28 dicembre 2012

Beethoven, libri e svacco totale

sottofondo: Beethoven - 'Moonlight' Sonata


Siamo alla fine del 2012 e mi sono preso qualche giorno di pausa dallo studio. Ormai sono arrivato agli ultimi quattro esami e, siccome studio senza pause da fine ottobre, ho deciso che una settimanella di dolce far'ncazz posso anche prendermela.
Cosa faccio? Guardo film, cazzeggio, scribacchio, ma soprattutto leggo. In questo periodo di studio, e in gran parte in questa settimana, sto battendo i miei record. E la cosa mi piace parecchio.
Proprio per questo non sto pubblicando molto, penso più a imparare dagli altri scrittori.

Penso di non avere altro da dirvi, se non lasciarvi un po' di Musica in attesa dei nuovi post. Una sonata che, manco a farlo apposta, mi concilia alla grande lettura e scrittura.




A presto!


E.

24 dicembre 2012

Auguri e Dropkick Murphys

Eh già, come ogni anno tocca fare gli auguri. Non che ne vada mattissimo di scrivere un post del genere, ma il fatto di farlo per voi e la canzone che vi propongo aiutano.
Esatto, quest'anno tocca ai Dropkick Murphys parlare per conto mio.




Detto questo, auguro a tutti coloro che credono un Buon Natale.
Per tutti gli altri... buone feste!


E.

22 dicembre 2012

Benedetto XVI e i matrimoni gay in due citazioni.


Matrimoni Gay: «danneggiano e destabilizzano la società», «offesa contro la verità umana», «ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace».
(Joseph Ratzinger, papa)

«Le attività omosessuali di una non trascurabile parte della popolazione, costituiscono una seria minaccia per la gioventù. Tutto ciò richiede l'adozione di più incisive misure contro queste malattie nazionali.»
(Heinrich Himmler, comandante delle SS)



Caro Ratzy, ti manca poco così. Devi solo passare all'azione.
E voi che gli credete ancora.
Mah...


E.

21 dicembre 2012

Maiuscole accentate e virgolette caporali su Linux


Buongiorno a tutti, miei adorati. A quanto pare, e per come la pensavo io, i Maya ci hanno tirato la sola.  Ho visto gente ridotta veramente male per queste dubbie profezie, alcuni pensavano anche di rifugiarsi tra le montagne e interrompere così le loro attività; come se una eventuale fine del mondo potesse essere evitata rifugiandosi in qualche eremo sperduto non lo so, ma la cosa che mi fa stare davvero male è che qualcuno ci abbia pensato per davvero.
E poi, scusate, ma se i Maya erano tanto previdenti, perché non hanno evitato di farsi sterminare?
E ancora: se la fine del mondo fosse una certezza, ci sarebbe modo di evitarla? A quanto ne so non disponiamo ancora di automobili in grado di farci compiere viaggi interstellari.
Va be', bando alle ciance e continuiamo a tirare avanti come sempre (come in realtà è sempre stato).

Oggi, dopo gli articoli a tema per Windows e Mac, voglio proporvi un breve elenco di caratteri speciali presenti su Linux e stampabili da tastiera. Ovviamente, e come sempre, posterò solo quelli utili in prima linea per ovviare ai problemi di scrittura.
Qualche informazione spicciola: 1) su linux - la distro che uso è Ubuntu - non funzionano le combinazioni da tastierino numerico (valide per Windows); 2) quando vi dico di premere il BlocMaiusc, dovete solo attivarlo - cioè premerlo una volta in modo che tutti i caratteri che andrete a scrivere siano effettivamente maiuscoli - , non tenerlo premuto.
Dico subito che non sono riuscito a trovarne molti di caratteri, magari ci riuscirò in futuro facendo qualche ricerca in più. Cominciamo pure:

Maiuscole accentate
BlocMaiusc + è = È
BlocMaiusc + shift + é = É
BlocMaiusc + ò = Ò
BlocMaiusc + à = À
BlocMaiusc + ù = Ù
BlocMaiusc + ì = Ì

Virgolette Caporali
alt gr + z = «
alt gr + x = »


Per quanto riguarda, invece, parentesi quadre e graffe le combinazioni saranno sempre:

alt gr + è = [
alt gr + + = ]
alt gr + shift + è = {
alt gr + shift + + = }


In questi giorni un pensiero malsano mi è passato per la testa: dedicare dei post utili anche per i germanisti, ispanisti e via dicendo. Boh, vedremo.
Intanto spero che abbiate apprezzato anche queste ultime e ulteriori informazioni.
A presto!


E.

18 dicembre 2012

La cosa più bella
di Roberto Benigni


Non sono certo qui per offrirvi una recensione completa, con tanto di diretta su Twitter, de La cosa più bella, serata di Rai 1 durante la quale Roberto Benigni a cercato di spiegarci la storia e i 12 principi fondamentali della nostra costituzione.
In realtà sono qui solo per dire una cosa molto semplice: ebbene, sarei disposto a pagare anche dieci volte il valore del canone Rai pur di potermi godere un po' più spesso serate del genere. Qui lo dico e lo ripeto, e penso di aver risposto a quelli che già si lamentano del compenso percepito da Roberto.
Il giorno dopo, oggi, rimane solo il fatto che Benigni nei suoi discorsi ha toccato un po' tutti, quindi è normale che, sia da una parte che dall'altra, in queste ore si stiano levando voci di sdegno.
Quando la gente imparerà a togliersi le fette di prosciutto dalle orecchie e a ragionare per qualche minuto prima di sparare la sua - pur avendone tutto diritto - forse impareremo a farci fregare di meno. E qui, una nota speciale per tutti i comunistelli in ascolto: quando ha equiparato nazismo a comunismo, non parlava di ideologia comunista, ma del comunismo messo in atto da Stalin (e lo ha anche specificato). Bastava ascoltare.
Una piccola critica a Roberto però devo farla: purtroppo, quando ha affermato che in Europa non c'è una guerra da una sessantina di anni, si è dimenticato di citare le gravissime crisi nei Balcani. Forse sarebbe stato bene ricordarle. Senza poi dimenticare il momento in cui, tra i padri fondatori, ha citato Giorgio La Malfa anziché il padre Ugo La Malfa (piccolo lapsus, eh?!).

Dopo questa piccola constatazione, mi preme solo di mettere qualche puntino sulle i.
Tra i 12 principi fondamentali della Costituzione Italiana ce n'è uno - senza ovviamente nulla togliere a tutti gli altri - che mi interessa in particolare. Lo cito:
art. 9:  La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Solo qualche parole per tutti quegli idioti, così beceri e nerd nel profondo da essere convinti che per campare al giorno d'oggi serva solo essere capaci di stare davanti a un computer. Certo, serve anche quello, ma la poesia, la prosa e la storia servono all'uomo per sentirsi vivo per quello che è: una creatura fatta di passioni, sentimenti e memoria. La cultura serve per procedere verso la costruzione di un futuro migliore e deve farlo assieme alla tecnologia; né dietro né contro a essa (e viceversa). Non dimentichiamocelo.

A presto!


E.




17 dicembre 2012

52 Words of Art
15. Fragile

sottofondo: Lacuna Coil - Fragile

Ed eccoci ancora qui per le foto inviate al progetto 52 Words of Art. La parola della settimana scorsa era "Fragile".
Premetto subito che la foto è dedicata a tutti coloro si sono trovati a fare i conti con la magia/maledizione che è l'ispirazione.


L'ispirazione,
fragile come un bicchiere di cristallo,
è pur sempre un abbraccio che ti permette di creare nel mezzo del nulla.

Inspiration,
fragile as a crystal glass,
is still an embrace that lets you to create in the middle of nowhere.


Tutte le info riguardanti il progetto, se non ne foste ancora a conoscenza, potete trovarle sulla pagina Facebook dedicata.
Altri miei scatti, invece, potete trovarli sul mio album Flickr.
A presto!


E.

15 dicembre 2012

Maiuscole accentate e virgolette caporali su Windows


A grande richiesta, in realtà solo uno di voi mi ha chiesto chiarimenti sul tema in ambito windows, tornano le combinazioni da tastiera per creare maiuscole accentate e virgolette caporali. Da come ho scritto l'introduzione sembra quasi che per pubblicare io segua una sorta di meccanismo di post on demand, ma la cosa non mi disturba affatto (tanto questo post era già in programma). Alla fine la blogosfera è anche questo: collaborazione.
Se siete interessati alle combinazioni da tastiera in ambiente Mac, andate pure qui.

Dunque, per inserire i caratteri definiti "speciali" su Windows avete due possibilità: usare la Mappa dei caratteri (accessibile da Start>Programmi>Accessori>Utilità di Sistema>Mappa Caratteri) e perdere ore e ore a cercare il carattere che vi serve, oppure imparare qualche combinazione da tastiera e fare in un attimo. Per quanto riguarda quest'ultimo punto ricordo che, tenendo premuto il tasto "Alt", dovete digitare la conseguente combinazione numerica tramite il tastierino numerico, rilasciando poi il tasto "Alt".

