29 marzo 2012

Folkstone - Nebbie

Ovvero, come trovare un sound vincente e farsi riprodurre ad nauseam su iTunes


I Folkstone sono una delle novità musicali, per quanto riguarda la mia libreria musicale, riguardanti l'annata 2011/2012. Il loro sound, nato tra un perfetto connubio di strumenti elettrici e medievali, è un qualcosa che non può far altro che farsi ascoltare. Senza parlare del fatto che i testi sono completamente in italiano, cosa per la quale hanno tutta la mia stima (ci vuole coraggio a proporre testi in italiano in un mondo musicale dominato dall'inglese).
Non sono la classica band folk/metal. Certo, alla prima impressione è proprio questa la definizione che potrebbe venirci in mente, ma scorrendo di canzone in canzone emergono alcuni tratti che rendono questa band una delle più interessanti realtà italiane per quanto riguarda la scena metal/rock. Diciamo pure che per questa band non vale il detto che la prima impressione è quella che vale.

La prima volta che li ho visti dal vivo è stata, per la precisione, l'estate scorsa a Zevio (VR) in occasione del Goose Festival. Quest'anno, appena arrivata la notizia di un loro concerto in quel di Villafranca di Verona, non ho avuto il minimo dubbio su quale avrebbe dovuto essere il mio impegno per quella data; che poi l'esibizione fosse prevista in occasione della festa di san Patrizio, be', è stato solo una variabile che mi ha aiutato nella scelta.

Oggi sono qui per farvi sentire il loro ultimo singolo, tratto dal loro ultimo album Il Confine. Dico solo che l'intera discografia dei Folkstone, da un paio di settimane, impazza sul mio iTunes.
Buon ascolto!



Non parlar
Se del mio profondo non sai
Irae indulgere
Il saggio non è giudice
Se ancora non conosce i miei perché
Tu vorrai
Ma nel tuo inganno tu non mi avrai

Nebbie sovrastano le mie città
Le assolute verità che mai indosserò



E visto che non riesco a non farvene sentire un'altra, ecco a voi Omnia Fert Aetas, grandioso pezzo tratto anch'esso da Il Confine e che non riesco proprio a togliermi dalla testa.




E.

28 marzo 2012

Leggende friulane
Il grembiule delle lacrime





In questi giorni ho ripensato al fatto che a fine ottobre avevo cominciato a pubblicare qualche leggenda friulana (uno e due). Per motivi di tempo, e soprattutto per colpa della sessione di esami di gennaio, mi era proprio passato di mente il fatto che mi fossi messo in testa di portare alla vostra conoscenza questo lato della tradizione friulana.
Ma bando alle ciance!
Oggi tocca alla leggenda istriana (ricordiamo che una volta l'Istria era territorio veneto/friulano) riguardante il grembiule delle lacrime. Un'ulteriore testimonianza di come, nella tradizione, si sia sempre data molta importanza al mondo del soprannaturale e, soprattutto, al rapporto dei viventi con i loro cari estinti.
A voi la leggenda:

«In un paese dell'Istria una madre aveva perduto l'unica figlia. La poveretta non riusciva a trovare conforto e piangeva e piangeva asciugandosi gli occhi col grembiule.Una notte le apparve nel sogno la figlia morta; le chiese di non piangerla più e di recarsi invece all'altare della Madonna dove avrebbe trovato conforto. Disse anche che doveva lasciare nella chiesa qualsiasi cosa che le fosse capitato di perdervi.
Il giorno seguente l'infelice madre andò in chiesa e pregò davanti all'altare della Madonna. Quando se ne andò le cadde il grembiule con cui si era asciugata tante lacrime. Non lo raccolse e da allora non si disperò più.»

Le prossime leggende che posterò riguarderanno ancora il rapporto dell'uomo con i propri morti e, soprattutto, di come questi vengano in qualche modo addolciti dalla presenza di una superstizione comune, o religione che dir si voglia. Poi ogni tanto ci sta la variazione del tema, dico solo che ho un volume intero di storie friulane.
Sperando di avervi fatto cosa gradita,


E.

1. Anton von Mailly, Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie, Editrice Goriziana, Gorizia, 1986, p. 56

26 marzo 2012

Qualche novità non guasta mai.
Tra concorsi e nuovi acquisti.

sottofondo: Rhapsody of Fire - Dawn of Victory


È esattamente una settimana che non pubblico niente. Vergogna, vergogna, vergogna!
Il fatto è che ho così tanto da fare da non riuscire a stare dietro a tutto con la costanza che vorrei. Di questo ne stanno subendo le conseguenze scrittura, lettura, componimento di brani per il gruppo e molte altre attività.
Va be', ormai il semestre è già bello che avviato, meglio quindi concentrarsi, nel poco tempo libero a disposizione, su tutte le cose che sto portando avanti.

