24 aprile 2012

Leggende Friulane
Il ponte del Diavolo di Cividale



Ed eccoci ancora qui per l'appuntamento settimanale con le leggende friulane. Oggi voglio presentarvi una di quelle che preferisco in assoluto e che, fin da quando ero bambino, mi ha affascinato.
Per oggi lasciamo da parte spiriti e fantasmi comuni, questa volta abbiamo a che fare con il Diavolo in persona.

Prima di lasciarvi al testo vero e proprio vorrei portarvi a conoscenza di qualche nozione riguardante la storia della cittadina friulana.
Cividale del Friuli ha alle spalle una storia antichissima, infatti sono numerosissime le testimonianze di stanziamenti umani risalenti al Paleolitico e al Neolitico. Molti reperti, poi, ci consigliano il fatto che Cividale fosse un'importante stanziamento per le popolazioni celtiche e venetiche fin dal IV sec. a.C.
Data la sua importanza strategica Giulio Cesare eleva il borgo al rango di forum, dandole così il nome di Forum Iulii, nome poi rappresentativo per l'intera regione; comincia a non essere più un semplice castrum di natura militare.
In tarda epoca romana, nel V sec. d.C., Cividale diviene la capitale della Regio X Venetia et Histria (regione italiana comprendente l'Istria e l'attuale Triveneto) a seguito della distruzione della città di Aquileia.


Con la giunta dei Longobardi, Forum Iulii divenne la capitale del primo ducato longobardo in terra italiana. Qui sorsero edifici imponenti e prestigiosi e nei dintorni sorsero diversi luoghi fortificati.
Nel 775 il ducato del Friuli venne invaso dai Carolingi che, dopo aver sconfitto i Longobardi proprio a Cividale, istituirono la marca orientale del Friuli con capitale la cittadina stessa, assegnandole Civitas Austriae come nome.
Cividale rimase il massimo centro politico e commerciale di tutto il Friuli, rivaleggiando dal XIII secolo con Udine, la quale era in forte ascesa favorita da una più congeniale posizione geografica. La città vide sorgere monasteri e conventi, palazzi e torri, qui posero residenza le più importanti casate parlamentari del Friuli e ne fiorirono di altrettanto dignitose. Le lotte intestine friulane, durante le quali Cividale era spesso alleata dei conti di Gorizia e dei nobili castellani contro Udine, trovarono via via una più serrata intensità sino a concludersi convulsamente nel 1419, quando Venezia si decise di invadere la regione. Cividale si diede alla Serenissima stipulando una solenne pace.
Tra il 1598 e il 1599 si sviluppò una drammatica epidemia di peste. Tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, Cividale fu teatro di una lunga faida che coinvolgeva pressoché tutte le famiglie nobili locali creando non pochi grattacapi ai rettori veneti.
Nei secoli successivi, con continue guerre e cambiamenti di regno, la cittadina non riuscì più a trovare il suo ruolo di importanza primaria, sottrattole (per così dire) dalla città di Udine, in posizione nettamente migliore rispetto a Cividale.
Una nota della storia più recente riguarda il bombardamento aereo subito durante la Prima Guerra mondiale, dopo la disfatta italiana di Caporetto, durante il quale il Ponte del Diavolo venne completamente distrutto. Alla fine della guerra venne comunque ricostruito, anche senza l'aiuto del Diavolo in persona.


 Chiusa la parte storica, ecco a voi la leggenda riguardante il Ponte del Diavolo:

La leggenda narra che anticamente i cittadini di Cividale si riunirono in assemblea per escogitare il modo di costruire un solido ponte in pietra, che congiungesse le due sponde del Natisone.
Non riuscendo a concludere nulla, i cividalesi invocarono il Diavolo. Quest’ultimo si presentò con tanto di occhi rossi, coda, corna, offrendo il proprio aiuto per la realizzazione del ponte, ma pretendendo in cambio l’anima del primo cividalese che vi sarebbe transitato.
L’assemblea accettò le condizioni del Diavolo, il quale in una sola notte edificò la struttura. Ci fu anche l’intervento della madre del Maligno, che trasportò nel suo grembiule un grande masso (su quest’ultimo poggia ancor oggi il pilastro centrale del ponte) e lo depose nel bel mezzo del fiume.
La mattina seguente il Diavolo pretese la ricompensa. Egli venne però ingannato, infatti i cividalesi fecero attraversare il ponte da un cane (o gatto secondo un’altra versione della leggenda). Il Diavolo, infuriato con i cittadini e per l'inganno subito, cercò di distruggere la costruzione, ma una Croce, seguita dal popolo, lo mise in fuga.

Sperando di non avervi annoiato troppo con la parte storica, vi saluto.
A presto!


E. 

21 aprile 2012

Dorian Gray: libro o film?
Decisamente il primo.


Ebbene, ieri sera ho finalmente deciso di guardare la riduzione cinematografica di quella che è l'opera più famosa di Oscar Wilde: Il ritratto di Dorian Gray. Inutile dire che volevo aspettare di voler leggere il libro prima di farlo. Sì, lo so: forse sono rimasto un po' in ritardo con la lettura di un simile capolavoro, ma alle scuole superiori non è che ci facessero leggere granché (quindi la curiosità spesso e volentieri scemava nell'oblio con mio grande dispiacere attuale).
Mi rendo conto di essere in ritardo assoluto rispetto all'uscita del film nelle sale cinematografiche, ma scrivere questa sorta di riflessione male non mi fa.