Maiuscole Accentate
alt + 0192 = À
alt + 0200 = È
alt + 0204 = Ì
alt + 0210 = Ò
alt + 0217 = Ù

alt + 0193 = Á
alt + 0201 = É
alt + 0205 = Í
alt + 0211 = Ó
alt + 0218 = Ú

Virgolette "Caporali"
alt + 0171 = «
alt + 0187 = »


So benissimo che la prima volta fa un po' paura il solo pensiero di imparare a memoria tali combinazioni, ma vi assicuro che dopo poco tempo vi verranno automatiche non rallentando affatto la vostra scrittura.
Piccola nota! Molte volte capita che sui portatili più piccolini manchi il tastierino numerico. Nessun problema! Vi basterà premere, a quanto ne so, la combinazione  Fn+F11 per fare in modo che ai tasti
"7", "8", "9", "0", "u", "i", "o", "p", "j", "k", "l", "ò", "m", ",", ".", "-"
corrispondano i valori
"7", "8", "9" , "*", "4", "5", "6", "-", "1", "2", "3", "+", "0", ".", "/"
(è come se un comunissimo tastierino numerico apparisse per magia).

Per quanto riguarda, invece, parentesi quadre e graffe le combinazioni saranno sempre:

alt gr + è = [
alt gr + + = ]
alt gr + shift + è = {
alt gr + shift + + = }


La prossima volta vi illustrerò le combinazioni da tastiera in ambiente linux, poi dovremmo avere finito.
Spero anche questa volta di esservi stato utile.
Ci sentiamo alla prossima!


E.

9 dicembre 2012

Di un universitario e lo studio domenicale


Una settimana fa, scrivendo un post per il film Barfly, riportai un breve elenco di quelli che possono essere i motivi per i quali lo studio domenicale di uno studente universitario può fallire. Subito dopo aver pubblicato il suddetto post mi venne un'idea: perché non ampliare tale elenco?
Bene, rieccomi qua.
Una breve avvertenza è d'obbligo, in quanto prima di leggere l'elenco mettetevi nelle condizioni necessarie, un piccolo esercizio mentale che non fa male: siete uno studente universitario, sono le dieci di domenica mattina, siete reduci da un sabato sera al vetriolo e il libro di testo vi sta guardando con occhi famelici. I motivi per cui non riuscirete a toccare nemmeno un appunto sono i seguenti:

  1. abbiocco post-operatorio (v. pranzo, V edizione del dizionario dell'Accademia della Crusca);
  2. la scoperta che il cuscino del proprio letto è in realtà una strana pergamena scritta in ungherese antico, e rendersi conto che per leggerla bisogna stendervisi sopra;
  3. il tormentone «ma sì, mi guardo UN video su Youtube, poi comincio a studiare»;
  4. aggiornamento ossessivo della homepage di facebook;
  5. scrittura del post-capolavoro per il proprio blog;
  6. un unico ritornello: «Devo finire il libro sul comodino. Devo aggiornare la mia libreria di Anobii»;
  7. la voglia di scrivere il nuovo capolavoro della letteratura extra-senso-universale. Pena: passare ore e ore a rimirare la prima e unica riga scritta, per poi cancellarla a ora di cena;
  8. «Sì dai. Io, te e Beppi. Ci sediamo al tavolo in cucina e studiamo finché non rischiamo di morire di fame». Dieci minuti dopo sono impegnati col torneo dei tornei a PES;
  9. il «ma sì, mancano due mesi agli esami»;
  10. senti l'impellente bisogno di pulire a fondo la tua stanza. Spolveri i libri pagina per pagina, smonti i battiscopa, ciucci ogni vite di ogni singolo armadio, ecc. Riporti la tua camera da letto allo stadio primordiale (potresti rispedire tutto all'IKEA di fiducia);
  11. hai deciso che non puoi fare a meno di cucinare la super-ciccio-torta che Sonia Peronaci ha pubblicato sul suo sito. Riuscirai a raggiungere un risultato soddisfacente solo verso le 2 di mattina... di martedì;
  12. decidi di fare un giretto per digerire gli involtinobesi cucinati dalla nonna. Raggiungerai quel puntino sperduto all'orizzonte, scoprendo di esserti perso in quel di New Delhi;
  13. il reparto proibito della tua videoteca ti chiama. Come per magia, attorno a te sorgerà un cineforum di intellettuali neofascio-sinistronzi che ti obbligheranno, inginocchiato sui ceci, a guardare i capolavori indiscussi del regista russo Sergej M. Ejzenštejn. A fine visione si terrà la solita e classica discussione su quanto «l'occhio della madre» e «la carrozzella col bambino» colpisca il cuore di ognuno di loro, ma tu, merdaccia, citerai Alvaro Vitali, Lino Banfi e Paolo Villaggio;
  14. il libro di neo-fono-morfo-pragmatattica-linguistica neozelandese è in realtà il portale d'ingresso a un mondo in cui prodi guerrieri armati di biro e dizionario morfo-fonetico, davvero un ottimo scudo dato il suo spessore, combattono schiere infinite di  sintagmi e verbal phrases per liberare il mondo dalla tirannia dall'odiatissima Schwa;
  15. ti illudi di essere Peppino Gesualdo Alighieri, uomo che, al contrario del ben più famoso fratello, saltellava in mezzo a schiere di guelfi e ghibellini canticchiando "non me ne fotte na seha!";
  16. il libro di testo è stato gettato in un rogo purificatore durante la mega sbornia della sera prima.

Non nego che quanto scritto appartiene al più fantasioso dei mondi e che, per una cosa o per l'altra, il vero universitario troverà il modo di studiare nonostante le condizioni sfavorevoli. Perché per lui lo studio è ormai una condizione necessaria alla propria esistenza e la prima volta che si trova a vivere senza di esso, dopo qualche ora-giorno di felicità, si annoia a morte cominciando a fissare il libro di testo.

Avete altri motivi per cui un universitario non riuscirebbe a studiare di domenica? Commentate e i vostri suggerimenti verranno citati all'interno del post.
A presto!


E.

6 dicembre 2012

The Crown and the Ring

sottofondo: Manowar - The Crown and the Ring

Un paio di foto fatte in quel di Budapest. La prima ritrae l'incoronazione di re Mattia Corvino d'Ungheria (la scultura potete trovarla in Hess András Tér). La seconda, invece, ritrae re Stefano d'Ungheria (la statua potete trovarla in Szentháronmság Tér, a metà tra la Chiesa di Mattia e il Bastione dei Pescatori).



From a battle I've come
To a battle I ride
Blazing up to the sky
Chains of fate
Hold a firey stride
I'll see you again when I die

High and mighty alone we are kings
Whirlwinds of fire we ride
Providence brought us the crown and the ring
Covered with blood and our pride


Heroes await me
My enemies ride fast
Knowing not this ride's their last
Saddle my horse as I drink my last ale
Bow string and steel will prevail

High and mighty alone we are kings
Whirlwinds of fire we ride
Providence brought us the crown and the ring
Covered with blood and our pride

(Manowar, The Crown and the Ring)


E.


Altre mie foto potete trovarle nel mio album Flickr.

4 dicembre 2012

Maiuscole accentate e virgolette caporali su Mac


Buongiorno a tutti!
Premetto già che non ho molto tempo, però un post piccino piccino voglio pubblicarlo lo stesso. Anche perché se non ne parlo oggi l'argomento mi scappa via dalla testa e adiós muchachos.
Scorrendo vari blog, in particolare quello di Ferruccio Gianola, ho notato che molti di voi si chiedono ancora come produrre da tastiera delle vocali maiuscole accentate o, ancora, le amatissime virgolette "caporali". Andando nello specifico, mi riferisco a quelli di voi che possiedono un Mac con tastiera priva di tastierino numerico.
Se non volete continuare ad aggiungere i cosiddetti caratteri speciali ricorrendo a finestre o programmini appositi questo articolo fa per voi. Dico subito che le seguenti combinazioni di tasti le ho provate anche su windows, ma non funzionano. Inutile dire che se ho dimenticato qualche simbolo, e siete a conoscenza della combinazione esatta, fatemelo pure sapere e provvederò così ad aggiornare l'articolo.
Dunque, oggi vi riporto i simboli che più gravano sulle spalle di scrive per passione e non:

Maiuscole Accentate
alt + shift + c = Á
alt + shift + v = É
alt + shift + b = Í
alt + shift + n = Ó
alt + shift + m = Ú

alt + shift + w = À
alt + shift + e = È
alt + shift + r = Ì
alt + shift + t = Ò
alt + shift + u = Ù 

Virgolette "Caporali"
alt+1 = «
alt+shift+1 = »


Per quanto riguarda, invece, parentesi quadre e graffe, ricordatevi che dovete premere alt, non esistendo sulle tastiere Apple alt gr. Quindi, le combinazioni saranno:

alt + è = [
alt + + = ]
alt + shift + è = {
alt + shift + + = }


Sperando di esservi stato utile,
ci sentiamo alla prossima!


E.

2 dicembre 2012

Barfly
Al cinema con Bukowski


È domenica per tutti, o forse no. In questo giorno la preoccupazione principale delle massaie sono le grandi pulizie. Le casalinghe-impiegate-disperate, non potendolo fare durante la settimana, pensano al pranzo della festa, a vestire bene i bambini per la messa, a curare i propri mariti troppo svogliati anche per farsi la barba o pettinarsi.
Per quanto riguarda il macho-medio italiano, la sua unica preoccupazione è quella di seguire la sua squadra di calcio preferita... e non c'è altro da dire visto che le sue aspettative si fermano a questo punto (perché perchéééééééééééééééé, la domenica...).

