31 ottobre 2011

È giunto Halloween!


sottofondo: Danny Elfman – This is Halloween
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Dopo il fermo forzato di 7 ore a cui mi ha obbligato Google nella giornata di ieri, rieccomi qua!
Qualcuno di voi si aspettava un post riguardante il libro sulle tradizioni italiane legate ad Halloween che sto leggendo. Mi dispiace ma non sono riuscito a finirlo in tempo, ma tra qualche giorno dovrei riuscire a parlarne.
Forse qualcuno di voi si aspettava un post in cui avrei parlato della vera origina di Halloween. Posso dirvi che per quello c’è il mio articolo di oggi su frews.it.
Vi domanderete allora, ma cosa hai preparato per oggi? Presto fatto!
In questi giorni ho lavorato ad una sorta di riedizione del racconto di Halloween che pubblicai su questo blog l’anno scorso. Aveva proprio bisogno di una correzione fatta bene, e visto che si avvicinava Halloween non ho potuto resistere. Di seguito trovate i link: parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Quale modo migliore per festeggiare questa festa con un bel racconto a tema?
Per quelli di voi che si sono persi il mio post di ieri, a causa di Google, ecco il link.
Bene, non mi resta che finire di scrivere per andare ad aiutare la mia santa morosa che sta lavorando come una matta per preparare i dolci per la cena di stasera :)
happyhalloween
Buon Halloween a tutti!

E.

30 ottobre 2011

Leggende friulane
La danza dei muarz

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Vista la ricorrenza che cade domani, e il numero di consensi che ho ricevuto per il precedente post, direi che cosa buona e giusta è pubblicare una bella leggenda friulana a tema.
Con la leggenda di oggi siamo a Gorizia. Non è la mia zona di nascita, ma la leggenda mi ha affascinato così tanto che non potevo fare a meno di proporvela.

«Il giorno dei morti i goriziani rivolgono il pensiero ai poveri defunti. È credenza che per due notti le anime vadano a visitare brevemente le loro vecchie case, vagando per i corridoi, intrufolandosi negli angoli ed in quei luoghi che erano stati loro cari in vita. Poi, raccolti in processione, raggiungono il camposanto e scompaiono. Hanno l’aspetto di immagini bianche o di fiammelle.
Una volta, in un villaggio friulano, una vecchia, spinta dalla curiosità, volle assistere alla processione delle anime. La sera, quando la campana aveva già suonato per la seconda volta, suo figlio si recò in chiesa, assieme agli altri contadini, per dare – come è usanza – altri due rintocchi di campana in memoria dei defunti. Intanto in casa la vecchia madre pregava il rosario dei muarz. Quando il figlio tornò a casa, ella tagliò il pane dei muarz che poi, secondo il rito, viene mangiato con una preghiera.
Al prolungato suono della campana del paese i defunti si risvegliarono. Mentre il figlio andò a dormire, la donna rimase alla finestra con gli occhi fissi nel buio. Quando suonò la mezzanotte si sporse dalla finestra.
Da lontano avanzava il corteo di spiriti avvolti in vesti candide. La donna riconobbe molti di coloro che le passavano davanti, ma tutti procedevano muti verso la chiesa. Allora cominciò ad aver paura, chiuse la finestra e si coricò. Il giorno dopo raccontò al figlio l’accaduto della notte. Egli si preoccupò molto per la madre e temette per la sua vita. Dopo qualche giorno infatti la vecchia s’ammalò e morì.
È questa la pena per chi osa spiare la segreta processione notturna dei morti»1
Spero che la lettura sia stata di vostro gradimento.
A domani!

E.

1. Anton von Mailly, Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie, Editrice Goriziana, Gorizia, 1986, pp. 62-63

28 ottobre 2011

La stella Alpina, tra corali e leggende

sottofondo: Arturo Zardini – Stelutis Alpinis

Ringrazio in anticipo Gianna e Rosetta per avermi ispirato questo post. Grazie!