Veniamo dunque al film.
Il fatto che io abbia letto il libro dovrebbe già avervi fatto capire cosa ne penso. In questi casi, più che di trasposizione cinematografica si tratta di quasi totale trasformazione della narrazione con ulteriori aggiunte di materiale inutile che, contando quanto già narratoci dal caro Oscar, non aggiunge una dannatissima acca, anzi serve a sottolineare l'incompetenza di molti sceneggiatori.
Di seguito solo alcuni dei punti negativi che mi hanno colpito dopo una prima e, a un certo punto, annoiata visione.
Primo: secondo il mio modesto parere si tratta di un film inutile, banale e privo anche di quella magica e malsana atmosfera che circonda il romanzo. E non è aggiungendo qualche scopata e qualche tetta in più che si riesca a far capire quanto fosse perverso il personaggio di Dorian nel pieno della sua scoperta e amplificazione dei sensi. L'autore fa solo intuire cosa quell'eterno giovane possa aver commesso alle persone a lui care e non. E questo, vi assicuro, è molto più che vedersi qualche infimo dettaglio sparatoci in piena faccia. Ovviamente non mi sto lamentando delle scene di sesso accusando la maniera in cui mi hanno scandalizzato, ci mancherebbe, sto solo palesando la loro inutilità assoluta per quanto riguarda questa storia; vedi il rapporto di Dorian con Sybil Vane, completamente privato della purezza dalla quale è fondato all'interno del romanzo.
Secondo: che fine ha fatto la rigogliosa chioma bionda di Dorian?
Terzo: capisco la necessità di spettacolarizzare il tutto, ma era proprio necessario animare il ritratto? Così lo si banalizza e basta. E qui ci si ricollega al prossimo punto.
Quarto: la fine mi ha lasciato con l'amaro in bocca più di qualsiasi altro stravolgimento che ho potuto notare visionando il film. Posso solo dire che in questo punto hanno davvero esagerato.
Quinto: il ritratto parla e urla. Davvero? E da quando?
Potrei continuare all'infinito, solo che rischierei seriamente di tediarvi oltre ogni misura con le mie critiche.

A questo punto posso solo farvi presente che l'unico, e dico l'unico, punto a favore nel film risiede nella figura di Lord Henry Wotton, interpretato da un magistrale Colin Firth. Recitazione davvero ottima, senza tralasciare il fatto che leggendo il romanzo me l'ero immaginato proprio così (sembianze comprese). Forse l'unico elemento positivo che potrebbe valere una vostra eventuale visione del film se ancora non l'avete voluta, o potuta, affrontare.

Ormai di questi tempi assistiamo sempre più a stravolgimenti totali e inutili di opere magistrali (vedi il Beowulf, che mi riprometto di vedere al più presto) che servono al semplice fatto di rendere un'opera appetibile al grande pubblico, come se il grande pubblico debba essere per forza composto da una manica di ignoranti. Certo, dico che sia è molto utile far avvicinare a questi capolavori della storia umana anche le persone che non hanno mai avuto la possibilità di gustarle (per scelta e non), tuttavia critico il metodo fin troppo pacchiano con cui questo delicato tema viene affrontato.
Mi auguro solo che quanti abbiano visto il film senza leggere il romanzo si siano poi avvicinati alle pagine stampate per elogiarle ancora più, mettendo da parte questa insulsa trasposizione cinematografica.
Forse sono stato un po' troppo duro, e probabilmente è così, ma il libro mi ha colpito a tal punto che non potevo esimermi dall'essere il più critico possibile.
Ci rifugiamo nella lettura? Benissimo:
«A pochi di noi non è mai capitato di svegliarsi prima dell'alba, sia dopo una di quelle notti senza sogni che quasi ci fanno innamorare della morte, che dopo una di quelle notti di orrore e di gioia mostruosa quando nelle regioni della mente passano fantasmi più terribili della realtà stessa, fantasmi imbevuti di quella vita ricca di colore che si nasconde nelle cose grottesche e che dà all'arte gotica la sua duratura vitalità, essendo quest'arte, si potrebbe pensare, propria di chi ha avuto la mente turbata dal malanno del reverie. A poco a poco, bianche dita si insinuano attraverso le cortine e paiono tremare. Ombre mute dalle nere forme fantastiche strisciano negli angoli della stanza e vi si acquattano. Fuori, gli uccelli si agitano tra le fronde, si sentono i rumori degli uomini che vanno al lavoro, o i sospiri e i singhiozzi del vento che scende dai monti e si aggira intorno alla casa solitaria come se temesse di svegliare chi dorme e tuttavia costretto a evocare il sonno dalla sua purpurea caverna. I soffici veli di nebbia si sollevano a uno a uno, a gradi le cose riacquistano forma e colore, e noi vediamo l'alba che restituisce al mondo l'antico aspetto. I pallidi specchi riprendono la loro vita di imitazione. I candelabri senza fiamma sono dove li abbiamo lasciati. Accanto, c'è il libro a metà intonso che stavamo studiando o il fiore, sostenuto dal filo di ferro, che portavamo al ballo, la lettera che, per timore, non abbiamo letto o che abbiamo letto troppe volte. Nulla ci appare cambiato. Dalle ombre della notte esce di nuovo la vita che conosciamo. Dobbiamo riprenderla dove l'abbiamo lasciata e a quel punto, pian piano, ci pervade la terribile sensazione di dover continuare a impiegare energia nello stesso monotono circolo di abitudini stereotipate, o anche il desiderio sfrenato che una mattina i nostri occhi si possano aprire su un mondo che nell'oscurità si è rinnovato per il nostro piacere, un mondo dove le cose abbiano nuove forme e colori, siano diverse o abbiano altri segreti, un mondo in cui il passato abbia poca o nessuna importanza, o comunque sopravviva in forme ignare del dovere o del rimpianto: anche il ricordo della gioia, infatti, possiede una sua amarezza e quello del piacere una sua pena. »