Oggi non sono certo qui per tediarvi con i miei problemi di tempo, ma per informarvi riguardo a un paio di novità che sono successe tra ieri e oggi.


1. Concorso Dedicare un racconto al proprio autore preferito

Ricorderete senz'altro, o almeno spero, che qualche post fa vi avevo parlato del concorso portato avanti dal blogger Ferruccio Gianola e al quale avevo deciso di partecipare con il racconto Charles Bukowski.
Ebbene, l'ho vinto! Primo in classifica per quantità di voti!
Devo dire che stamattina è stata una vera e propria botta aprire il suo blog e scoprire di essere arrivato primo su almeno una trentina di racconti. Spero che la gioia che provo si riesca a evincere da queste parole, perché non riesco a trovare un buon modo per descrivervi le emozioni che provo. Posso solo ringraziarvi per aver scelto di votare il mio raccontino; veramente, mi avete reso uno degli uomini più felici sulla faccia della Terra.
Vorrei ancora fare i complimenti a tutti gli autori che hanno partecipato all'iniziativa, c'erano dei racconti veramente belli.
Nota: in questi giorni vedrò di dedicare al racconto un post a parte, così da poterlo inserire una volta per tutte nell'elenco accessibile dal menù di testata.


2. Dorian

Ieri mattina, dopo mille e mille peripezie, sono finalmente riuscito a chiudere quello che io chiamo Ciclo delle 150 ore con l'acquisto di un iMac da 21.5".
Erano anni che ne desideravo uno e finalmente in questi mesi ero riuscito a racimolare, grazie al lavoro svolto nella biblioteca di Romanistica della mia facoltà, i soldi necessari per tale acquisto.
Se devo essere sincero non mi rendo ancora conto di averlo comprato. Penso comunque che l'abitudine nel vederlo troneggiare sulla scrivania mi porterà prima o poi a crederci veramente.
Sinceramente: non ho mai provato un tale comfort rimanendo seduto davanti al computer. Lo schermo è grande, bello. I colori sono nitidi e gli occhi non si stancano. Una vera delizia per gli occhi e per la scrittura.
Mi sa tanto che il caro Dorian (questo è il nome provvisorio che ho dato al caro iMac) riuscirà a convincermi a tornare a scrivere principalmente su computer, pur non tralasciando gli altri strumenti a mia disposizione, dato che la tastiera sembra proprio essere stata ideata per essere usata da chi scrive per mestiere o anche solo per passione. Chiariamoci bene: non mi sognerei mai di abbandonare le mie fide Faber-Castell o la tanto cara Lettera 25.
Che dire, se proprio non riuscirò a trovargli un nome che mi soddisfi appieno proverò a contattarvi, che dite?


Bene, penso che per oggi sia tutto; direi che queste due novità, un giorno dopo l'altro, bastino per ora.
A presto!


E.

19 marzo 2012

I piccoli piaceri della scrittura.
Faber-Castell acquista punti.


Forse vi starete chiedendo che senso abbia la foto qui sopra. Lasciamo perdere il significato legato alla scrittura in senso universale (ecco che comincio a tirarmela).
Be', oltre ad aver citato altre immagini legate alla scrittura a mano, una più magnifica dell'altra, la foto racchiude la mia ultima scoperta in campo scrittorio (scoperta che mi sta garbando parecchio).
No, non parlo della riscoperta della scrittura a mano; quella è già avvenuta grazie alle fide Moleskine.
Posso esprimere il senso della fotografia con una sorta di operazione matematica:
Moleskine + matita Faber-Castell GRIP 2001, durezza B
Dico solo che le quattro pagine scritte durante la prova matita sono scorse via che era un piacere. La mano, ancora non proprio a posto (leggete qui), non si è lamentata per nulla. In poche parole, è stato un piacere che tante e tante penne non sono riuscite a darmi in egual misura.
Arriviamo alla questione riguardante la durezza della mina: in altri tipi di carta, e strofinando con un po' di forza, la graffite sbava un po'. Sulla carta della Moleskine, invece, non ha fatto la benché minima sbavatura, nonostante io tenessi la mano sul foglio mentre scrivevo (qualche minima sbavatura si presenta solo quasi strappando il foglio da quanta forza si mette nello strofinare).
Il mio prossimo esperimento riguarderà delle matite con mina un po' più dura, così da riuscire a evitare definitivamente ogni più piccola sbavatura.

