, il quale era in preda ad una frenesia incredibile. George si alzò, togliendosi le mutande. “Ja Fräulein, perché nostra centrale di acqua pesante è a Vemork!” la penetrò e lei gemette di piacere.
Rahma guardo l’orologio: le 2:13 di mattina; da quando iniziano a grufolare durano sì e no cinque minuti pensò. Alle 2:19, il generale Hurckeim urlò di piacere e crollò sul divano in un sonno profondo, russando come un treno.
“Sei minuti! Un nuovo record per le brigate naziste! Complimenti George!” lo baciò sulla guancia e si rivestì per prepararsi all’appuntamento delle 4:30 con mister Marvel.

Il Temple era completamente vuoto, tranne tre figure davanti a una bottiglia di whisky irlandese del 1937 “Ecco Miss Rahma e Miss Samia come faremo!” disse risoluta la spia inglese, alzando il suo bicchiere e scolandolo in un sol sorso.

Grazie ad un fenomenale lavoro di cooperazione tra RAF, ribelli francesi e spionaggio inglese Sua Maestà britannica e i suoi fedeli uomini hanno impartito un duro colpo alle forze dell’asse, sventando una possibile disfatta e tramutandola in gloriosa vittoria. Sedici invincibili Spitfire partiti dal sud dell’Irlanda hanno intercettato dieci aerei nazisti carichi di materiale bellico e soldati proprio sulla Manica, come se volessero fare una parata in onore della nostra grande Patria; nello stesso tempo partirono dalla Scozia dieci Beaufort in direzione Vemork…
Rahma spense la radio. Mister Marvel aveva fatto un ottimo lavoro, pensò. Era stato in gamba a inviare prima un messaggio criptato alle forze alleate, e poi, quando tutti e tre erano ormai in salvo, cinque minuti dopo il successo dell’operazione un messaggio trasmesso in onde corte in semplice inglese e facilmente rintracciabile anche dalle scimmie del controspionaggio nazista, dove diceva che era tutto merito del generale Hurckeim, delle sue notti brave e del suo tradimento. Rahma assaporava la vendetta, ma ora si sentiva perfettamente realizzata. Si era inchinata a Re Giorgio, aveva ricevuto un inaspettato compenso monetario e ora guardava gli uomini che inchiodavano le assi al legno del suo nuovo locale londinese, che aveva deciso di gestire con la sua cara amica Samia.
Prese da sotto il bancone una bottiglia del whisky scozzese più stagionato che avesse.
“Da bere per tutti, ragazzi! Brindiamo all’Inghilterra!”

8 ottobre 2012

'D' eufonica.
Qualche utile consiglio.


Più di un mese fa mi sono dedicato al raccapricciante utilizzo moderno (ormai una moda) di assolutamente sì/no (link al post). Oggi voglio dedicarmi a un'altra cattiva abitudine alla quale, ahimè, siamo ormai assuefatti: l'uso incontrollato della 'd' eufonica.
Quante volte in testi scritti da persone possedenti una certa aura di notorietà abbiamo assistito a tale scempio? Fin troppe.
Quante volte, parlando anche con la più umile delle persone, abbiamo udito stacchi di pronuncia fin troppo netti così da non credere a ciò che stavano udendo le nostre povere orecchie?
Premetto già che non sono un santo, ma sapete com'è, sbagliando si impara; e visto che siamo tutti qui per imparare (anch'io) diamoci da fare.
Prendiamo per prima cosa due brani tratti dal web:
«L'uso della 'd' eufonica è, nella lingua italiana, un procedimento volto ad agevolare la pronuncia di parole consequenziali che, in assenza di questa, risulterebbero difficili da leggere o, in molti casi, cacofoniche.
Tale accorgimento consiste nell'aggiungere a preposizioni come "a, e, o" una d finale (epítesi) quando a seguirle sono parole che iniziano per vocale.»
«L'uso della 'd' in chiave eufonica, nell'italiano, è attestato tanto nell'uso della lingua parlata che di quella scritta. Tale fenomeno consiste nell'aggiunta finale (epítesi) della lettera 'd' ad alcune particelle, qualora l'incontro vocalico con parole inizianti per vocale dia adito a cacofonie o difficoltà di pronuncia.»
Fin qui tutto bene, giusto? Regolina semplice e chiara che, come tutte le regole semplici e chiare, viene ogni giorno ignorata da gente comune, scrittori affermati o idioti che si credono tali; per quanto riguarda quest'ultimo caso, per farli sentire a casa, sarebbe meglio scrivere "od idioti" (tanto il significato non cambia). Il cattivo utilizzo di tale agevolazione di pronuncia, infatti, avviene proprio quando si vuole dare un'aura di importanza alle cazzate che si stanno scrivendo (latineggiando un po' il gergo). E questi sono i casi più preoccupanti (per esempio, quella fetecchia de ilQuintuplo.it).
La maggior parte delle volte, invece, il surplus di d eufoniche avviene per distrazione. Non ve ne faccio certo una colpa in questo caso (a volte sono il primo a peccare).