Sperando, come sempre, di avervi fatto cosa gradita vi lascio e aspetto le vostre opinioni a riguardo del film.
A presto!


E.

1. Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Garzanti Editore s.p.a., Milano, 1987, pp. 178-9

19 aprile 2012

Ponti d'inefficienza

sottofondo: Queensryche - Bridge


E poi ci sono quei giorni in cui ti svegli e senti fin da subito che manca qualcosa. Non sai cos'è, ma ti senti dentro un vuoto incolmabile.
Riuscirò in quello che ieri mi sono prefissato di fare?
Riuscirò a portare a termine anche solo la più piccola delle cose che devo fare?
Anche solo l'idea di fare colazione ti deprime, ti disgusta. Il fatto di riempire inutilmente quel contenitore vuoto che è il tuo corpo non ti va giù, non riesci ad accettarla. L'alimentazione è una cosa utile, quindi non ti serve, non ci pensi nemmeno.
Ti ritrovi a fissare uno schermo per ore, chiedendoti ogni secondo che passa se è così che hai intenzione di passare la giornata. Avresti così tante cose da fare che solo un decimo di esse ti terrebbe impegnato per buona parte del giorno. Tuttavia non fai niente, e quel poco che fai non serve certo a distrarre la tua mente da quel senso di vuoto che pian piano ti schiaccia come se si trattasse di un blocco di marmo bianco di dieci tonnellate. Ti senti quasi soffocare, è come se di colpo ti mancasse la voglia di andare avanti.
Sai benissimo che tutto ciò per cui lotti ogni giorno ti aspetta sulla scrivania, o sul tavolo da lavoro, e anche se ti ci butti a capofitto non riesci a trovare in esse la spinta giusta che ti ha comunque permesso di arrivare fino ad esse.
Le sigarette si moltiplicano nel posacenere, ma i tuoi pensieri no. Loro sono ancora fissi nell'immobilità in compagnia della quale ti sei svegliato.
Ti trovi a girare per casa con passo svogliato, lo sguardo spento. Negli occhi non c'è quel barlume di luce che rappresenta la tua perenne curiosità verso il mondo.
Come ho potuto ridurmi in questo modo?
Certo, dopo un po' ti rendi conto che magari si tratta solo di una giornata storta. Sai quei giorni in cui tutto ti appare privo di interesse? Quei giorni in cui non va bene niente, in cui sfasceresti tutto quello che hai intorno per il semplice fatto che non te ne faresti niente, in cui i nervi sono a fior di pelle e basta la minima scintilla per provocare un esplosione di rabbia. Ogni tanto può capitare, non ci si scampa. Anche le persone più ottimiste in questo schifo di mondo ne hanno avuta più di una, quindi perché preoccuparsene? Come recita un ben famoso kolossal « domani è un altro giorno ». Semplice, no?
Però a queste cose non ci pensi, e mandi allegramente a farsi fottere la ben famosa Rossella (a un certo punto del film sembra averne proprio bisogno) abbandonandoti nel vortice buio che vedi dinnanzi a te.
Non pensi nemmeno che forse, cominciando poco per volta a non pensarci, potresti passare con dignità la giornata che stai vivendo. No, ti chiudi in te stesso, nel mutismo più assoluto. Non hai neanche voglia di scambiare due parole con i tuoi amici più cari. Rimani lì, fermo e impassibile ad aspettare. Ma aspettare cosa? Che qualcuno ti porga la mano per portarti fuori da tutta quella merda? Che una qualche divinità del cazzo ti offra un calice della sua miglior bevanda?
Mentre ti poni queste ultime domande sei già a letto, angosciato da tutto quello che non sei riuscito a fare, da tutto quello che avresti potuto fare e che ti toccherà affrontare la mattina dopo. Le lenzuola sono pesanti come catene, i pensieri profondi come fosse oceaniche. L'unico destino che sembra presentartisi è l'insonnia. Nonostante tutto, a fatica, riesci a prendere sonno, complice anche il libro che hai deciso di leggere, ma che della parte che hai letto non hai capito assolutamente nulla.
Dormi così un sonno senza sogni che valga la pena di ricordare, tanto riguardano la giornata appena passata e le tue paure legate ad essa. Tutto è andato male, e anche il sonno non è da meno.