Per finire vi lascio con un'altra istantanea ritraente la scrivania sulla quale trova spazio la mia passione.


Dunque la mia ricerca riguardo alle tecniche di scrittura più comode e che allo stesso tempo evocano le parole lette e rilette in mille libri dei nostri scrittori preferiti va avanti senza sosta. E ora siamo arrivati alle care carta e matita che ho ben adorato leggendo Festa Mobile del caro Ernest (e intanto il caro Duende mi fa l'occhiolino dalla sua posizione accanto allo stereo).
A presto,


E.

14 marzo 2012

Cliente n° 30

92_FemmeFatale_Sinistral

Lei era al bancone, a pochi metri da me, puntandomi. Beveva uno shot dietro l’altro, come se le fosse rimasto solo quello. Sembrava non aver vita. Espressione anonima e occhi spenti. Era dentro il bar da almeno un’ora, e la decina di shot trangugiati sembravano non avere il minimo effetto su di lei. Si sosteneva completamente sulle braccia, ultime colonne d’Ercole prima della caduta a testa in giù sulla moquette. Sembrava essere intenzionata a starsene a bere ancora per un bel pezzo, sempre che non si fosse presentata un’occasione più allettante per passare la serata.
La osservavo. Davanti a me l’ultimo whisky prima di mettermi al lavoro. Un’ambrata vena di calore prima dell’istante fatidico. Una vecchia abitudine dura a morire, come certi mestieri del resto. Eppure, per quanto mi stessi sforzando di seguire le regole, sapevo che questa volta non sarebbe stato semplice. Le donne sono in possesso delle armi più letali al mondo, e lei le stava usando tutte.
Continuai a osservarla ancora per qualche minuto. Ordinò un altro shot, e come con i precedenti passò la lingua sui bordi del bicchiere, fissandomi ardentemente prima di scolarselo in un colpo. I suoi occhi trasudavano sesso lontano un miglio. La sua lingua sembrava pronta a entrare in azione.
Sembrerà impossibile, ma anche a quelli come me riesce a rizzarsi l’uccello davanti ad un simile spettacolo. Non siamo fatti di ghiaccio. Se c’è da fare un lavoro lo si fa, il guaio è che il cliente non si mette mai a farti annusare la fica per fartene venir voglia.
-Ehi, tesoro-, disse quella voce piatta, -che ne dici di farmi un po’ di compagnia?-
Erano passati appena cinque minuti da quando me l’aveva proposto per la prima volta e io avevo fatto finta di niente. Non potevo cedere alla voglia di scopare. Mi dispiace ma non si fa così. Con questo secondo invito la cosa cominciava a farsi molto più difficile. La ripetitività cominciava a fare a pezzi il mio autocontrollo, mandando via via in frantumi la lunga carriera fatta di regole mai violate. Di sicuro Jack non sarebbe stato orgoglioso di me, ma in fondo non si poteva rimanere indifferenti di fronte a quel corpo. Bocca perfetta per tirare pompini. Dio, quanti uomini avrà soddisfatto nella sua vita.
-Ehi, dico a te-, questa volta alzò la voce, -vieni qui! Ho una certa voglia.- Il barman sembrò non aver udito nulla. Forse era abituato alla spudoratezza di quella puttana.
Ah, ‘fanculo, pensai. Un pompino non mi avrebbe fatto male, anzi. Avrebbe solo allietato l’ennesima serata lavorativa.
Chiamai il barista e feci portare alla signora due shot di Wild Turkey. Da quello che avevo capito era il suo preferito, e anche il mio.
Lentamente mi alzai dallo sgabello e, con passo sicuro, mi diressi verso la pollastra. Niente da dire: indossava una camicetta rossa aperta quel tanto da lasciar intravedere i seni grossi e morbidi, scarpe col tacco e una minigonna nera che lasciava in bella mostra il più bel paio di calze a rete che avessi mai visto. L’arnese cominciò a indurirmisi. Buono, pensai, presto sarà il tuo turno.
Lei accettò volentieri l’offerta. Tempo cinque minuti ed eravamo in uno dei cessi del bar. Le sue mani intente a sfilarmi i calzoni. Camicetta e reggiseno appoggiati allo sciacquone e quei seni enormi in bella vista.
Inginocchiata davanti al mio uccello, prima lo prese in mano, poi cominciò a leccarlo di buona lena. Quando me lo prese in bocca temetti di venire al primo colpo. La bocca così umida, la sua lingua così esperta. Sentivo che me la sarei goduta fino in fondo. Perché non cedere a qualche piacere ogni tanto? Il detto dice che prima del piacere ci sarebbe il dovere. Cazzate!
Il lavoro di lingua si fece sentire con più vigore e così per altri cinque minuti buoni, finché non le venni in faccia. Fu uno schizzo liberatorio. Era davvero troppo tempo che non provavo qualcosa del genere. Non era amore, chiariamoci, era puro istinto.
Lei cominciò a pulirsi il viso dal mio bianco fluido. Appena lo sciacquone ebbe ingurgitato l’ultimo brandello di carta igienica macchiato di sperma, la mia fida 9 mm silenziata fece il suo dovere. Lo sciacquone e il muro si tinsero di rosso. Del resto era per quello che quella puttana mi aveva fatto pervenire la somma di 5.000 dollari in forma anonima.
Chissà se avrei mai potuto godermi quel pompino se lei avesse saputo che lo stava succhiando al suo assassino.
Ironia della vita, a volte sei persino costretto a pagare per fartelo mettere nel culo. Letteralmente.
Cliente numero 30 andato.