Ho sempre pensato di dare spazio alle leggende e tradizioni della mia terra su questo blog. La voglia è scattata l’altro ieri leggendo il blog di Gianna e il post sulla leggenda riguardante il crisantemo. In quel momento mi chiesi: be’, io potrei riportare un po’ di materiale sulla stella alpina. Ed eccomi qui.

stella alpina

Come non potevo partire da questo fiore. Splendido nella sua semplicità. Simbolo di coraggio e determinazione per gli alpini e per tutti coloro che riescono a coglierlo; per esempio, sono numerosi i casi di paracadutisti tedeschi che durante la seconda guerra mondiale portavano ben visibile sulla giacca una stella alpina.
Possiamo definirlo il simbolo della montagna, il fiore più bello che si possa trovare in alta quota (e secondo me un’assoluta meraviglia).
La tradizione popolare ha voluto che anche questo splendido fiore venisse rivestito di un’aura mistica, divenendo così il protagonista di numerose leggende e canzoni. Quei bianchi petali sembrano fatti apposto per sopportare il peso di storie e storie che per secoli si sono raccontate su di essi.
Quella che vi voglio riportare oggi è una leggenda di montagna, diffusa più o meno su tutto l’arco alpino:

«Una giovane della valle aveva sposato un montanaro gagliardo che, come tutti quelli del paese, conosceva ed amava con tutta l'anima la sua montagna. Saliva spesso verso i ghiacciai, per cogliere il profumatissimo genepi, la pianta fortemente aromatica che serve ai liquoristi per fabbricare il famoso liquore dello stesso nome, e vi andava anche per dare la caccia alle marmotte, delle quali vendeva poi la pelle ai viaggiatori della città. I due sposi vivevano modestamente dei guadagni di lui, ma poiché si volevano tanto bene, erano felici come principi. Un giorno il giovane sposo partì come aveva fatto tante altre volte per la montagna, ma non fece più ritorno.
Invano la moglie lo attese per tre giorni successivi; nessuno lo aveva visto sulla montagna e nessuno sapeva dare notizie di dove fosse andato a finire. Allora la povera sposa, prese sulle spalle il sacco anche lei e salì verso il ghiacciaio per vedere di rintracciarlo.
Scorse ad una ad una tutte le cime,esaminò le valli, cercò con l'occhio ansioso nel fondo di tutti i crepacci e finalmente lo rinvenne. Ma ahimè lo trovò morto,proprio fra due lastroni di ghiaccio.Allora,affranta dal dolore, la povera sposa sedette sulla sporgenza della roccia e non pensò più di ritornare verso casa. Si mise a piangere e a lamentarsi per tutta la sera e per tutta la notte. All'alba, quando s'imbiancò il cielo, i suoi capelli e le ciglia erano coperte di un velo di brina, come una peluria d'argento.
"Signore" disse la sposa rivolgendo gli occhi al cielo, "Io non ho il coraggio di staccarmi da mio marito, lasciatemi qui, sulla balza di questa rupe, perché io possa vederlo sempre nel suo letto eterno di ghiaccio." Iddio ebbe pietà della sposa innamorata e la convertì nel fiore più caratteristico e più bello delle Alpi, la stella alpina»

 

Oltre che a leggende, la stella alpina ha ispirato anche molte canzoni popolari. Quella che vi propongo è forse la più famosa di tutte: Stelutis Alpinis, brano composto da Arturo Zardini durante la prima guerra mondiale. Consideratelo un po’ come un inno per gli abitanti del Friuli.

« Se tu vens cà sù ta' cretis,
là che lôr mi àn soterât,
al è un splàz plen di stelutis:
dal miò sanc 'l è stât bagnât.

Par segnâl une crosute
jé scolpide lì tal cret:
fra chês stelis nàs l'arbute,
sot di lôr jo duâr cuièt.

Ciol sù, ciol une stelute:
je 'a ricuarde il néstri ben,
tu 'i darâs 'ne bussadute,
e po' plàtile tal sen.

Quant che a ciase tu sês sole
e di cûr tu preis par me,
il miò spirt atòr ti svole:
jo e la stele sin cun té. »

« Se tu vieni quassù tra le rocce,
laddove mi hanno sepolto,
c'è uno spiazzo pieno di stelle alpine:
dal mio sangue è stato bagnato.

Come segno una piccola croce
è scolpita lì nella roccia:
fra quelle stelle nasce l'erbetta,
sotto di loro io dormo sereno.