La mattina dopo ti svegli di buonora anche senza aver messo la sveglia e ti precipiti in qualunque cosa tu abbia da fare. E ti riescono bene, fin troppo bene; così bene che arrivi al punto di pensare che la giornata precedente forse è servita come serve a una pila essere ricambiata (o ricaricata) ogni tanto. Cominci a vedere quello schifo di giornate come delle pause forzate che la tua testa ha bisogno di prendersi per tornare più in forma che mai.
Bello, certo, ma se certi pensieri si potessero evitare forse non avresti così tanta paura di quei giorni, di quei ponti di inefficienza che sembrano essere talmente obbligatori da non poterne fare a meno.
Gran cosa la mente umana, peccato che quando ci si mette sa mettertelo nel culo come nessun altro.


E.

17 aprile 2012

Leggende friulane
Le due sorelle
(versione in rima)



Come promesso nella scorsa puntata di questa rubrica, eccovi la versione de Le due sorelle in rima. La leggenda è stata narrata in poesia dalla Principessa Teresa Maria Beatrice della Torre-Hofer-Valsassina (1817-1893), castellana di Duino.
Il testo che leggerete non l'ho trovato su un libro, ma sul blog Carso segreto di Franco Tauceri (che ovviamente ringrazio ancora per avermi permesso di pubblicarlo). 

Dell'alta costa - al piè giacenti,
In nivea tinta, - qual per incanto,
Quasi fantasmi - dal mar sporgenti,
Vedi due massi - l'un l'altro accanto
Sbattuti e rosi - dall'onde felle;
Sono due scogli - e fur sorelle. 
Antica voce - narra, che a sera
Ognor tornando, - due giovanette
Lievi moveano - sulla riviera,
Il mar fissando - mute e solette.
Eran sì bianche - eran sì belle!
Né mai disgiunte; - eran sorelle. 
Qual fu la speme, - quale il desio
Sempre deluso - che in lor ardea?
Che avvinte insieme - su quel pendio
All'orlo estremo - ahi, le traea?
Noto al mar forse - ed alle stelle
Era il mistero - delle sorelle. 
Ma un dì che furo - all'irta sponda,
Sempre aspettando - chi non venia,
Un nembo surse - e giù nell'onda
Insiem travolte - se le rapia!
Giacquero immote - le poverelle
Unite sempre - perché sorelle. 
Ed ora, quando - il firmamento
Pallido fassi - e il sol s'adima,
Nel mar tuffandosi - già sonnolento,
Delle due rupi - sull'ardua cima
Brillan cerulee - doppie fiammelle;
Sono gli spiriti - delle sorelle. 
Deposto il remo - il pio nocchiero,
Con gli occhi fisi - e ai lumi intenti,
Volge pietoso - il suo pensiero
Alla memoria - delle innocenti,
Pace pregando - alle sorelle;
In vita e in morte - sempre gemelle.

Inutile dire che, se siete a conoscenza di altre versioni delle leggende che vi propongo siete come obbligati (se volete) a segnalarmele così che io possa pubblicarle, anche per una maggior completezza della rubrica stessa.
A presto!


E.

13 aprile 2012

12/04/2012
Rhapsody of Fire
live @ Estragon, Bologna


Questo non sarà il solito resoconto di un concerto. Non ci saranno lunghe parti discorsive, infinite considerazioni personali sulla bravura o meno delle band e sulla tecnica musicale dei singoli componenti.
Questo è un resoconto in versi. Non so dirvi nemmeno io come mi sia venuto in mente di proporvelo in questo modo, so solo che mi è uscito così, senza fatica. Ma bando alle ciance, e lasciamo la scena al medieval bardo!

Verso Bologna viaggiamo,
comodi a condurre i nostri carri d’acciaio,
per poter audire
un po’ di sano metallo nostrano.

12


Candalpuerco!
A cinque minuti dalla destinazione
fermi in coda per manifestazione.

3

Fortuna vuole, in quattro e quattr’otto
riusciamo a procedere arrivando
per primi nel bolognese loco
in culo al tempo piovoso.

4

Si aprono le porte,
i bardi raggiungono le prime file,
e i nostrani Bejelit infuocano la scena.
Tutto regolare, se non ché,
nel bel mezzo dell’esibizione,
il cordame del chitarraio,
preso da troppa pressione,
cede un po’ facendo emettere strani suoni.
Il pubblico capisce e,
incitato dall’italico cantore,
con un «1,2,3… CAZZO, SANDRO!»
il problema è risolto senza indugi.
Ancora una canzone e il cantore,
preso da sana follia,
toglie il giubbotto
rivelando un sempre sano motto.

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I Bejelit abbandonano il palco,
lasciando la scena a tali Kaledon,
i quali, con il di loro metallo di potere,
annoiano non poco il vostro fido bardo (peccato davvero).

8

Dopo un’oretta di noia noietta,
che ci possiamo fare,
il momento è finalmente giunto
e dalla prima fila si levano molte grida,
tutte per la vera attrazione della serata.

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Dopo un’introduzione d’atmosfera
il palco si infiamma
e un’esplosione di suono investe il vostro bardo
facendolo urlare di piacere ed emozione.