E.


Racconto inviato per un concorso fatto partire dalla Giulio Perrone Editore, al quale, come c’era da aspettarsi, non ha vinto. Va be’, sarà per un’altra volta. Intanto è tutto per voi.

Lettera aperta agli scrittori di tutto il mondo

Pubblico di seguito la lettera aperta, datata lunedì 6 febbraio, dello scrittore siriano Khaled Khalifa.

Amici, scrittori e giornalisti di ogni parte del mondo, e specialmente voi che vi trovate in Cina e in Russia, vorrei mettervi al corrente del fatto che il mio popolo si trova a fronteggiare un genocidio.
Da una settimana a questa parte le forze del regime siriano hanno intensificato i loro attacchi alle città insorte, e in particolare Homs, Zabadani, Rastan, la provincia di Damasco, Madaya, Wadi Barada, Figeh, Idlib e i paesini del Monte Zawiya. Durante questa settimana, e fino ad ora, mentre vi scrivo queste righe, sono caduti più di mille martiri, tra cui molti bambini, e centinaia di case sono crollate addosso ai loro abitanti.
La cecità di cui soffre il resto del mondo ha incoraggiato il regime a cercare di far piazza pulita della rivoluzione pacifica in Siria con una brutalità senza eguali. L’appoggio di Russia, Cina e Iran, e il silenzio del resto del mondo nei confronti dei crimini perpetrati alla luce del sole, hanno consentito al regime di decimare il mio popolo durante gli ultimi undici mesi, ma in quest’ultima settimana, dal 2 febbraio a oggi, i segni della carneficina si sono fatti più evidenti.
Quella delle centinaia di migliaia di siriani scesi per le strade delle loro città e dei loro paesi la notte del massacro di Khalidiyya, tra venerdì e sabato scorsi, con le mani alzate in preghiera, in lacrime, è una scena che spezza il cuore e richiama l’attenzione del mondo sulla tragedia umanitaria siriana. È altresì un’esternazione chiara, senza veli, del nostro sentirci orfani, abbandonati dal mondo, mentre i politici si limitano a vane parole e sanzioni economiche che non fermano gli assassini né trattengono i carri armati imbrattati di sangue.
Il mio popolo, che ha affrontato la morte a torso nudo, armato di soli canti, in questo preciso momento si trova a fronteggiare una campagna di genocidio: le nostre città ribelli sono soggette a uno stato d’assedio senza precedenti nella storia delle rivoluzioni, un assedio che impedisce al personale medico di prestare soccorso ai feriti, mentre gli ospedali da campo vengono bombardati a sangue freddo e distrutti. Non è consentito l’ingresso alle organizzazioni umanitarie, le comunicazioni telefoniche sono interrotte, cibo e medicine sono bloccati, al punto che il contrabbando di una sacca di sangue o una compressa di paracetamolo nelle zone sotto assedio è considerato un reato punibile con la detenzione nelle carceri per prigionieri politici, teatri di torture i cui dettagli, se mai un giorno doveste venirne a conoscenza, vi impressionerebbero.
Nel corso della sua storia moderna, il mondo non ha mai visto un coraggio e un valore come quelli mostrati dai rivoluzionari siriani nelle nostre città e nei nostri paesi. Così come non ha mai assistito prima d’ora a una connivenza e un silenzio simili, che ormai possono essere considerati alla stregua di complicità nello sterminio della mia gente.
Il mio popolo è un popolo di pace, di caffè e musica che mi auguro un giorno possiate gustare anche voi, e di rose di cui spero possiate sentire il profumo, affinché sappiate che il cuore del mondo è oggi vittima di un genocidio e che il modo intero è complice nello spargimento del nostro sangue.
Non riesco a spiegare nulla di più in questi momenti cruciali, ma spero di avervi esortati a mostrare la vostra solidarietà al mio popolo con i mezzi che riterrete più opportuni. So che la scrittura è impotente e nuda di fronte al frastuono dei cannoni, dei carri armati e dei missili russi che bombardano città e civili inermi, ma non mi va che anche il vostro silenzio sia complice dello sterminio del mio popolo.
Mi sentivo in dovere di condividere con voi queste parole, affinché anche voi possiate condividere o per lo meno a sforzarsi di capire quello che sta avvenendo in Siria. Mi sembra che le parole di Khaled siano fin troppo chiare, quindi non aggiungerò altro a quanto già scritto da lui.
Quando riusciremo ad avere un sistema d'informazione che funziona a dovere? Non dico di prendere le parole dello scrittore per vere senza ragionarsi su, ma sono dell'idea che un'informazione chiara e semplice e che svolge il proprio lavoro (quello per l'appunto di informare) senza influenze politiche ed economiche ci faciliterebbe la cosa.