Qualche esempio di cattivo utilizzo? Ben serviti: "od entrare", "ad osservare", "ed in cui", "ad Helsinki" (mai 'd' eufonica con parole che iniziano per 'h'), "ed educato", "od odorare". In molti dei casi appena elencati si crea un fenomeno chiamato cacofonia (suoni sgraditi all'udito), quindi è meglio ovviare a tale problema. In altri, invece, in fase di lettura o pronuncia ad alta voce si risolve il fenomeno chiamato omofonia (il caso di "ad empiere" e "ad adempiere" ne è un esempio) grazie al raddoppiamento fonosintattico; "ad anno" è ben diverso da "a danno", e la pronuncia di quest'ultimo risulterà essere "a ddànno".

Siete avvezzi all'utilizzo smodato della 'd' eufonica? Un utile suggerimento viene da Bruno Migliorini, famoso storico della lingua italiana, il quale consiglia di provare a pronunciare una frase per vedere se l'incontro delle vocali è davvero fastidioso e di aggiungere la 'd' eufonica solo se effettivamente si riscontra un miglioramento del suono della frase, perché la somma di troppe d può provocare la cacofonia che la 'd' eufonica dovrebbe invece servire a evitare.

Bene. Ci tengo a precisare che con questo articolo non mi sono erto a maestrino della situazione, ci mancherebbe. Però essendo anch'io peccatore tra i peccatori (spero non più molto spesso ormai) mi auguro solo che questi piccoli consigli possano esservi utili.
Per ultimare in bellezza, vi lascio un breve estratto dal sito web dell'Accademia della Crusca:
«L'uso della 'd' eufonica, secondo le indicazioni del famoso storico della lingua Bruno Migliorini, dovrebbe essere limitato ai casi di incontro della stessa vocale, quindi nei casi in cui la congiunzione e e la preposizione a precedano parole inizianti rispettivamente per e e per a (es. ed ecco, ad andare, ad ascoltare, ecc.). Si tratta di una proposta di semplificazione coerente con molti altri processi di semplificazione cui è sottoposta la nostra lingua, ma dobbiamo comunque tener presente che la d eufonica non è un elemento posticcio, ma trova la sua origine nella struttura originaria delle due parole interessate che in latino erano et ed ad.»
A presto!


E.

4 ottobre 2012

Ebook?
Ci sono anch'io!


Forse qualcuno di voi rimarrà, come dire, scioccato da quello che sto per dire, soprattutto visti alcuni miei precedenti articoli, ma quella che sto per dirvi è la pura e semplice verità. Niente giustificazioni, niente inutili scuse.

Da giusto una settimana sono sbarcato nel mondo degli ebook. Un passo meditato da molto tempo, non lo nego, ma era anche ora che lo facessi. Cominciavo ad avere già più di qualche libro in formato elettronico, e mi sarebbe dispiaciuto lasciarli lì a friggere dentro l'hard disk. E avevo anche tentato di leggerli al computer, ma ben presto i miei occhi chiesero pietà e confessarono pure di aver commesso atti impuri con Satana, Valeria Marini, Alfonso Signorini insieme (brrrrrr). Non contiamo poi la scomodità di tale lettura.
Fin qui, e ve lo concedo, potrete dirmi: be', potevi comprarteli quei bei libri. Ed è questo il punto: sono in possesso di ebbok che non vengono più stampati in forma cartacea (buffo, eh?!). Pensavate che non ci avessi provato anche su Amazon, eh?! Ma anche lì sono magicamente scomparsi; il ché a un certo punto mi fece perdere ogni speranza.
E poi scusate, se posso scaricarmi gratis (e in piena legalità) una buona quantità di letteratura che altrimenti mi sarebbe costata un po', perché non approfittarne?
(Qualcuno ha parlato di Project Gutenberg?)