Cogli cogli una piccola stella:
a ricordo del nostro amore.
Dalle un bacio,
e poi nascondila in seno.

Quando a casa tu sei sola
e di cuore preghi per me
il mio spirito ti aleggia intorno
io e la stella siamo con te. »

 

Se avete gradito questo post io potrei, ogni tanto, pubblicare qualche leggenda friulana. Penso che sia cosa buona e giusta dare un po’ di spazio alle leggende della nostra terra, racconti fantastici che pian piano stanno scomparendo.
A presto,

 

E.

26 ottobre 2011

Passi di libri, passi di vita - Sulla pelle viva

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Per introdurre questo libro mi affido ad alcune parole firmate da Giampaolo Pansa, facenti parte dell’introduzione.

«Sulla pelle viva è un libro sul potere e sui mostri che può generare. L’arroganza di troppi poteri forti. L’assenza di controlli. La ricerca del profitto a tutti i costi. La complicità di tanti organi dello Stato. I silenzi della stampa. L’umiliazione dei semplici. La ricerca vana di una giustizia. Il crollo della fiducia di una repubblica dei giusti. C’è tutto questo nel racconto di Tina. E sta in questo la modernità bruciante del suo libro»1

Non ci sarebbe nient’altro da dire, vero?! Proviamoci…
Il libro che oggi vi propongo è Sulla pelle viva, come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont.
L’autrice, Tina Merlin, ci guida attraverso i retroscena della catastrofe del Vajont illustrandoci, grazie anche all’ausilio di documenti ufficiali e processuali, non il disastro in sé (quella terribile notte del 9 ottobre del ‘63) ma l’intera storia degli espropri e della costruzione della diga. La narrazione, infatti, comincia nel 1956, anno in cui cominciarono le infamità da parte della SADE contro le popolazioni della valle. Via via ci vengono mostrate le prove riguardanti la prevedibilità di ciò che sarebbe accaduto e di come, il potere forte della società idroelettrica, si a rimasto muto pensando solo ai suoi interessi economici, letteralmente fregandosene delle popolazione che tale catastrofe sarebbe andata a colpire.

Tina, in questo libro, riesce con estrema maestria e guidarci attraverso un mondo fatto di usurpatori e stupri contro il pubblico interesse. Si potrebbe bollare quest’opera etichettandola come un documento puramente fazioso, ma è proprio la vita di Tina Merlin a svelarci la verità a riguardo; sto parlando del processo da lei vinto contro la SADE quando si vide, come giornalista dell’Unità e a causa di un articolo riguardante il Vajont datato 5 maggio 1959, imputata di “pubblicare notizie false, atte a turbare l’ordine pubblico” (fonti originali). Tina lavorava all’Unità, sì, ma seguiva l’interesse della popolazione scagliandosi contro alla democristiana SADE.
Ma bando alle ciance e diamo spazio a qualche estratto (come è mia abitudine):

«Resterà un monumento a vergogna perenne della scienza e della politica. Un connubio che legava strettissimamente, vent’anni fa, quasi tutti gli accademici illustri al potere economico, in questo caso al monopolio elettrico della SADE. Che a sua volta si serviva del potere politico, in questo caso tutto democristiano, per realizzare grandi imprese a scopo di pubblica utilità – si fa per dire – dalle quali ricavava o avrebbe ricavato enormi profitti. In compenso il potere politico era al sicuro sostenuto e foraggiato da coloro ai quali si prostituiva. La regola era – ed è ancora – come in tutti gli affari vantaggiosi, quella dello scambio.»2

«La Società Adriatica di Elettricità arriva  in forze a Erto nel 1956. Tecnici, operai, macchine, strumenti. È l’anno precedente l’inizio della costruzione della diga, vanto degli imprenditori elettrici veneziani, dei tecnici, degli scienziati che concorsero, in perfetta divisione di ruoli e di prebende, alla portata a termine dell’opera, dal progetto alla realizzazione. Nel 1956 la SADE ha quasi tutte le carte in regola, o almeno così fa capire: la concessione governativa per la derivazione delle acque del Vajont, i progetti di costruzione del bacino artificiale e della diga, terreni pubblici del Comune di Erto già espropriati e che sono destinati ad andare sott’acqua.»3