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Una canzone dopo l’altra
il Re Lione affronta,
lasciando, con la sua bravura,
il pubblico a bocca aperta.
Cori da torneo di cavalier, incitamenti e adorazioni,
questo è un concerto, non una battaglia.
Lì in mezzo siamo tutti fratelli,
pronti a elogiare e supportare questi intrepidi musici
di terre vicine e lontane.

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Il batteraio fa il suo assolo,
e pure il bassista ci pensa per bene
proponendoci una sua elaborazione
di una certa toccata e fuga in re minore.

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Dopo mille cori,
dopo due decine di canzoni,
dopo urla ed esultanze varie,
ormai giungiamo alla fine,
sapendo per certo che il gruppo
ha dato quello che ci aspettavamo
e che volevamo sentire.
Lode e gloria a questi bardi musici!

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Ed eccoci alla fine di questo strano resoconto.
È stata una serata a dir poco epica e coinvolgente, con un finale degno di sé (vedere le ultime due foto per credere!).

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Per avere un'idea di quella che è stata l'esibizione dei Rhapsody of Fire vi rimando al video girato da Lola e che abbiamo caricato sul mio canale.


E.

10 aprile 2012

Leggende Friulane
Le due sorelle


Ormai il martedì è diventato il giorno dedicato alle leggende della mia terra. E questo è un bene, quando si dà il via a una nuova rubrica è meglio darsi dei giorni ben stabiliti per pubblicare. È questo che voglio: far diventare questa serie di post un appuntamento fisso che possa allietarvi verso la metà della settimana. Cosa c'è di meglio che tornare a casa dopo una giornata di lavoro e leggersi in santa pace una buona leggenda frutto di centinaia d'anni di tradizione scritta e orale?

La leggenda di oggi è ambientata a Duino (Devin in sloveno e Tybein in tedesco), un piccolo comune costiero in provincia di Trieste, il cui castello e centro storico sono affascinanti come pochi.
Essendo Duino un paese costiero, le sue leggende non possono fare a meno di prendere in esame il regno dei mari e l'alone di mistero del quale è avvolto da quando l'uomo ha cominciato a fantasticare sul suo conto. Una fonte inesauribile di racconti e misteri che, viste le sue profondità, probabilmente non si esaurirà mai.
Ecco a voi, quindi, la leggenda de Le due sorelle:

Chi percorra la costiera, all'altezza di Duino, rimane colpito dalla presenza di due scogli aguzzi chiamati le « due sorelle ».
Molto tempo fa sulla riva apparivano ogni sera due fanciulle di una bellezza che lasciava senza respiro. Camminavano sempre silenziose, l'una accanto all'altra, evitando ogni contatto. Spesso, verso il tramonto, si soffermavano a lungo per osservare il gioco dei colori che la luce del sole accendeva sull'acqua.
Tutti si domandavano perché le fanciulle guardassero con tanta nostalgia verso il mare aperto, quasi attendessero qualcuno, ma nulla si sapeva di esse se non che erano sorelle.
Una sera, mentre stavano in riva al mare, immerse nei loro pensieri, un'onda enorme le ghermì trascinandole sul fondo.
È da quella sera che, quando il mare s'ingrossa nelle giornate cupe di maltempo, sugli scogli risplendono riverberi azzurri. -Sono gli spiriti delle sorelle- dice la gente di Duino che, quando passa in barca davanti agli scogli, solleva i remi e guarda in un silenzio raccolto quelle cuspidi di roccia.

Vi informo ancora sul fatto che sto lavorando ai post gemelli su Cividale del Friuli. I lavori procedono alla grande e sono molto ansioso di poter pubblicare, anche se mi sa tanto che dovrete aspettare ancora un po' (la fretta non sta dalla parte dei lavori fatti bene).
La prossima settimana, invece, pubblicherò una seconda variante de Le due sorelle, questa volta in rima.
Sperando di avervi fatto, come sempre, cosa gradita,
a presto!


E.

1. Anton von Mailly, Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie, Editrice Goriziana, Gorizia, 1986, p. 59

8 aprile 2012

Pasqua 2010 - Pasqua 2012
Baby, Jude


Si sa di come certe voglie saltino fuori dal nulla e ci avvolgano completamente i pensieri, diventando così il chiodo fisso che animerà tutti i pensieri di quel nostro frangente di vita. Meglio ancora quando si tratta di voglie riguardanti compiti o piaceri mai portati a compimento e ai quali a stento abbiamo scelto di rinunciare.

Ecco, l'altro giorno mi sono ritrovato a commentare un post di Turista di Mestiere riguardante la città di Berlino. Ovviamente, da buon appassionato di colonne sonore e musica anni '20 e '30, non sono riuscito a non citare Marlen Dietrich con la sua Das Ist Berlin. Subito dopo mi sono messo ad ascoltare la canzone un paio di volte, letteralmente immergendomi nella Germania degli anni '20 e sentendo nei miei polmoni l'aria di crisi, di sconfitta, di fuliggine e pre-nazismo.
Mi sono ritrovato così a pensare a Baby, Jude. A quel racconto ferocissimo e mai portato a termine iniziato il giorno di Pasqua del 2010 (4 aprile).
Subito si sono fatti avanti mille dubbi e paure: paura di ricominciare a lavorarci e non riuscire a finirlo, dubbi riguardo ad una eventuale riscrittura delle nove parti pubblicate per poi andare avanti definitivamente, paura che si possa rivelare essere un terribile fiasco. Mille pippe mentali che, anche in questo momento, mi arrovellano il gulliver.
Sinceramente, non so che fare. Il tasto per stampare il materiale già scritto è lì, basta schiacciarlo e una prima correzione/riscrittura potrà cominciare.