Khaled Khalifa è nato ad Aleppo nel 1964. È romanziere, poeta e sceneggiatore per la TV e il cinema. Nel 2008 il suo romanzo Elogio dell’odio, in Italia edito da Bompiani, è entrato a far parte della rosa dei finalisti dell’International Prize for Arabic Fiction, il più importante riconoscimento letterario nel mondo arabo. Il romanzo, censurato in patria, è stato tradotto in molte lingue.



E.

9 marzo 2012

Dedicare un racconto al proprio autore preferito

concorso letterario

Ciao a tutti miei cari. Oggi vi scrivo per segnalarvi la mia partecipazione al concorso Dedica un racconto al tuo autore preferito, iniziativa partita dal blog di Ferruccio Gianola.
Cosa bisognava fare per partecipare: scrivere un racconto non più lungo di 600 battute facendo in modo che il nome dell’autore scelto comparisse all’interno del testo. Il nome non doveva apparire come nome in quanto tale, ma come insieme di iniziali di varie parole utilizzate nel racconto.
Ovviamente la mia scelta non poteva che ricadere su Charles Bukowski.
Di seguito il racconto:

Charles Bukowski

Entrai nella stanza sbattendo la porta. Senza nemmeno pensarci buttai sul letto l’ultimo pagamento ricevuto. Una bella somma.
Tante volte avevo pensato di cambiare lavoro, ma così facendo mi sarei certamente tagliato le palle nell’ultimo karakiri della mia vita. Diciamolo: ero solo un po’ stanco degli occhi spaventati dei miei clienti, ma per quelli esisteva il whisky.
Controllai l’agenda e trasalii: avrei dovuto partire subito per l’appuntamento Kurosawa. Non esitai. Partii e basta, senza riposare. Quando ricapita che pochi innocenti proiettili valgano la speranza di una vita migliore?

Se volete votare il racconto che avete letto dovete andare su questa pagina e lasciare un commento con la vostra preferenza (Charles Bukowski è il racconto numero 28). Per correttezza verso gli altri partecipanti vi invito a leggere i loro lavori prima di votare il mio, ce ne sono di molto validi. Dovete comunque sbrigarvi, le votazioni si fermeranno il 24 marzo.
Bueno, per oggi è tutto.
A presto!

 

E.

 


Chissà, magari questo racconto può essere un buon punto di partenza per qualcosa di più lunghetto. Mai dire mai…

6 marzo 2012

Eddie Vedder - Society

Carta, penna.
Non ho bisogno di altro.
Non voglio altro.
Solo libertà di agire,
di scrivere,
di pensare.
Nei pochi momenti in cui mi trovo da solo
penso a ciò che voglio,
e ciò che voglio
è semplicemente vivere.
La perfezione è un concetto ristretto,
libertà è più adatto.
Questo sono io...