Questa lettura non vi lascerà indifferenti al caso. Vi sentirete indignati come non mai di fronte all’ennesima testimonianza riguardante il vizio dei potenti di agire indisturbati con la complicità di coloro che dovrebbero pensare alla nostra vita e al nostro benessere.
Sono innumerevoli le volte in cui lo Stato italiano, preso dal suo istinto di autoconservazione, ha tentato e tenta ancora di far cadere la tragedia del Vajont nell’oblio della dimenticanza. Questo libro è un invito a non dimenticare, a mantenere sempre viva la voce del ricordo. Proprio per questo vi invito a leggerlo.

 

E.


1. Tina Merlin, Sulla pelle viva, Cierre Edizioni, Sommacampagna, 2001, p. 17
2. Ibidem, p. 21
3. Ibidem, p. 38

25 ottobre 2011

Le mie Vacanze Romane

Oggi niente parole. Ho deciso di pubblicare, finalmente, un po’ di foto riguardanti le mie Vacanze Romane di quest’anno.
Buona visione :)

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23 ottobre 2011

Il Corriere della Sera preferisce Simoncelli al terremoto in Turchia

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Va bene il cordoglio per un giovane campione come Simoncelli, però credo che un terremoto del genere in Turchia meriti più attenzione.

ore 19.00: la notizia è passata in quarta posizione.

Secondo voi: con che notizia apriranno i telegiornali stasera?

 

E.

22 ottobre 2011

I've got the Power!


In questi giorni mi sento attivo come non mai.
Finalmente è tornata la voglia di scrivere. In realtà l'ho sempre avuta, ma non sembra essere stata genuina come quella mi scorre ora nelle vene. Questa volta mi sento in grado di fare tutto, di riuscire a imprimere su carta ogni minima idea che mi passa per la testa.
Tutto è partito giovedì, quando decisi di correggere un mio vecchio racconto. Volevo uniformarlo al mio stile attuale, togliendo quegli strafalcioni inutili e quelle ripetizioni che caratterizzavano i miei primi esperimenti letterari. Un lavoro a tratti anche noioso che mi ha tenuto occupato per tutta la sera (4 ore in tutto).
Mi sono ritrovato quindi a correggere, con la mia Pilot rossa, pagine e pagine di manoscritto. Quando finii mi sentii carico di una sana energia, come se in quei fogli fosse contenuta l'essenza stessa della scrittura. Volevo che quella notte non finisse più, mi sentivo in grado di continuare ancora per un bel po' di ore.
Alla fine è stato Stephen King a dire che "scrivere è un po' come il sesso quando si invecchia: cominciare diventa ogni giorno più difficile, ma quando hai cominciato non vorresti mai finire". Sante parole, Stephen. Peccato che il giorno dopo avrei dovuto svegliarmi alle 6.30 :)

Quindi eccomi qua. Più forte che mai e pronto a rimettermi in gioco con nuovi scritti. In effetti è dall'estate appena passata che continuo a dirmi che devo assolutamente scrivere. Dopo mesi e mesi passati a pubblicare racconti avevo anche bisogno di un attimo di pausa :)
A presto,


E.

20 ottobre 2011

Hey! C'è un Secco in biblioteca pt.2



ore 12.55: ovviamente gli ultimi dieci minuti sono stati un concentrato di corse per tutto il palazzo di lingue. Si chiude!

ore 12.29: mezz'ora di turno e poi via. Il tabacco chiama, e ti credo. Per il resto mattinata tranquilla, c'è stato un po' di movimento ma è più o meno un'ora che non faccio praticamente niente. Vorrei poter mettere delle casse a 'sto pc e far partire un po' di sano metallo, anche solo per ravvivare un po' l'atmosfera ^^

ore 11.54:un'ora... e poi lezione...

ore 11.42: si comincia a essere un po' stufi. Libro da ricollocare al primo piano: può aspettare la chiusura. Sigaretta Sigaretta Sigaretta Sigaretta Sigaretta Sigaretta Sigaretta Sigaretta Sigaretta! Louloooooooooooou Stingmatiiiiiiiiiiiiiized! Loulooooooooooooou Stigmatiiiiiiiiiized! Under... Marian Grace!