Dovrebbe essere giorno di festa per tutti, ma non per lo studente universitario medio. Oggi farà di tutto per studiare, ma per una cosa o per l'altra non ci riuscirà. Cause? Presto fatte:
  1. abbiocco post-operatorio (v. pranzo, V edizione del dizionario dell'Accademia della Crusca);
  2. la scoperta che il cuscino del proprio letto è in realtà una strana pergamena scritta in ungherese antico, e la scoperta che per leggerla bisogna stendervisi sopra;
  3. il tormentone «ma sì, mi guardo UN video su Youtube, poi comincio a studiare»;
  4. aggiornamento ossessivo della homepage di facebook;
  5. scrittura del post-capolavoro per il proprio blog;
  6. il libro di testo è stato gettato in un rogo purificatore durante la mega sbornia della sera prima;
  7. altri motivi che al momento non mi sono pervenuti (prima o poi dovrò dedicarci un post).

Visto che dovrebbe essere festa un po' per tutti - anche se non si sa mai, vista la crisi - voglio proporvi un buon modo per passare un'oretta e mezzo del vostro tempo.

Il film che vi consiglio oggi è Barfly (a.k.a. Moscone da bar), film del 1987 diretto da B.Schroeder su sceneggiatura di Charles Bukowski (ebbene sì, anche questo ha fatto).
Due sono gli attori principali: Mickey Rourke, nel ruolo di Henry Chinaski (se avete letto qualcosa di Bukowski questo nome vi dirà qualcosa), e Faye Dunaway.
Non voglio svelarvi niente del film, quindi niente breve sintesi. Vi dico solo che lo scrittore stesso appare in un cameo e che, dal lavoro per la sceneggiatura, è nato il suo romanzo Holywood, Holywood (di cui parlerò in futuro).
Volete altre curiosità? Andate a cercarvele!


Se invece volete guardarvi un buon documentario sullo scrittore, andate qui.
Buona visione e buona domenica a tutti!


E.

30 novembre 2012

52 Words of Art
13. Childhood

sottofondo: John Williams - Remembering Childhood

Come con il post di venerdì scorso, voglio proporvi il lavoro presentato per il progetto 52 Words of Arts. Parola della settimana è Childhood.



L'infanzia è semplicità,
è futuro,
preziosa come una fontana in un torrido pomeriggio di piena estate.



Tutte le info riguardanti il progetto, se non ne foste ancora a conoscenza, potete trovarle sulla pagina Facebook dedicata.
Altri miei scatti, invece, potete trovarli sul mio album Flickr.
A presto!


E.

29 novembre 2012

Gemelle identiche
Diane Arbus e Stanley Kubrick


Belle le cose che si scoprono studiando Storia della Fotografia. Senza dubbio questi sono quegli aspetti dello studio, soprattutto umanistico, che riescono a farti andare avanti di pagina in pagina, interessandoti e facendoti apprezzare anche il più noioso dei libri.

La fotografia che voglio presentarvi è Gemelle identiche, scattata nel 1966. È forse una delle più famose di Diane Arbus, fotografa newyorchese e facente parte di una schiera di fotografi dediti al miscuglio tra oggettività ritrattistica e reportage giornalistico. Un'unione di stili che registra le persone e gli eventi passando dal grottesco al drammatico al patetico, fornendo uno spaccato del lato oscuro dell'esperienza umana. Tuttavia un ritratto più specifico, seppur stilizzato, del lavoro di Diane possiamo averlo dal libro che sto studiando:
«Diane Arbus sceglie i suoi soggetti, ma li sceglie soprattutto all'interno di un particolare tipo umano, quello che per caratteristiche fisiche o sociali non rientra nel concetto comunemente accettato di "normalità"».1
Comunque non sono qui per parlarvi della Arbus, anche se un piccolo specchietto era doveroso.
Quella che voglio mostrarvi è un fotogramma tratto dal film Shining diretto dal Maestro Stanley Kubrick; forse una delle pellicole cinematografiche in cui il tema del doppio è presente in maniera fortissima.
Che dire: un altro esempio di come, tutte le forme d'arte, siano effettivamente legate tra loro.


A presto!


E.

1. Walter Guadagnini, Fotografia, Zanichelli editore S.p.A., Milano, 2011, p. 106

26 novembre 2012

Born into this
(Nato per essere Bukowski)

Quante volte ho parlato - o solo citato - di Charles Bukowski su questo blog? Un bel po' di volte da quello che mi ricordo.
Bene, oggi voglio proporvi un interessantissimo documentario dedicato a questo superbo poeta e scrittore americano. Ne consiglio una visione attenta, perché riesce a rendere un pochino più comprensibile il personaggio che è stato il buon vecchio zio Charles; anche se, come capita per molti personaggi del genere, non sarà mai possibile venirne a capo completamente.




Buona visione!


E.

23 novembre 2012

52 Words of Art
12. Decadence

sottofondo: Extreme - Decadence Dance

Questa settimana sono finalmente riuscito a partecipare a 52 Words of Art. Quella che segue è la mia idea per la parola "Decadence".



Climbing to the top, never gonna stop 
It's the same old song and one two three and dec-a-dance

Dance, dance 
Dance, dance 
Dancing to the dacadence dance, dance 
Everybody decadancing 
Dancing to the decadence 
Dancing to the decadence dance
(Extreme, Decadence Dance)



Tutte le info riguardanti il progetto, se non ne foste ancora a conoscenza, potete trovarle sulla pagina Facebook dedicata.
Altri miei scatti, invece, potete trovarli sul mio album Flickr.
A presto!


E.

22 novembre 2012

Untitled’s Fragments pt.3

thesparrowsareflyingagain
Vi è mai capitato di entrare nella testa di un libraio che si trova davanti a un certo tipo di cliente? Io ci sto provando, e ve ne voglio regalare una brevissima e, non corretta, prima versione.
«Dai, ancora uno e poi anche per oggi si chiude, pensò il librario.
-E lei cosa compra?- chiese, rivolgendosi con un sorriso alla ragazza che aveva davanti. Il classico tipo tutto cellulare, trucchi e amiche galline che girano per la città in cerca di qualche straccetto da indossare e da pagare oro. Una ragazza del genere sarebbe potuta entrare in libreria solo per compare un particolare libro.
Dimmi che non si tratta di QUEL libro!
La ragazza, masticando la gomma rumorosamente, alzò lo sguardo dallo schermo dello smartphone e gli porse il volume che teneva in mano. Era proprio quel libro.
Eccolo lì, ci avrei giurato, pensò il libraio. Dopotutto, a chi altri può venire in mente di leggere 'sta merda se non a tipi del genere?
-Proprio sicura di voler comprare 'sta m...- esplose lui, pronunciando le parole una dietro l'altra, interrompendosi prima di far esplodere l’apocalisse. 
-Come dice?- lo fulminò lei, alzando gli occhi dal telefono. Un'espressione sbigottita su quel viso tutto trucco e stucco. Non certo la prima persona alla quale chiedereste di risolvere un'equazione di primo grado (figuriamoci di secondo).
Lui si ritrasse per un istante.
-Ehm...- si corresse, -compra solo questo?-
-Seee- ciancicò lei, tornando al suo amato telefono, tenendolo ben stretto come fosse il pilastro fondamentale della sua insignificante vita.
Il libraio batté il prezzo, incassò il dovuto e consegnò quell'assoluto capolavoro della letteratura narrativa moderna nelle mani della ragazza.
Ma che capolavoro e capolavoro, pensò. Solo n'ammasso di stronzate.
Lei si girò, tenendo sempre lo sguardo fisso sul telefono, e fece per andarsene, quando a tratto si fermò.
-E a me non me li fai i complimenti per il mio acquisto?-
Dio cristo... altre che a leggere. ‘Sta tizia avrebbe bisogno di un buon corso di grammatica.
-Complimenti per l'acquisto, signorina.-
-Mmmm- rispose lei, sorridendo compiaciuta. -Così va meglio.-
Ma chi cazzo ti credi di essere...
-Ah sì-, continuò lei. -Quando arriveranno gli altri due?-
Lui fece un sospiro, cercando le parole per sbatterle in faccia la verità senza essere troppo sgarbato. Duro lavoro quello del libraio.
-Ehm, signorina. Gli altri due volumi sono in esposizione proprio accanto a quello che ha appena acquistato.-
Lei lo fissò con sguardo assente. Gli occhi sperduti chissà dove, passando continuamente da una delle loro cinquanta sfumature di banalità all'altra. La bocca aperta pronta per ospitare qualche specie di vita in forma d'estinzione. E la gomma era sempre lì in bella vista.
-Ahn?-
Ma che lo fai apposta?
-Le ho solo detto che gli altri due libri sono proprio accanto al primo.-
Idiota. Idiota e cieca.
-Ah,- rispose lei, -pensavo che fossero tutti uguali.-
Il libraio stava perdendo la pazienza. Possibile che in mezzo a tanti clienti proprio quello sgorbio dovesse essere l'ultimo della giornata? Possibile che gli capitasse di rado qualche buon anima con cui farsi una bella chiacchierata andando oltre l'orario di chiusura? A quel punto sarebbe stato molto meglio servire una vecchia in cerca di sfrenate passioni da libri Harmony. Però non poteva risponderle in malo modo, doveva controllarsi. Alla fine la clientela è sempre clientela. E i soldi che entrano in cassa servono per vivere.
-Sì, signorina. Capisco che ci si può confondere a volte.-
-Be',- disse lei. -Se questo mi piacerà, e mi piacerà per forza perché piace a tutte le mie girls, torno e mi piglio anche gli altri due.-
E certo che ti piacerà, brutta stupida. D'altronde le pecore devono seguire il loro dannato gregge.
Giurò che, se per un solo istante le leggi di tutti gli stati fossero state abolite, quella gomma gliel'avrebbe cacciata in gola fino a strangolarla.
-Be' ciao, eh?!-
-Arrivederci, e torni presto.-
Crepa

E.