Detto questo, mi trovo a essere molto soddisfatto di aver fatto tale scelta. Però è giusto anche dire che il libro, nel sua vera forma, ha un fascino senza eguali. Il profumo delle librerie e il contatto diretto con la pagina e con il suo contenuto sono aspetti, per quanto nostalgici, che non i faranno mai abbandonare il formato cartaceo.
Di certo non farò a meno della carta e della mia ingombrante e fantastica libreria casalinga, anche perché ci sono ancora così tanti volumi da leggere e comprare che mi riesce difficile immaginarne il numero esatto.

Detto questo, vi auguro buona lettura.
Keep calm and read an/a e/book ;)


E.

1 ottobre 2012

Concorso "Strip club: a love story".
Invia il tuo racconto!


Forse sono io a lamentarmi troppo su certe cose, ma devo dire una cosa: non ne posso più di vedere trailer su trailer di film sulla danza. Facciamo ora una piccola analisi sulle trame di questi film.
Per quanto riguarda l'inizio, lui/lei è un appassionato di danza, ma i suoi sogni vengono frenati. A questo punto si inseriscono una serie di varianti stereotipate sul perché i sogni del personaggio non trovano compimento:

  • Famiglia. Se è un lui la danza viene considerata dagli altri come un qualcosa da froci, se si tratta invece di una lei il motivo sarà la morte di uno/due genitori e le conseguenti impossibilità economico-religioso-affettive per il raggiungimento dei propri sogni;
  • Lui o lei ha deciso di cercare di fare fortuna in una città (di solito New York o Los Angeles) sputando in faccia ai genitori, ma con un lavoro da cameriere non si riesce a fare granché;
  • Lui o lei non ha il coraggio di affrontare tale scelta di vita.
Arrivati fin qui, assistiamo all'inserimento nella trama del mentore, colui il quale insegnerà al personaggio ad avere più fiducia in se stesso, ad affinare la sua tecnica. Nei casi più estremi farà di tutto per portarsi a letto il personaggio per poi lasciarlo in panne una volta raggiunto tale nobile obbiettivo. In certi casi si assiste all'entrata in scena di un falso mentore che conquisterà la fiducia del personaggio e facendo in modo che il mentore e lui/lei rompano momentaneamente i rapporti.
E così via, fino al raggiungimento del suo sogno da parte del personaggio principale. Spero non vi siate annoiati a leggere fin qui, perché vi assicuro che mi sono annoiato a scriverla.


Veniamo a noi.
Per ergersi di fronte alla dilagante uscita di questi film spazzatura, perché questo sono, vorrei proporvi un giochino interessante: scrivere un racconto sul tema danza. Potete scrivere quello che volete, basta però che, come base di partenza, seguiate le piccole linee guida riportate di seguito:
  1. Lei (il personaggio può essere anche maschile) lavora in uno strip club. Questo è già il sogno della sua vita;
  2. È una ballerina già affermata per quanto riguarda il ramo e non solo;
  3. Insegna alle giovani promesse come eseguire il lavoro senza rimpianti e piantini vari;
  4. Ha avuto una mentore che le ha insegnato tutto;
  5. Un bel giorno succede qualcosa nel bar...
Da qui in avanti largo alla fantasia.
Le regole per l'invio dei racconti sono:
  1. Non deve essere molto lungo (ok che sono in pausa, ma vorrei avere anch'io tempo per scrivere), non voglio darvi un limite vero e proprio, ma ricordate che un buon racconto non deve essere per forza lungo come la Bibbia;
  2. I racconti devono essere inviati alla mia gmail (potete trovarla su google+ o sul profilo blogger) entro e non oltre il 14 ottobre. La mail dovrà contenere il vostro nome, l'indirizzo del vostro blog, se ne avete uno, e il titolo del racconto;
  3. In seguito allo scadere del tempo, posterò un articolo dedicato alla votazione dei vari racconti;
  4. Il vostro racconto dovrà essere pubblicato sul vostro blog (per quelli che non ne possiedono uno ci penserò io) in data stabilita nel post riguardante la votazione;
  5. I racconti che riceveranno più voti (i primi 3), magari, verranno pubblicati insieme al mio in un ebook apposito e che sarà liberamente scaricabile da questo blog (questa parte è ancora da definire, ma vi farò sapere). Anche il mio racconto sarà votabile, ed è questo il bello;
  6. Non si vince niente. Niente, niente, niente, niente di niente (devo ripeterlo?).
Queste le prime idee che mi sono venute in mente (spero solo di essere stato abbastanza chiaro per il regolamento). Variazioni o specifiche verranno comunicate nel post sopraccitato. Intanto pensate a scrivere. Io sono già al lavoro :)
Buon lavoro, cari miei.


E.

Dimenticavo una cosa: divulgate :)