ore 11.15: poco meno di due ore alla fine del turno, e già lo stomaco comincia a brontolare. Sapendo, ovviamente, che non riceverà niente se non dopo le 14.30. Divertente scartabellare l'intero archivio prestiti, soprattutto se si deve cercare un libro che dovrebbe già essere nella sua locazione da ben 3 giorni -.-"

ore 10.23: altro che tranquilla mattinata piovosa... qua si lavora ^^ Sono sempre il Secco e siamo in diretta dalla Biblioteca di Romanistica dell'Università di Verona ;)

ore 9.59: come non detto, fatta la prima restituzione della giornata :) avete letto l'aggiornamento e avete voluto farmi lavorare... dite la verità ;)

ore 9.41: e rieccoci qui in diretta dalla Biblioteca di Romanistica dell'Università di Verona. La canzone che oggi non riesco a levarmi dalla testa è Hunting High and Low degli Stratovarius, gran pezzo power devo dire.
Continua a piovere a catinelle, e con questo la speranza che non si presenti nessuno per fare un prestito o una consultazione mi riempie il cuore; magari riuscirò a iniziare a studiare per la seconda parte di Arte. Chissà!
Mi è venuto in mente solo ora che per questo appuntamento non mi sono passato a pc l'immagine che avevo scattato apposta. Chissenefrega! Lo farò quando tornerò a casa.


E.

19 ottobre 2011

100.000!

Scusate... non potevo mancare.
Sto seriamente per mettermi a piangere...

100.000 visite!
GRAZIE A TUTTI!


Che sia ora di cambiamenti? Mah... vedremo :)
A presto,


E.

18 ottobre 2011

A caccia di libri antichi

sottofondo: John Williams - Indiana Jones Theme

Domenica pomeriggio è stato luogo di un evento: la mia prima caccia ai libri antichi (che starebbe anche per vecchi); anche se inaspettata, ma non per questo priva di importanza.
Dopo pranzo io, Eleonora, mia mamma e i miei zii decidiamo di andare a Mantova per fare un giretto nel suo bellissimo centro storico.
Pronti. Saltiamo in macchina e in una ventina di minuti eccoci a cercare parcheggio.
Appena arrivati davanti a Palazzo Ducale ci rendiamo conto che si stava tenendo il mercatino dell'antiquariato. Fortuna che con me avevo un po' di soldi.
Parto subito alla caccia di libri, rimanendo molto indietro rispetto al gruppo.
Già alla seconda bancarella viene fuori l'affarone, ma qui è meglio raccontarlo:
Sto fissando questa decina di libri. Hanno l'apparenza di essere vecchi. Non antichi nel vero senso della parola. Comincio a sfogliare le pagine, analizzando i frontespizi, e mi rendo conto che la datazione di questi libri va dal 1854 al 1966.  Sono tutti libretti devozionali e messali, alcuni in francese e altri o in latino o in italiano. Mi scappa quasi un urlo quando noto che sulla maggior parte di loro compare l'imprimatur della censura. Il mercante è lì che mi guarda.
Gli chiedo quanto mi fa di uno.
-5 euro!-
-Apperò-, dico io.
Ricomincio a sfogliare i libri. Lui mi si avvicina e mi dice che può darmene tre per 10 euro. A quel punto comincia una conversazione sul tema del libro e dei miei studi, quando, all'improvviso, lui mi guarda e mi dice che posso portarmi via tutti e dieci i libri a soli 20 euro. 
Non mi attardo a pagare e a ritirare la "merce". 
Gongolando, io ed Eleonora giriamo ancora un po' per il mercato.
Devo dire che mi rode ancora il fegato per non aver comprato un due volumi stampato dai Remondini nel XVIII secolo, ma quei 30 euro rappresentavano una settimana di università in più o in meno. Ci saranno altre occasione di tornare a Mantova, e soprattutto con l'intento di comprare un po' di tesori.
Come ultimo acquisto riesco a procurarmi altri quattro libri per soli 4 euro in tutto; tra i quali un'edizione di Niente di nuovo sul fronte occidentale in tedesco (1929) e un'edizione in inglese di Adam Bede di George Eliot con data ancora da verificare (le possibilità vanno dai primi agli anni '20 del '900).
E così la mia neonata collezione, che contava solo pochissimi volumi, ora si è ingrandita di un bel po'. Mi sa tanto che dovrò mettermi a stilare un catalogo e soprattutto escogitare un modo per conservare al meglio i tesori di cui vi ho parlato. Certo, la quasi totalità di loro risale al '900, ma col senno di poi...
Chissà, quasi quasi mi potrebbe venir voglia di parlarvi di ognuno di loro in un post dedicato. Vediamo cosa ci riserverà il futuro. Per ora so solo che ogni volta che li vedo rischio di svenire da quanto sono contento.
Di seguito vi posto un po' di foto dei miei tesori :)