Inutile dire che questo frammento non ha niente a che vedere con i primi due post (link 1, link 2) a riguardo.

13 novembre 2012

Avverbi.
Qualche utile consiglio.


Ed eccomi nuovamente con voi, per un nuovo ed estremamente interessante, nonché umilmente umile, articolo che ha come argomento l'imminente e sinceramente obbrobrioso decadimento della lingua italiana. Precedentemente, con un altro post, ho trattato del caso...
Ok. Basta. Non vi nascondo la fatica che ho fatto a scrivere queste poche righe.

Come avrete certo capito dal titolo e dall'inutilmente (eh! eh!) pomposo paragrafo di apertura, oggi si parla di avverbi e del loro corretto utilizzo.
Prima di cominciare, quanti di voi li usano in maniera eccessiva? Nessuno? Non ci credo, anche solo per il semplice fatto che quando me l'hanno fatto notare, ero convinto di non usarli più di tanto. E mi sbagliavo. Eccome se mi sbagliavo.
Cominciamo subito dicendo cos'è un avverbio. Chiediamo pure aiuto a Wikipedia (non c'è nulla di male) se non ce lo ricordiamo:
«L'avverbio (dal latino ad verbum, "vicino al verbo", calco del greco επίρρημα) è una parte del discorso invariabile con funzione di "modificatore semantico". Viene usato per modificare o determinare il significato di altre categorie grammaticali (tipicamente gli aggettivi ma anche altri avverbi) o persino un'intera frase. Per la grammatica tradizionale (come attesta l'etimologia), l'avverbio era il modificatore del verbo».
Fin qui tutto bene. Anzi, leggiamo tra le righe che, per una buona scrittura in grado di descrivere la scena alla perfezione, l'avverbio è fondamentale. Dona specificità e significato, riesce persino a spiazzare il lettore, ed è un grandissimo aiuto che la lingua offre sia allo scrittore (se la batte bene con l'aggettivo) che al lettore.
In una particella così utile e bella dove può stare l'inghippo? Presto detto.
Il morbo che si sta diffondendo sempre di più nella lingua italiana, un vero e proprio cancro linguistico, è rappresentato da una specifica tipologia di avverbi: quelli che terminano in -mente.
Fateci caso per un momento: ovunque giriamo, qualsiasi cosa leggiamo, ascoltiamo, vediamo in tv, questa malattia è diventata la regola. Siamo sommersi da una valanga di idealmente, certamente, assolutamente, evidentemente, probabilmente, necessariamente, ugualmente, concettualmente, ecc. Per non parlare poi delle invenzioni linguistiche e non, alcune davvero patetiche e brutte (se vogliamo dirla tutta) e che sono finite anche loro per entrare nel gergo comune: neuronalmente, domenicalmente, avvicendevolmente, lentissimamente, settimanalmente, superbamente, settimanalmente, raffinatamente ecc.
Fissate bene questi e altri bersagli. Sono il vostro nemico.

Inutile dirlo, la solita mandria di fanfaroni, convinta del fatto che usare molti avverbi in -mente doni una sorta di immortale solennità ai concetti che devono esprimere (per la maggior parte un'accozzaglia di scempiaggini), continuano per la loro strada. Un esempio lampante è uno dei miei professori universitari (e sottolineo, universitari). Il bellimbusto, non contento di farci riempire pagine e pagine di appunti con i suoi avverbi, un giorno se ne venne fuori con un bel «per entrare fermamente e contestualizzare correttamente il concetto, dobbiamo farci idealmente un'idea di come...». Basta, mi fermo qui.

Come ho scritto sopra, non nego di essere stato - e di esserlo tuttora - un peccatore. Purtroppo, scrivendo di getto gli avverbi scappano bene e volentieri, e in fase di revisione possono sfuggire con facilità, rendendo così il nostro testo fin troppo ridondante e inutilmente (visto?!) lungo. Poi, non dico certo che l'avverbio in -mente sia il male assoluto, anzi. Usatelo pure quando non riuscite a trovare di meglio, però senza esagerare. Come avete potuto leggere, ho usato solo due avverbi in -mente per scrivere questo post, eppure sono un sacco di parole.
Come fare allora per evitare di incappare in vagonate di mente, mente e mente? Semplice: fare esercizio. Quando scrivete una frase cercate di essere più specifici possibile cercando delle scorciatoie, altri modi di dire, altre parole. Dopo un po' vi verrà automatico. Parola del sottoscritto.
Se non vi bastano le mie parole, vi affido a quelle di Beppe Severgnini:
«Possibilmente evitare gli avverbi in -mente. Derivano dall'ablativo singolare del sostantivo latino mens, mentis - quindi: con la mente, con l'intenzione - e sono inflazionati. Quasi sempre hanno dei sostituti, più corti e altrettanto efficaci: utilizziamoli. Qualche esempio: conseguentemente = quindi; estremamente = molto; indubbiamente = senza dubbio; lateralmente = di fianco; precedentemente = prima. Eccetera»1.
A presto e buon lavoro!


E.

1. Beppe Severgnini, L'italiano, lezioni semiserie, RCS Libri S.p.A., Milano, 2007, p. 24

Altri post riguardanti la lingua italiana sono: Assolutamente sì? Assolutamente no! e D eufonica. Qualche utile consiglio.

9 novembre 2012

Passi di libri, passi di vita
Jack Kerouac, I sotterranei


Pensare che è passato più di un anno da quando ho scritto l'ultimo post di questa rubrica mi fa stare molto male. Come se avessi smesso di leggere, come se non avessi avuto più tempo per adorare e adottare nuovi libri.
Per fortuna non è stato così.
È anche vero che non sono uno di quelli che si vantano di leggere centinaia e centinaia di libri all'anno (e davvero non so come facciano), ma nel mio piccolo faccio il possibile.

Bene, passiamo al libro di oggi.
Jack Kerouac, considerato come uno tra i più influenti scrittori americani, nonché padre della beat generation, è molto famoso per il suo stile insolito, che lui chiama Prosa Moderna o Spontanea. Questo tipo di scrittura, secondo le sue parole, è composto da «ondate spontanee e prive di revisioni, rapide, mozzafiato, come il jazz».
E sono proprio ondate ininterrotte di parole a dar vita a I sotterranei. Paragrafi lunghi anche pagine e pagine senza la presenza di un punto, virgole a quantità, quasi un flusso ininterrotto di pensieri che si intersecano tra loro per dar vita alla narrazione vera e propria della storia.
Se devo ammetterlo, la lettura de I sotterranei non è stata facilissima. Prima di tutto non avevo mai letto niente di Kerouac. Secondo, non ero molto abituato al tipo di prosa usato dall'autore. Non c'è che da abituarsi a questo tipo di scrittura e vedrete che, superata anche pagina 20 o 30 (prendetevela pure comoda per acclimatarvi a dovere) la lettura scorrerà liscia come l'olio.
E passiamo subito a un estratto (in questo caso l'incipit):
«Una volta ero giovane e avevo le idee molto più chiare e sapevo parlare di tutto con intelligenza nervosa e con lucidità e senza il bisogno di tanti preamboli letterari come questo; in altre parole questa è la storia di un uomo insicuro di sé, al tempo stesso di un egomaniaco, naturalmente, non sto scherzando affatto - tanto per cominciare dal principio e lasciare che la verità venga a galla, ecco quello che farò -. Cominciò una calda sera d'estate  - ah, lei era seduta su un parafango con Julien Alexander che è... fatemi cominciare dalla storia dei sotterranei di San Francisco...»1
 Che dire, mi auguro solo che questo umile post vi abbia un po' incuriosito. Ovviamente, dopo la lettura di questo libro, ho già Sulla strada che mi aspetta (tra qualche libro lo leggerò).
Buona lettura!


E.


1. Jack Kerouac, I sotterranei, Mondadori, Milano, 2012, pp. 3

8 novembre 2012

Budapest sto arrivando!


Tre giorni in cui camminerò tra le strade dei miei ricordi, riscoprendo il passato e tre anni meravigliosi di vita.
Tre giorni in cui le mie immagini residue di bambino rivedranno meraviglie vissute nel passato.
Tre giorni in cui bisogna vedere più che si può.
Tre giorni in cui il palato riscoprirà sapori mai dimenticati.
Tre giorni in cui la stanchezza non troverà posto dentro di me.
Tre giorni in cui mente e corpo saranno concentrati nel ricordare.
Tre giorni in cui gli occhi si sazieranno vedute mai perdute.

Tre giorni in cui saranno concentrati tre anni di ricordi, diciassette anni di nostalgia.

-10.


E.

5 novembre 2012

Un sabato sera insieme ai Folkstone


Un sabato sera in quel di Villafranca.
Un sabato sera passato con gli amici.
Un sabato sera passato in mezzo a duemila persone.
Un sabato sera in compagnia dei Folkstone e della loro musica.
Un sabato sera, come possono esserlo tanti altri, ma solo per loro.
Due ore e mezzo di concerto e un'altra mezz'ora passata affianco a loro e alle loro cornamuse.


Lascio a tutti i benpensanti la mia integrità
Sociale morale psichica
Tutta la vostra politica
Critici di vario strato bigotti di ogni età
Non mi lascio intrappolare dalla vostra stupidità

Pago il pedaggio ai confini dell’oltraggio


Un sabato sera, sì, ma non ci sono parole per descriverlo a dovere.
E noi, anime dannate, possiamo gridarvi in piena faccia che non ci piegheremo alla vostra stupidità.