Society


It's a mistery to me
we have a greed
with which we have agreed

You think you have to want
more than you need
until you have it all you won't be free

Society, you're a crazy breed
I hope you're not lonely without me

When you want more than you have
you think you need
and when you think more than you want
your thoughts begin to bleed

I think I need to find a bigger place
'cos when you have more than you think
you need more space

Society, you're a crazy breed
I hope you're not lonely without me
Society, crazy and deep
I hope you're not lonely without me

There's those thinking more or less less is more
but if less is more how you're keeping score?
Means for every point you make
your level drops
kinda like its starting from the top
you can't do that...

Society, you're a crazy breed
I hope you're not lonely without me
Society, crazy and deep
I hope you're not lonely without me
Society, have mercy on me
I hope you're not angry if I disagree
Society, crazy and deep
I hope you're not lonely without me


E.

3 marzo 2012

Synonymy, antonymy

A non-linguistic case

 

antonym /’æntǝnım/ nc a word that is contrary in meaning to another: ‘Hot’ is the antonym of ‘cold’. Compare synonym.

synonym /’sınǝnım/ nc (lang) a word with the same meaning as another in the same language (but often with different associations): ‘Small’ and ‘little’ are synonyms. Compare antonym.

dialogo

Una storia inventata. Forse…

Più la guardavo e più mi convincevo di essere uguale a lei. O meglio, simile. Non so ancora spiegare in che modo potessi esserne così sicuro, ma era così. Solo dal suo modo di vestire, dai gesti, dalle espressioni intendevo una sorta di sinonimia intercorrere tra i miei e i suoi pensieri. Come se in mezzo a migliaia di altre persone fossimo io e lei i vocaboli che trovano posizione sotto la stessa voce. Forse era solo una cotta di genere adolescenziale o un semplicissimo colpo di fulmine, ma non saprei dirlo con sicurezza.
Qualche dubbio? No. La certezza a proposito della nostra affinità come esseri umani era indubbia, incrollabile nelle mie convinzioni.
Potevo già vedermi insieme a lei, a parlare degli stessi argomenti e concordare sugli stessi punti. Mi vedevo già a discutere di letture, di cinema, di musica. Ah, che sogno. Come coronare una vita di studi, per la maggior parte eseguiti per conto mio, e di lezioni che la vita mi aveva impartito.
Lei era l’essenza della sinonimia. Potevo già sentire la corda che mi avrebbe legato al suo ego, stretta con mille e mille nodi come un guinzaglio.
Sarebbe stato bellissimo, pensai, condividere la vita con una persona del genere.

Un giorno finalmente mi decisi a parlarle. Dopo le presentazioni iniziali cominciammo a parlare di un po’ di tutto ciò che concerneva i nostri interessi. Ridemmo e parlammo per parecchie ore finché non venne ora di tornare a casa.
Quel giorno, prima di lasciarci, ci baciammo. Sinonimia, una scienza esatta.

I giorni cominciarono a scorrere felici, ma tutti tremendamente uguali. Dopo un po’ di tempo gli argomenti di conversazione erano sempre quelli, non c’erano quelle piccole variazioni che rendono la vita interessante. Non c’era quel pizzico di pepe che può portare, ogni tanto, a quelle litigate che in fondo fanno bene ad un rapporto. Non c’era niente, solo una schifosissima noia. Però avevo paura di troncare, di non riuscire a trovare in altri rapporti un legame solido costituito da passioni comuni. Era la mia paura più infondata, e adesso me ne rendo conto, ma a quei tempi ero letteralmente terrorizzato.
Aspettai qualche mese, forse qualcosa in più, ma alla fine mi decisi a troncare il nostro rapporto. Ci stetti male per un po’, ma non più di tanto. Riuscii a calmarmi definitivamente solo quando riuscii a capire che troppa sinonimia non fa affatto bene, qualche differenza ci deve pur essere anche tra due esseri umani innamorati. Antonimia, ecco la parola che mancava tra noi due. Come rendere una vita interessante tramite le diversità, sia di pensiero che  di stile di vita.

L’unione tra due persone deve essere un perfetto concentrato di sinonimia e antonimia, solo così si può continuare a vivere (non semplicemente esistere) una vita degna di essere vissuta con la persona che si ama.
Probabilmente lo sapevo anche prima di cominciare la sfortunata relazione che ho appena raccontato/inventato, ma chi sono io per sottrarmi ai miei istinti? Se qualche assurda divinità ha pensato bene di donarmeli chi sono io per tenerli a freno? Un po’ come accade per l’intelletto, ma questa è un’altra storia.

 

E.