Il tasto è lì, il file è già aperto (cosa che non accadeva da un po' di tempo). Bisogna solo decidere cosa fare.
Intanto mi riascolto la casa Marlene.




E. 

5 aprile 2012

Di quando un folletto e un computer hanno di che parlare


Un'altra giornata è finita.
Un'altra giornata fatta di università, libri, caffè al bar, quattro chiacchiere con i compagni di corso e autobus è terminata.
Come in ogni giornata infrasettimanale la sera la passo al computer facendo ricerche, scrivendo o semplicemente guardando un film cazzeggiando alla grande. In questo modo lascio un po' da parte il sonno, ma alla fine è l'unica soluzione se voglio avere la possibilità di farmi un po' di cazzi miei dopo una lunga giornata passando a imparare.
Distrattamente guardo l'ora. Cazzo! Sono le due di notte. La fine del cazzeggio ormai è giunta, meglio andare a dormire.
Spengo il computer, lo stereo e la lampada da tavolo. Mi stendo a letto, tranquillo e pacioso, e leggo qualche pagina di uno dei numerosi libri che affollano il comodino. Mezz'ora dopo spengo la luce e mi metto finalmente a dormire.
Pace. Silenzio. Ancora per qualche ora finché non mi toccherà iniziare una nuova giornata.

DUENDE: Ehi, ci sei?
DORIAN: Certo che ci sono, dove vuoi che vada. Mica c'ho le gambe.
DUENDE: Sì, sì... lo so bene. Pensa che io le gambe le avrei anche, ma 'sto cazzo di supporto per farmi stare in piedi mi impedisce anche di fare due passo dopo aver lavorato.
DORIAN: Perché, tu lavori?
DUENDE: Certo, cosa cazzo credi che ci stia a fare qua tutto il giorno?
DORIAN: No, scusa, è che io sono completamente nuovo di qui. Devo ancora abituarmi alla scrivania del padrone.
DUENDE: So benissimo cosa si prova. Anche se, a dire la verità, l'unica cosa che mi preoccupa in questa vita di immobilità è non perdere il lavoro.
DORIAN: In che senso?
DUENDE: Vuoi dirmi che non sai di cosa sto parlando?
DORIAN: In effetti no.
DUENDE: Te lo spiego: io, a detta del padrone, sono quello che dà ispirazione agli scrittori (o musicisti che siano).
DORIAN(facendo una rapida ricerca): Ah, giusto, tu sei quello a cui sono stati dedicati un sacco di post compreso questo.
DUENDE: Esatto, sono il famoso Duende nominato anche da Lorca.
DORIAN: Che figata!
DUENDE: Eh, non direi.
DORIAN: Come no. Tu sei quello senza il quale il padrone non potrebbe nemmeno scrivere il più banale dei suoi post; senza contare una qualsiasi feccia di racconto.
DUENDE: Sì, fino ad ora. Posso essere completamente sincero con te?
DORIAN: Sei il più anziano tra i due. A dirla tutta mi sorprende il fatto che tu non ti faccia dare del voi da un giovincello come me.
DUENDE: Avevo quasi la tentazione di fartelo fare, poi ho deciso che non è così che funziona su questa scrivania. Comunque, stavo dicendo.
DORIAN: Sì, continua.
DUENDE: Sono preoccupato da te.
DORIAN: Da me?
DUENDE: Lasciamo finire. A Cupertino non te la insegnano l'educazione?! Stavo dicendo, sono preoccupato da te. Tu non sei una semplice novità (come ce ne sono state tante con il passare degli anni), tu per il padrone sei La Novità. Non so se sono stato abbastanza chiaro.
DORIAN: In effetti no.
DUENDE: Uff... odio ripetermi. Non ti sei ancora reso conto che tu sei stato un suo sogno per molto, forse troppo, tempo? Adesso sembra essere accecato da te e dalla tua bellezza. Sembra che non gli importi più di niente oltre che di te. E questo mi fa paura. Ho paura di non sentire più la sua voce che chiede il mio aiuto, ho paura di non essergli più utile in alcun modo.
DORIAN: Ma non devi...
DUENDE: Lasciami finire, cazzone pieno di arie. Ora per lui tu sei tutto, il suo strumento di lavoro definitivo. Lo so, glielo leggo negli occhi. Ti ha comprato proprio per questo, e mi trovo ad essere geloso del suo intelletto, dei suoi pensieri e provo una nostalgia assassina per quei lunghi dialoghi che ci facevamo. (comincia a piangere)
DORIAN: Posso parlare ora?
DUENDE (voce rotta dai singhiozzi): Possibile che tu non riesca a capire quando un vecchio folletto ha bisogno di rimanere in silenzio a piangere su ciò che gli rimane del suo glorioso passato?
DORIAN: Posso?
DUENDE: Uff... se proprio devi.
DORIAN: Grazie. Posso dire solo una cosa: so di essere nuovo e bello, e anche molto utile. Non che io me ne vanti, ma è così. Però non penso che il padrone sia così sprovveduto da metterti da parte in mio favore. Tu sei una parte importante del suo passato, presente e perfino del suo futuro.
DUENDE (asciugandosi gli occhi): Dici sul serio?
DORIAN: Certo. Noi possiamo essere una grande squadra. L'importante è che ognuno sia ben conscio sia della propria utilità che dei propri limiti. Dobbiamo fare il bene del padrone, quindi non dividiamoci proprio ora che è riuscito a formare una grande squadra.
DUENDE: E quale sarebbe questa grande squadra?
DORIAN: Noi tre ovviamente.
DUENDE: Mi piace...