Solo..
Controvento in un oceano
è vetro il mio pensier
S' infrange contro…
Solo..
Anime dannate cantano
voci ammaliano
ombre intorno a noi


E.

29 ottobre 2012

Halloween
Una festa più italiana di quanto sembri


Sono anni e anni che, nei giorni che vanno tra l’ultima settimana di ottobre e la prima di novembre, il nostro paese viene investito da polemiche, comizi e dibattiti riguardanti l’appartenenza o meno della festa di Halloween alla nostra tradizione.
In televisione, in radio e nell’editoria assistiamo a un sempre maggiore coinvolgimento da parte di “esperti”, nella maggior parte dei casi una massa di ciarlatani demonofobici e falsi moralisti, che si scannano su dettagli infimi derivanti dal poco studio delle parecchie fonti disponibili a livello nazionale. Fonti che testimoniano in Italia la presenza di tale festa anche quando la festività di stampo americano, se così si può chiamare, ci era sconosciuta.
Se Halloween fosse solo una festa straniera e la sua importazione fosse dovuta solo a suggestioni cinematografiche, allora perché il quarto giovedì di novembre non ci inventiamo di festeggiare il Giorno del ringraziamento mangiando il famoso tacchino? Forse perché quest’ultima sembra non attrarre a dovere i giovani e meno giovani (anche se negli USA il culto del tacchino è sentito benissimo da tutti). Detto questo, sono convinto che ci sia una spiegazione più profonda al fatto che Halloween ha avuto così tanto successo nel nostro paese. Ma andiamo con ordine.

Le origini di Halloween sono da imputare all’epoca pre-romanica. Il periodo in cui si festeggiava tale evento (portante il nome di Samhain o Sauin) era considerato come una sorta di capodanno, un passaggio dalla stagione della luce, in cui le bestie venivano portate ai pascoli e si coltivavano i campi, alla stagione buia e fredda.
Gli antichi credevano che in questo periodo dell’anno il passaggio da una stagione all’altra rappresentasse anche una spaccatura spazio-temporale in cui il mondo dei vivi e dei morti entravano in contatto. In questo modo, si pensava che le anime dei defunti dessero vita a vere e proprie processioni per i villaggi, visitando le case dei loro discendenti. A questo proposito c’è anche da dire è sempre esistita una differenziazione in defunti considerati “buoni” e defunti “cattivi”. I primi sono spiriti amorevoli, in grado di proteggere i loro cari e di portare felicità nelle case che visitano. I secondi, invece, sono adirati e vendicativi, spiriti pronti a minacciare ritorsioni se le loro richieste di sostentamento non verranno accolte dai vivi (ricorda qualcosa?). Queste differenze diedero vita a riti di accoglienza e a vere e proprie misure difensive e scaramantiche.
Fin dal periodo pre-romanico era d’uso mascherarsi con pelli d’animali, fare dei grandi falò propiziatori e, per quanto riguarda i bambini e i poveri, fare delle lunghe questue in nome dei morti a scopo protettivo e scaramantico; a volte minacciando la venuta di qualche disgrazia se la richiesta fosse stata respinta.
Quando i Romani entrarono in contatto con le civiltà celtiche, identificarono Samhain con la loro Lemuria (o Lemuraria), l'insieme di feste che venivano celebrate tra il 9, l'11 e il 13 maggio (calendario corrente) per esorcizzare gli spiriti dei morti. I conquistatori, visto il sentimento che suscitava la ricorrenza celtica, decisero di lasciarla intatta.
Con l’avvento della Chiesa romana assistiamo, il 13 maggio del 610 d.C., all’istituzione della festività di Ognissanti da parte di papa Bonifacio IV. Il giorno venne dedicato al Pantheon, alla Vergine Maria e a tutti i santi. Si può supporre che la scelta della data derivi dalla Lemuria, nel suo giorno di massimo splendore.
La Chiesa tentò invano di cancellare le celebrazioni manistiche che non richiedevano, e non volevano, un suo intervento in campo (come Samhain), quindi decise, nell’VIII secolo d.C. di spostare la ricorrenza di Ognissanti al 1° novembre; questo avvenne prima solo a Roma. Entro il 1475, con papa Sisto IV, tutta la Chiesa d’Occidente si adeguò alla festività autunnale di Ognissanti, integrandosi così con i culti pre-cristiani dopo aver tentato inutilmente di cancellarli.

Quello che molti ciarlatani non tengono presente, è che il nome stesso della ricorrenza moderna deriva proprio dalla festività di Ognissanti. Infatti, il nome Halloween, deriva dalla contrazione dell’inglese All Hallows even’, letteralmente “sera di Ognissanti”. Per come la conosciamo oggi, anche grazie ai film di matrice americana, la festività deriva dall’importazione in territorio statunitense di usanze riscontrabili in Irlanda e in Scozia grazie alla forte migrazione di tali popoli avvenuta nel XIX secolo.
Non facciamo l’errore di pensare che tali usanze divenute americane non trovino un riscontro con la nostra tradizione.
Nel nostro territorio assistiamo, fino a pochi decenni fa (precisamente fino al secondo dopoguerra), alla presenza di tradizioni e culti rivolti ai morti che hanno tutta l’aria di condividere l’origine con il moderno “dolcetto o scherzetto”.
A quanto pare, nemmeno l'utilizzo della zucca è prerogativa esclusivamente americana. A Raiano, in provincia di l’Aquila, nel 2003 Damiano Venanzio Fucinese scrive che «un tempo, fino a una cinquantina d’anni fa, i ragazzi preparavano la checòcce, le zucche. Vuotavano delle grandi zucche e ci praticavano dei fori che riproducevano il naso, gli occhi e la bocca; un grosso buco alla base consentiva di introdurvi una candela accesa». Ancora, Lombradi Satriani e Meligrana, scrivono che a Nicotera, in provincia di Vibo Valentia, «fino a qualche anno fa, nel giorno dei morti i bambini andavano per le case, portando una zucca svuotata e lavorata a mo' di teschio, nel cui interno era accesa una candela. Con questa maschera mortuaria chiedevano: 'ndi dati i beneditti morti? ricevendone in cambio cibi e più raramente soldi». Testimonianze riguardanti zucche intagliate non mancano nemmeno in Sardegna e in qualche zona del Friuli.
In tutto il territorio italiano troviamo testimonianze di grandi cene in onore dei morti, di gruppi di bambini che bussavano alle case per ricevere qualcosa da mangiare, di travestimenti terrificanti e di giochi la cui funzione era la protezione dagli spiriti maligni. In Friuli, in Veneto e in Piemonte sono forti le testimonianze di bambini e poveri che bussavano di casa in casa chiedendo qualcosa da mangiare. Molte volte i bambini minacciavano anche uno scherzo o un dispetto, oppure la venuta di uno spirito maligno, se la loro richiesta non fosse stata accolta dai padroni di casa.
Non mancano i riti di accoglienza dei morti nelle proprie case. Per quanto riguarda la Liguria, Giardelli scrisse che la mattina di Ognissanti «bisogna preparare ben pulite e riordinate le camere e alzarsi presto per lasciare il letto ai morti, stanchi del viaggio. Si avrà inoltre l’avvertenza di porre del cibo sulla tavola, perché possano rifocillarsi». Questa usanza si trova in tutta Italia e riguarda le anime benigne di cui ho parlato sopra. Per farsi un'idea più precisa riguardo alle tradizioni italiane, comunque, consiglio la lettura del libro Halloween, nella notte che i morti ritornano, di Baldini e Bellosi.

Nonostante tutte le prove riguardanti le usanze in comune con Halloween in territorio italiano, i ciarlatani continuano ancora nella loro strenua battaglia contro tale festa, definendola solo un fenomeno commerciale e demoniaco derivato dall’influenza della cultura statunitense. Non hanno tutti i torti per quanto riguarda la commercializzazione che tale festa ha subito, però sembra che il boom di Halloween sia dovuto proprio a un sentimento derivato dalle nostre tradizioni, tornato finalmente alla ribalta e che sembra non voler andarsene.
Le zucche, i costumi e il “dolcetto o scherzetto” sono solo un fenomeno commerciale? Andatelo a dire a coloro che festeggiavano in tal modo prima che tali usanze venissero etichettate come futili riti atti solo al divertimento dei piccoli.
Da quello che sembra, questo improvviso boom è dovuto non tanto a un influenza statunitense o demoniaca sui i nostri stili di vita, ma di una riscoperta delle nostre vere tradizioni.
Per quanto riguarda la Chiesa, sempre in prima linea contro Halloween, vorrei dire solo una cosa: questa festa porta con sé una vena spirituale pari a poche altre, e anche se i suoi simboli sono di discendenza pagana, non dobbiamo dimenticare che anche il Natale e la Pasqua (per citare le maggiori) adottano simboli e figure derivanti dalla tradizione pre-cristiana. Senza contare il fatto che la stessa Vergine con Bambino è un simbolo che ci deriva dalla cultura egizia.
Perché dunque questa battaglia spirituale portata avanti con tanta presunzione (atteggiamento tipico dell'ambiente ecclesiastico)? Forse per ignoranza. E sappiamo anche che tale caratteristica, se usata nel modo giusto, ha sempre avuto il suo tornaconto; e questo la Chiesa lo sa bene.


Detto questo, buon Halloween a tutti!


E.

27 ottobre 2012

Post-it utili


Qualche piccolo incoraggiamento non fa mai male. Soprattutto se tali incoraggiamenti riescono davvero a spronarti.
Nient'altro da aggiungere per oggi.


E.

24 ottobre 2012

Casa ideale


Datemi una casa del genere, una macchina da scrivere e una buona scorta di carta, tè alla vaniglia, whiskey/bourbon e Guinness.
Se riuscirò mai a ottenere tutto questo, potrò dirmi veramente felice.

«Era una casa grande, ma era una residenza estiva, e Tashmore Glen era una cittadina estiva. C'erano una ventina di villette sulla strada che costeggiava la baia settentrionale del lago e in luglio o agosto sarebbero state quasi tutte abitate... ma non era né luglio né agosto. Era la fine di ottobre. Un colpo d'arma da fuoco si sarebbe probabilmente disperso nell'aria senza che nessuno lo udisse. E, nel caso qualcuno lo avesse sentito, avrebbe semplicemente concluso che avevano tirato a una quaglia o a un fagiano: era stagione di caccia.»1
«Essere chiusi in casa con un bel caminetto acceso mentre fuori nevica è una delle cose migliori che la vita possa offrire.
Così almeno la pensava Dave, mentre buttava un altro ceppo sul fuoco. Il calore prodotto dalle fiamme gli scottava il viso, ma lui non se ne curò, rimanendo così ad ammirare il fuoco che aveva appena ravvivato. Uno spettacolo magnifico.
La prospettiva di sedersi alla propria scrivania per cominciare il suo nuovo libro era deliziosa, quasi paradisiaca e, come se non bastasse, vi erano tutte le condizioni ottimali per una buona scrittura: pace, caldo e neve. Mancava solo una buona sigaretta.»2


E.


1. Stephen King, Finestra Segreta, Giardino Segreto (in Quattro dopo Mezzanotte, volume I), Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, p. 283.
2. Emanuele Secco, Untitled (a.k.a. Barracuda), racconto incompleto, incipit.

21 ottobre 2012

GIUNTI a questo PUNTO...
gift card!

Ovvero, quando le gift card di qualsiasi libreria si dimostrano essere regali vincenti.



Ieri mattina ho finalmente trovato il tempo per spendere uno dei regali ricevuti per il mio compleanno (1 ottobre): una splendida, fantastica, absolutely cool gift card dal valore di 100 euro da spendere in qualsiasi libreria Giunti al Punto.
Le previsioni più ottimiste mi vedevano impegnato nell'intera mattinata cercando libri, criticando le loro disposizioni e facendo ammattire i commessi. Gli allibratori più spietati avevano assegnato quote altissime a un mio coinvolgimento di ventiquattr'ore in quella che si presupponeva essere un impresa disperata; avere 100 euro da spendere in libreria non fa mai bene.
Non è andata così, infatti in un'ora me la sono cavata alla grande. Esatto, ho fatto il bravo premunendomi nei giorni prima di una lista dei libri che avrei preso (che alla fine è stata rispettata solo per metà).

Bon, poche ciance. Ecco qui la lista degli eletti:
  • Jack Kerouac, I sotterranei;
  • Charles Bukowski, Post office;
  • Charles Bukowski, Donne;
  • John Fante, Chiedi alla polvere;
  • Chuck Palahniuk, Fight Club;
  • Murakami Haruki, Norwegian wood (Tokyo Blues); (consigliato dalla carissima Veronica)
  • Stefano Benni, Bar sport;
  • José Saramago, Caino;
  • Guy de Maupassant, Bel-Ami;
  • Dan Brown, Le verità del ghiaccio;
  • Alessandro Baricco, Tre volte all'alba.

E questi 11 nuovi amici vanno ad aggiungersi ad altri due libri regalatimi in occasione delle celebrazioni per il mio quarto di secolo:
  • Ken Follett, L'inverno del mondo; (ringraziando i suoceri)
  • Chuck Palahniuk, Dannazione; (abbracci e baci a Alice e Veronica)

Madonna!
Man mano che vedo 'sto paccone di libri sulla mia scrivania, penso solo a una cosa: l'ebook che sto leggendo sarà l'ultimo per un po'.
Si torna allegramente al cartaceo! Urrà!


E.


Mille baci, abbracci, grattatine, palpate e uccellate ai butei di Povegliano e a tutti i partecipanti alla festa (senza dimenticarsi di Luca, Barbara, Luca, Martina e Claudio). Vi voglio un mondo di bene :) 

18 ottobre 2012

Cherry la misericordiosa
(Strip Club: a love story)

Oggi è il turno del mio racconto, presentato sempre per il concorso, ormai annullato, Strip club: a love story.
Non mi resta che augurarvi buona lettura!

sottofondi consigliati: Chingon - Cherry's Dance of Death & Edith Piaf - Non Je Ne Regrette Rien