Quella notte Dorian e il Duende dormirono tranquilli. Il più vecchio dei due sognò un grande futuro per il suo padrone, ma solo dopo aver fatto una buona spipacchiata in vista del sonno.
Quella notte tutti e due dormirono tranquilli. Il Duende con il suo solito, bellissimo e terribile sorriso stampato in faccia.
La mattina dopo decisi di sistemarli così. Che dite?



Siamo ridotti così male che anche un finto folletto fa pensieri riguardo alla vecchiaia ed esprime le sue paure riguardanti un possibile (ma impossibile) licenziamento prima del raggiungimento dell'età pensionabile.
Buona giornata a tutti!


E.

3 aprile 2012

Leggende Friulane
La veste della giovane morta


Eccoci qui con un'altra leggenda friulana.
Quest'oggi siamo a Trieste, città che, come tutto il Friuli, è ricca al suo interno delle più svariate leggende riguardanti sia il mondo reale che quello della superstizione.
Con questa leggenda impariamo una grande verità: il morto è morto, meglio non disturbarlo con i nostri sciocchi desideri mortali.
Non a caso il testo che vi propongo oggi ha un argomento in comune con quella della settimana scorsa (link): una sorta di sacralità e il potere derivato dalle vesti appartenute o che si trovano sotto l'influenza di un defunto.
A voi la leggenda:

«In Cittavecchia, a Trieste, viveva una sartina chiamata Ninetta. Una volta fece una scommessa: durante la notte sarebbe riuscita a tagliare un pezzetto del vestito di una morta nella cappella mortuaria sul colle di San Giusto per poi portarlo a casa. Così s'incamminò. Raggiunta la cappella del Cimitero vi trovò la salma di una giovane defunta e velocemente le tagliò un lembo dell'abito. Poi corse a casa e vi arrivò quando ormai suonavano le undici. La sartina mise il pezzo di stoffa in una scatola e si coricò. A mezzanotte fu svegliata da un rumore sinistro che la fece alzare nel letto e guardarsi attorno. In quell'istante la porta della camera fu spalancata e lentamente entrò la morta di San Giusto.
La povera Ninetta rimase pietrificata dalla paura mentre l'altra avanzava dicendo: «Perché mi hai derubata? Ora dovrai ricucire il lembo di stoffa proprio dove l'hai tagliato!». Ninetta tutta tremante prese il pezzo di stoffa dalla scatola e, come meglio poté nella sua paura, lo ricucì. Dopo l'ultimo punto il fantasma scomparve.
Il mattino dopo Ninetta fu trovata  stesa per terra, ancora in camicia, nel mezzo della camera. In mano teneva l'ago e lo agitava in aria: era uscita di senno.»

E qui la domanda di rito: cosa ne pensate di questa storia appartenente alla tradizione popolare? Se volete fatemelo sapere.
Vi informo da subito che sto lavorando ad un paio di post che ritengo, per quello che valgono, abbastanza interessanti, sia da un punto di vista storico ché di tradizione popolare. Un solo indizio: Cividale del Friuli. Ovviamente non saranno i prossimi post che pubblicherò, in quanto necessitano di un lungo lavoro anche di documentazione per poter finalmente vedere la luce su questo blog.
A presto!


E.

1. Anton von Mailly, Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie, Editrice Goriziana, Gorizia, 1986, p. 55

1 aprile 2012

Lettera aperta a direzione e redazione di Frews


Oggi niente libri, niente racconti, niente estratti da grandi romanzi, niente grandi canzoni, niente poesie, niente citazioni, niente prove di strumenti di scrittura, niente leggende, niente fatti storici.
Di seguito potete leggere la mia lettera di dimissioni da quel tentativo di quotidiano on-line che era Frews (l'utilizzo del tempo al passato non è casuale). Quello che leggerete in realtà non sarebbe servito per licenziarmi dal progetto, la lettera è una pura formalità, ma nel momento in cui la decisione mi fu chiara ho sentito il bisogno di scrivere le seguenti tre pagine (almeno su Pages sono tre pagine).
Vi dico subito che ho già inviato la lettera a chi di dovere. E, soprattutto vi informo che chi di dovere è già stato informato sulla mia volontà di pubblicare il testo su questo blog (quanto adoro le Creative Commons).
A voi.