Cherry la misericordiosa
di
Emanuele Secco

-Proprio sicuro di non volerne approfittare?-
Silenzio. Solo il ronzio dei neon in sottofondo.
-Io proprio non vi capisco a voi uomini. Fate tanto i duri, vantandovi delle vostre imprese, ma appena vi si presenta l'occasione di avere un po' di fica facile vi tirate indietro.-
Ancora silenzio. Lui la guardò di sottecchi. Un accenno di sorriso gli deformò le labbra.
-Allora?- lo incalzò lei. -È un'ora che ce ne stiamo qui in silenzio. Vuoi dirmi qualcosa?-
Nessuna risposta. Quel silenzio la stava facendo innervosire. Non era così che era abituata a trattare con gli uomini. Era sempre molto semplice: loro la pagavano e lei ballava, poi se il cliente scuciva un bel po' di verdoni, e succedeva quasi sempre, si passava a qualcosa di più interessante. L'agente che aveva davanti, al contrario, sembrava essere fatto di ferro. Nessuno sguardo voglioso, nessuna occhiata furtiva alla sua abbondante scollatura. Niente di niente.
-Possibile che tu non veda niente di interessante da queste parti?- continuò lei, sfiorandosi il seno sinistro con una mano.
Lei si passò la lingua tra le labbra, cercando in tutte le maniere di sbloccare quel pezzo di carne frigida che aveva davanti. Avrebbe potuto prenderla lì se solo avesse voluto, su quel tavolo di acciaio. Ma niente, se ne stava seduto a fissarla, immobile.
Lui si schiarì la gola.
Era ora, pensò lei. Finalmente un segno di vita.
-Vuoi almeno dirmi perché mi avete portata qui in fretta e furia? Lo incalzò. -Se c'è una cosa che odio è proprio essere svegliata nel cuore della notte da un ciccione col distintivo che mi invita a seguirlo in centrale.-
Ancora nessuna risposta. E, come se non bastasse, ogni minuto che passava quella stanza dalle pareti bianche sembrava farsi sempre più piccola, stringendosi attorno a lei come quei trabocchetti che si vedono nei film d'avventura.
-Poi arrivo qui,- continuò lei, -e mi tocca stare davanti a un bel ragazzo come te per un'ora intera. E in silenzio pure!-
-Si calmi...- esordì lui, con una calma innaturale.
-Si calmi un bel paio di palle, agente- lo interruppe lei, alzandosi in piedi e sporgendosi sul tavolo.
-Detective...- precisò lui. Alzò lo sguardo e incrociò gli occhi di lei. Occhi neri, profondi come la notte più buia. Occhi da predatrice.
-Come?-
-Sono detective, non un semplice agente.-
-Ah, ok...-
-Vuole tornare a sedersi?- la invitò lui con un gesto della mano. -Prego...-
Lei si sedette. Eh, no, quello sbirro non era una preda facile, avrebbe dovuto lavorare sodo per riuscire a piegarlo. D'altra parte era questo il suo lavoro: far sì che gli uomini obbedissero a tutti i suoi desideri, illudendoli poi che quei desideri fossero i loro. Era una maestra nel suo lavoro, e quel fottuto sbirro se ne sarebbe accorto molto presto.
-Si è calmata ora?- le chiese lui.
-Sì, un po'.-
-Bene!- esclamò. -Ora, per tornare alle sue domande e alla sua grande voglia di dare fiato alle trombe, e non solo a quelle, posso solo dirle che non le ho fatto ancora alcuna domanda perché stiamo aspettando il suo avvocato.-
-Stiamo?- chiese lei.
-Sì, stiamo- le rispose. -Io e i signori di là- e indicò l'enorme specchio alla sua destra. Un comunissimo vetro oscurato, di quelli presenti in tutte le aule di interrogatorio del mondo.
Lei fece segno di capire, poi si girò per fare un sensuale gesto di saluto verso lo specchio. Lui sorrise.
-E se non le bastasse,- continuò, -ci stanno guardando anche dalla telecamera alle sue spalle. Quindi un suo tentativo di sedurmi non passerebbe inosservato, né andrebbe a suo favore per quanto riguarda le indagini.-
Era vero, c'era una telecamera dietro di lei. Chissà, magari qualche agente di primo pelo stava già facendo qualche fantasia su quelle curve mozzafiato.
-Ah!- esclamò lei.
-Esatto, quindi non si faccia venire strane idee. Qui non siamo nel suo club.-
-Che peccato...- disse lei, assumendo quell'aria innocente che tanto piaceva ai suoi clienti.
I due rimasero in silenzio ancora per qualche minuto.
Questa volta la faccenda è seria, pensò lei, forse non riuscirò a cavarmela con tanta facilità. Diede un'altra occhiata al detective. Davvero un bell'uomo, con quel viso dai lineamenti duri e lo sguardo severo. Aveva subito capito che lui faceva parte di quella schiera di uomini che preferiva: quelli che non si sottomettevano con facilità, con cui bisognava lavorare duramente per poi passare una notte fantastica. Non come quei vecchi rimbecilliti in doppiopetto con cui era abituata a lavorare. Lui sì che era un uomo, ma non era ancora venuto il momento di danzare per lui. Prima avrebbe dovuto lavorarselo un po'.
-Posso avere una sigaretta?- chiese lei.
-Certo, si figuri- le rispose il detective, e posò pacchetto e accendino sul tavolo.
Poco dopo, una nuvola di fumo cominciò ad aleggiare in aria. Un po' di sedativo per i nervi non fa mai male.
-Ah, già che ci siamo- debuttò il detective. -Le andrebbe di raccontarmi qualcosa di più su di lei? Così guadagniamo un po' di tempo.-
-Detective!- esclamò lei scostandosi di qualche millimetro i bordi della camicetta. -Non pensavo che saremmo arrivati subito a questo.-
-Rimetta tutto a posto- rispose lui, serio. -Penso che lei mi abbia frainteso.-
Lei si rimise in ordine la scollatura, delusa.
-E allora cosa vuole?-
-Vorrei solo farle qualche domanda sul suo passato e sul suo lavoro al club.-
-Ma il mio avvocato...- lo interruppe lei.
-Sono domande che dovrei comunque farle prima dell'interrogatorio. Ci servono per confrontare i dati in nostro possesso- disse il detective indicando la cartellina gialla che teneva sul tavolo. -Inutile dirle che queste domande non necessitano della presenza dell'avvocato.-
Breve pausa.
-Veda un po' lei- la esortò lui sistemandosi sulla sedia.
Lei si guardò intorno per qualche secondo. Quella stanza era davvero diventata più piccola. Meglio impegnare un po' di quel tempo.
-Be', se questo mi aiuterà a non passare un'altra ora di silenzio forzato, direi che mi va bene.-
-Benissimo!- esclamò lui, protendendosi verso di lei, le braccia incrociate sul tavolo. -Procediamo?-
-Per quello che vale...-
Lui si schiarì la gola.
-Dunque, il suo nome è Cherry, giusto?-
-Esatto.-
-Cherry e nient'altro?-
-Per ora accontentati di Cherry-e-nient'altro- rispose lei, secca.
-Per me va bene. Dunque, Cherry-e-nient'altro, mi può dire qual è il suo ruolo nello strip in cui lavora?-
-Sono la ballerina di punta, caro. E anche responsabile del personale femminile.-
-Ah!- la interruppe lui. -Pure?-
-Sì, esatto, caro detective. Per chi mi hai preso, per una puttana qualsiasi?-
Lui rimase interdetto per un paio di secondi.
-Non era questa la mia intenzione- si scusò.
-Be', lo spero- rispose lei. -Anche perché, se non sbaglio, si potrebbe arrivare alla diffamazione.- I suoi occhi erano gonfi di rabbia, le guance arrossate.
-Vedo che sa quello che dice. Mi scuso ancora...-
-Ma sì, ma sì. Sai poi quanto me ne frega- rispose lei. -Prossima domanda?-
Lui aprì la cartella gialla e cominciò a sfogliarne il contenuto.
-Qui dice che ha frequentato l'università locale.-
Lei annuì.
-Facoltà?- le chiese, sempre guardando il foglio.
-Lettere moderne.-
-Lettere moderne?- ripeté lui, perplesso.
-Sì- rispose lei, secca. -Ma sono durata solo un paio d'anni. Poi ho preferito fare dell'altro.-
-Mi racconti- la invitò il detective mettendosi comodo.
-Posso sfilarti un'altra sigaretta?- e si protese verso il pacchetto.
Lui le rivolse un cenno affermativo.
-Allora- riprese lei, assaporando la prima boccata. -Sono arrivata in questa città dopo aver fatto le scuole superiori. Non avendo molti soldi, decisi di lavorare e studiare.-
-E i suoi genitori?- si intromise lui.
-Troppo occupati a pensare ai cazzi propri. Posso andare avanti?-
-Si figuri- disse lui.
-Dicevo. Il primo anno di studi l'ho passato lavorando come cameriera al BunnyCoffee, una caffetteria poco lontana dall'università.-
-Al BunnyCoffee, eh?!- la interruppe lui.
-Sì, detective. E non fare quella faccia, tutte le ragazze che hanno bisogno di un po' di grana per mantenersi gli studi hanno indossato quello schifo di costume da coniglietta e servito caffè annacquato a quella mandria di porci almeno una volta nella vita.-
-Mi sembra di capire che non le piacesse.-
-Bella scoperta, caro il mio Watson. Che c'è... credi che una che lavora in uno strip non sappia chi fosse Sherlock Holmes?-
Lui sembrò non averla sentita. Le fece solo segno di continuare.
-Se, va be'- fece lei, spegnendo la sigaretta. -Dunque, dicevo che ho passato un anno tra studi e il BunnyCoffee. Un vero schifo.
-Una sera un cliente del bar mi aspettò fino all'orario di chiusura. I suoi modi erano gentili, senza tralasciare il fatto che era anche belloccio e con un bel po' di grana.
-Camminammo per qualche ora nella notte, parlando dei nostri interessi e dei nostri sogni. Ripeto, sembrava un tipo a posto sotto tutti i punti di vista, ma non appena arrivammo nel piazzale esterno dell'università, lui mi trascinò dietro a un albero e mi violentò, minacciandomi con una pistola.-
Una lieve ombra oscurò i suoi occhi neri. Il detective se ne accorse.
-Se le fa male parlare di questo fatto, non è obbligata a farlo.-
-Cosa c'è, detective- disse lei, -non ha voglia di sentire niente su quanto maledettamente stronzi possiate essere voi uomini?-
-Cherry, la prego di ricomporsi, e di ricordarsi che sta parlando con un detective della polizia- la ammonì lui, alzando la voce.
-Sai che roba...- gli fece eco Cherry.
Lui si sporse sul tavolo.
-Si ricordi che posso sempre sbatterla dentro per oltraggio a pubblico ufficiale! E per questo non serve certo aspettare il suo caro avvocato.-
Il detective si rimise comodo, continuando a fissarla.
Non va bene, cazzo! pensò Cherry. Se vuoi uscire da questa situazione di merda devi fare la brava cagnolina.
Lui si accese una sigaretta, lei anche.
Il silenzio riavvolse i due con la sua pesantezza. Solo il ronzio dei neon a fare da sottofondo.
-Scusami- esordì Cherry, con voce carica di moine.
-Va bene. Vuole continuare?- disse lui, sbrigativo.
-Certo. Dicevo che quel bastardo mi violentò proprio davanti alla mia università. Caso vuole che nessuno passasse di lì in quel momento. Bello, eh?! Ma torniamo alla storia.
-La mattina dopo mi svegliai distrutta, in lacrime, e con qualche graffio. Non andai né a lezione né al lavoro. La sola possibilità di vedere degli uomini durante la giornata mi disgustava nel profondo.-
Vai ora con la lacrimuccia. Funziona sempre.
Cherry scoppiò in lacrime. Brava, fallo commuovere.
-Giurai che non avrei mai amato, e che prima o poi quello stronzo l'avrebbe pagata!- urlò con la voce rotta dai singhiozzi.-Ma per sua fortuna non lo vidi mai più.-
Il detective si alzò, premuroso, e le porse un fazzoletto.
-Tranquilla, tranquilla- disse, cercando di confortarla. Poi con un mezzo sorrisetto aggiunse: -Sappia però che piangere non le servirà a uscire di qui prima dell'interrogatorio.-
Cherry esultò fra sé e sé. Qualcosa era cambiato nella voce del detective. La fortezza stava lentamente implodendo. E questo a Cherry piacque. Piacque molto.

Passò un'altra ora. Un'ora fatta di parole su parole. In quel lasso di tempo Cherry gli raccontò tutto quello che accadde nei suoi due anni di università. Di come aveva fatto giuramento di farla pagare agli uomini, di come, qualche mese dopo lo stupro, avesse trovato lavoro come spogliarellista all'El Wray Strip Club. Era il posto giusto per far sì che gli uomini peggiori si piegassero al suo corpo e ai suoi voleri.
Negli anni successivi, Kitty, la ballerina anziana, le insegnò tutti i trucchi del mestiere e, soprattutto, a rendere uno spogliarello il più lungo e fruttuoso possibile.
Il detective rimase paziente ad ascoltarla, a tratti rapito dalla storia e sempre più affascinato da quella donna. Sentiva che quella che stava provando non era solo un'attrazione di tipo animale verso una qualunque preda da conquistare, era qualcosa di più: una specie di venerazione.
Mentre lei raccontava molto dettagliatamente le sue esperienze di lavoro all'El Wray Strip Club, gli capitò di sognare a occhi aperti: lei era seduta su un trono di pallettes, e lo stava frustando a dovere. Sì, mia padrona!, immaginò di urlare, fai di me ciò che vuoi!.
Nemmeno un intero rotolo di banconote sarebbe bastato per passare una sola notte a letto con lei. Lei era tutto,avrebbe potuto diventare la padrona del suo destino in un attimo.
Mentre raccontava, Cherry si accorse di tutto ciò.
L'unica cosa che la tratteneva ancora dal fare di quel detective il suo peluche con il collare borchiato era la presenza di altri agenti dall'altra parte del vetro e di quella dannatissima telecamera. Forse aveva già conquistato anche gli altri agenti, ma non poteva esserne sicura. Era solo certa che doveva riuscire a uscire di lì il prima possibile, a costo di farsi sbattere da ognuno di loro.
Decise che era meglio continuare ancora un po', per essere più sicuri. Un filo molto sottile era teso tra lei e la galera, e di certo lei non voleva fare in modo che si rompesse.
-Poi, quando Kitty scomparve, presi in mano io la gestione del personale femminile al club. Fine della storia.-
Cherry spense l'ennesima sigaretta fumata durante il suo racconto. Aveva quasi finito tutte le sigarette del buon detective mentre parlava.
Lui se ne stava seduto, proteso verso di lei, con il mento poggiato sui palmi delle mani. Nei suoi occhi vi era un sogno: portarsi a letto quella donna. Era in quella posizione da una mezz'ora buona, e aveva ascoltato a malapena il racconto di lei. Quello che voleva veramente era poter adorare quel corpo perfetto.
-Detective?- lo chiamò lei, cercando di attirare la sua attenzione.
Lui rimase immobile, incantato dalla bellezza di quella donna.
-Detective?- lo chiamò ancora. -Riesce a sentirmi?-
Lui parve svegliarsi da un sogno.
-Sì!- le rispose. -Sono qui!-
Lei sorrise.
Lui si schiarì la gola per un paio di volte.
-Una storia davvero interessante la sua, cara Cherry.-
Era fatto. Ora non restava altro che dargli il colpo di grazia, a lui e a quegli altri porci che, assistendo alla scena, probabilmente si erano già infilati una mano nei pantaloni.
-Detective, non mi hai ancora detto il tuo nome- lo provocò strusciandosi le dita sul lembo di pelle visibile dalla scollatura.
-J-J-J-John- balbettò lui.
Lei si allungò sul tavolo, ben attenta a mettere la scollatura in bella vista.
-Allora, John. Ti ho appena raccontato tutto di me. Che ne dici se per completare il tutto io adesso mi mettessi a ballare per te?-
-Ma non c'è musica!- esclamò il detective, poi si riprese subito. -Volevo dire, siamo in una stazione di polizia. Non credo che ai piani alti apprezzerebbero.-
Fulminea, lei salì sul tavolo e, procedendo a gattoni, avanzò lentamente fino a trovarsi a pochi centimetri dal volto di John.
-Ti assicuro che ai piani alti pagherebbero una cifra per godersi questo spettacolo.- La sua voce era calda e sensuale, un invito bello e buono a dare sfogo ai desideri proibiti di un uomo.
-Ma- si scostò lui, -dobbiamo aspettare il suo avvocato per farle alcune domande su quanto è successo poche ore fa al club.-
Cherry abbassò lo sguardo verso i pantaloni di John e cominciò a sentirsi affamata. Cristo, che erezione!-Tu non preoccuparti- gli disse, -le risposte arriveranno prima di quanto tu possa immaginare.- Si leccò le dita e, allungandosi, gli abbassò la patta dei pantaloni. -Potrai darti da fare, mentre mi prenderò cura di te.-
Il tavolo era ben solido, si poteva cominciare.
Senza scendere dal tavolo, Cherry si alzò in piedi in tutta la sua statuaria bellezza, e cominciò subito a far ondeggiare i fianchi.
John si mise comodo, gli occhi sgranati e carichi di desiderio. Con le mani cominciò a seguire il ritmo di quei fianchi perfetti, immaginando di accarezzarli.
Cherry continuò imperterrita. Era il suo lavoro, l'unica cosa che sapesse fare, e questa volta era per lei il culmine di tutta una vita. Non avrebbe permesso che qualcosa andasse storto. Era sicura del risultato che avrebbe ottenuto, ma, come ogni volta, era meglio non affrettarsi a cantare vittoria.
John cominciò a deglutire all'impazzata. La voleva. Voleva possedere quella donna a ogni costo. In culo la polizia, in culo i gradi. In quel momento l'unica cosa che gli interessava era lei, e voleva andarci fino in fondo.
Senza pensarci due volte, John si tirò fuori l'uccello, gustandosi la propria erezione.
Ancora un poco, caro Johnny, pensò Cherry, poi vedremo che l'avrà vinta.
Cherry si voltò, mettendo in bella vista le sue natiche tonde e sode e facendole ondeggiare con un ritmo ipnotico. Lentamente si tolse la camicetta, facendola poi ricadere all'indietro sul viso di John. Lui emise un rantolo strozzato: la spogliarellista non portava il reggiseno.
Lei si coprì i seni con le braccia, anche i cari amici che stavano dietro allo specchio dovevano aspettare.
Si voltò, con lentezza. Guardò John dritto negli occhi e ricominciò ad ancheggiare.
-Allora, John. Sei soddisfatto?- gli chiese lei ammiccando.
-No, per niente- rispose lui deglutendo con forza. -Voglio di più!- Stava strizzando gli occhi con una regolarità allarmante. Era quasi sul punto di venire.
Lei si chinò verso di lui. -Vuoi vederle?-
-Sì...- rispose lui.
-Vuoi toccarle?-
-Sì!-
-Sta' a guardare allora.-
Cherry si raddrizzò con la schiena e cominciò a roteare su se stessa. Un giro, due giri, tre giri, quattro giri. Di punto in bianco si fermò e aprì le braccia.
John bestemmiò ad alta voce e venne sul tavolo. Si udirono grida di piacere dall'altra parte del vetro oscurato.
-Che ne dici dei miei seni, eh?- gli chiese Cherry. -Sento che anche i tuoi amici ci stanno dando dentro.-
Lui non riuscì a rispondere. Il suo sguardo era fisso su si lei, sui suoi seni perfetti. Lentamente, cominciò a slacciarsi la cravatta.
-Fermo!- lo intimò lei.
-Ma come- piagnucolò John, lasciando perdere la cravatta. -Ne ho ancora qui sotto!-
Lei gli lanciò una delle sue occhiate feline.
-Ti prometto che dopo ci divertiremo, amore mio. E io per prima mi divertirò, ma lo spettacolo non è ancora finito.-
Detto questo cominciò ad abbassarsi la minigonna di jeans. Poco a poco John si poté rendere conto che la dea che aveva davanti agli occhi non portava nemmeno le mutandine.
Pochi secondi e anche la minigonna cadde sul pavimento. Ed eccola lì', a troneggiare nella sua nudità. La sua era quasi una danza rituale dei tempi antichi. Lei era sacerdotessa e dea insieme, e quella stanza era il suo tempio. I suoi adepti erano lì solo per lei, e la adoravano con tutta l'anima.
'Bene', pensò Cherry, 'facciamola finita una volta per tutte'.
Senza indugiare cominciò con i passi segreti che la vecchia Kitty le aveva insegnato. Dapprima molto lentamente, poi sempre più veloce, sempre di più, finché un'esplosione di sangue non la investì in pieno.
A quel punto era davvero finita.

Solo quando Cherry finì di rivestirsi cominciarono a udirsi i primi spari. I suoi adepti le stavano facendo strada verso la libertà. John no, lui era ancora seduto, con la patta dei pantaloni squarciata. Al posto del pene vi era solo un ammasso di carne sanguinolenta e ancora fumante. Al contrario dei suoi colleghi dall'altra parte dello specchio, lui era morto stecchito. Non era da biasimarlo, lui era stato investito in pieno dall'effetto della Danza della Morte. Gli altri erano solo degli zombie castrati pronti a ubbidire alla loro padrona.
Cherry si passò un dito sul volto coperto di sangue, poi se lo succhiò con ingordigia.
-Peccato, John- disse ridacchiando e rivolgendo uno sguardo al corpo martoriato del detective, -eri un uomo buono, in tutti i sensi.-
Si chinò sul detective e lo baciò sulle labbra semichiuse. -Mi sarebbe piaciuto averti, ma rimani comunque un uomo. Come quei coglioni di qualche ora fa all'El Wray.-
Detto questo, raccolse la borsetta e uscì dalla stanza. Lo spettacolo che si trovò davanti agli occhi era raccapricciante: scrivanie fatte a pezzi, arti umani smangiucchiati affissi alle pareti, interiora umane sparse per il pavimento e sangue dappertutto. Ancora spari in sottofondo.
Bravi i miei ragazzi, pensò facendosi largo in mezzo a quello scempio. Chissà, forse anche i suoi schiavi trasformati poche ore prima all'El Wray Strip Club si stavano divertendo in giro per la città. Chissà quale nome le avrebbero mai potuto affibiare: Cherry la Misericordiosa, Cherry la Terribile, Cherry la Vendicatrice.
L'unica cosa certa era che la sua vendetta finale contro gli uomini era appena cominciata, e sarebbero stati proprio loro ad autodistruggersi. E tutti i pochi sopravvissuti l'avrebbero adorata, venerandola come dea bellissima e spietata.
Non male come idea, pensò Cherry, andando col pensiero alle mille e mille danze che avrebbe dovuto ancora fare per raggiungere i suoi scopi.
Quando finalmente riuscì a uscire dalla stazione di polizia e vide che per le strada la follia distruttriva procedeva già a un buon ritmo un solo pensiero le occupava la testa: l'El Wray Strip Club non era appropriato per ospitare una dea. Forse in un luogo lontano, in Italia, ora centro di venerazione di un dio solo immaginato che due millenni prima pare si fosse presentato in forma umana. Forse quello sarebbe stato il posto adatto a lei, una divinità fatta di carne e ossa.
Sì, quel luogo sarebbe andato bene. Amen.


E.