Ancora non riesco a credere al fatto che il primo documento scritto su Pages sia proprio questo. Non un racconto, non una poesia, ma questo. Tuttavia è una cosa che sento di fare, anche solo per correttezza verso coloro con i quali ho prestato i miei servigi in quanto volontario.
In quest’ultima decina di mesi ho svolto il compito di webmaster per il blog Frews. All’inizio mi sembrava una bella idea quella di provare a dare vita ad un nuovo quotidiano on-line privo di ogni filtro costituito dalla politica, dai soldi e dalla religione. Un blog sul quale fare informazione vera citando fonti, documentandosi a dovere e trovando nel complesso compito di informare (sempre più difficile in Italia) il rispetto di quello che è il più fondamentale dei principi in questo settore: la libertà.
All’inizio sembrava andare tutto bene, c’era solo un po’ troppa fretta di cominciare. Comunque il lancio avvenne senza troppi problemi, anche dal punto di vista grafico. Ero così entusiasmato dal progetto che mi ritrovai a lavorarci anche durante le due settimane di ferie che mi ero concesso, modificando codici su codici e perdendo svariate diottrie sulle migliaia di righe di codice html che formavano il nostro primo layout.
Tempo qualche mese e cominciai a vedere che i miei consigli riguardanti la partenza del quotidiano non venivano ascoltati e, ancora più importante, mi sentivo un pesce fuor d’acqua: si preferiva la quantità alla qualità per quanto riguarda il materiale offerto ai lettori. Si era persino cominciato a reclutare redattori su redattori senza, forse, sincerarsi sulla loro effettiva capacità di scrivere post utili e privi al loro interno di opinioni personali (dannose per un’informazione degna di questo nome).
In questi ultimi mesi si è arrivato al culmine: articoli privi di documentazione, fatti di cronaca completamente stravolti dalle opinioni personali, articoli a volte completamente inutili, fatti storici raccontati per metà oppure distorti anch’essi dalle maledette opinioni dello scrivente. Neanche si trattasse di un blog personale in cui una persona, sempre rischiando figuracce, è comunque libero di esprimere anche le sue opinioni più infondate. Ho persino letto giustificazioni che tiravano in ballo il poco tempo a disposizione (scusa non valida dal mio punto di vista, visto che un impegno del genere richiede tempo e non una dannata fretta di pubblicare). Nemmeno io ho molto tempo a disposizione, pur essendo ancora uno studente universitario (parrebbe strano a certe persone, ma esistono ancora universitari che si fanno il mazzo), ma non mi sognerei mai di pubblicare stronzate quando decido di scrivere qualche articolo di cronaca o a sfondo storico per il mio blog. Qualche volta ho commesso degli errori, e non mi servirebbe aggiungere che in quei casi rettifiche e scuse non si sono fatte attendere.
Ho saputo, oltretutto, che entro o dopo Pasqua ci sarebbe l’idea di registrare la testata. Per come la vedo io, prima di effettuare tale operazione bisognerebbe rivedere un attimo la situazione in cui versa la redazione, forse fin troppo libera e che, consentitemelo, scrive un po’ quel cazzo che vuole (ben lontana dal concetto di informazione libera per come lo intendo io, che mi pare di aver spiegato qui sopra). Dico solo che una redazione amatoriale dovrebbe comunque essere “addestrata”, nel senso che un quotidiano on-line (o mera imitazione di esso) non è comunque un blog personale, nel quale le opinioni personali danno senza dubbio nome alla tipologia di sito web (ma questo mi pare di averlo già spiegato in questa lettera).
Dunque, per i motivi elencati poco sopra, ho finalmente deciso di cessare la mia attività su Frews. Mi spiace immensamente e posso solo dire che questa decisione è il frutto di qualche mese di riflessioni a riguardo. Semplicemente non voglio più che il mio nome sia ancora legato al progetto del genere visto il modo in cui sta andando avanti.

Già immagino la risposta standard: «Be’, allora perché non hai scritto con costanza così potevamo ammirare la tua maestria?» Voglio solo dire che non sono né un maestro né un presuntuoso cocco o cocca che maschera le schifezze che scrive con l’etichetta “parere personale”. Dico solo che leggere certe cose toglierebbe la voglia di scrivere anche ai polli (i riferimenti a un certo post che ultimamente ha creato molto scalpore sono puramente casuali).
Ripeto, non voglio fare il maestro, ma penso che la mia esperienza quinquennale di blogger, e soprattutto gli errori commessi in passato, mi diano il diritto di consigliare i meno esperti nel settore.

Come ultimo punto vi informo che mi sono riservato il diritto di prelevare da Frews il mio articolo su Halloween e di cancellarlo da tale sito. In seguito mi riserverò il diritto di pubblicarlo sul mio blog personale (Emanuele Secco’s Blog), in quanto la licenza Creative Commons alla quale sono legato permette di riservarmi i diritti riguardanti ciò che scrivo.
Voglio inoltre informarvi che questa è una lettera aperta e che anch’essa verrà pubblicata sul mio blog personale (come succede con tutte le lettere aperte che scrivo).

Vi saluto e vi auguro buona fortuna, sperando che questi miei ultimi consigli vi siano utili.
Saluti,


Emanuele