E.

17 ottobre 2011

Tired...



Questa mattina è uno di quei momenti che vorrei non passare mai.
Sono stanco... sento la mente stanca. Sarà stato salutare sotto casa la mia morosa, sapendo poi di non rivederla per una settimana, ma non mi sento in grado di far nulla. Meno male che dopo c'è lezione, così magari mi sveglio un attimo e per stasera potrei ricominciare a scrivere.
Mattina passata sul divano, dormendo e guardando un film; anche se sarebbe meglio dire dormendo guardando un film.

Va beh... mattinata no. Capita...
Chissà... forse dopo una bella doccia riuscirò a riprendere pieno possesso delle mie facoltà fisiche e psichiche. Anche perché mi sta tremendamente sulle palle essere ridotto così. Per on parlare del fatto che quando mi sento così non ho voglia di fare assolutamente niente.
Magari già stasera o domani avrete un post sicuramente più interessante di questo.

Passerà... alla fine, c'è di peggio al mondo.
La testa è pesante... gli occhi si chiudono...
Ronf... ronf...


E.

16 ottobre 2011

15 ottobre 2011, Roma: i Black Bloc trasformano una protesta pacifica in guerriglia

romamanifest15ottobre

Voglio solo esprimere solidarietà verso i 200.000 manifestanti pacifici che si sono visti rovinare la loro giusta e pacifica protesta da 500 maledetti porci.
Non facciamo l’errore di fare di tutta l’erba un fascio.
Dobbiamo tener presente che la manifestazione a Roma tenutasi ieri, secondo gli intenti degli organizzatori e dei partecipanti, consisteva in una marcia pacifica, come è successo in decine di altre città. Voi siete il vero cambiamento, la vera speranza per la nostra gente. Non fatevi avvilire da governi putrescenti che pur di farsi belli davanti alle televisioni da loro monopolizzate, senza contare l’opinione pubblica, sguinzagliano i loro mastini vestiti di nero per farvi passare dalla parte del torto.

Un vaffanculo a tutti coloro che hanno insabbiato la realtà dei fatti.
Un vaffanculo a tutti coloro che pur non conoscendo la realtà dei fatti danno aria a quel buco di culo che hanno al posto della bocca.
Un vaffanculo a tutti coloro che si ostinano a mantenere in vita la strategia della tensione.
Un vaffanculo a tutti coloro che vengono pagati per bruciare macchine, negozi e palazzi.

Certe cose non le accetto, proprio per la loro evidenza.
Della giornata di ieri, tra infamie e insabbiamenti, sono sicuro che rimarrà impresso nella coscienza comune l'episodio ritratto nella foto qui sotto.

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(nella foto: uno dei manifestanti pacifici sale su una camionetta dei carabinieri agitando dei fiori e invocando la pace)

 

E.

13 ottobre 2011

Hey! C'è un Secco in biblioteca! pt.1


ore 12.54: direi che la cronaca del primo giorno può anche fermarsi qui... ciao ciao ragazzi e grazie per aver letto questo esperimento ^^

ore 12.49: ancora dieci minuti e potrò fumarmi una paglietta con annessa pisciatina prima di andare a lezione

ore 12.10: è l'ora della chat con Ali-B-Brazi ^^

ore 12.03: oh mio dio, il sapore dello speck cotto :-P

ore 12.01: decisamente fame... direi che si può mangiare! Lode e gloria al mitico panino!


ore 11.38: scale, scale, scale, scale per andare da un ufficio all'altro. Altro che palestra. Poi dicono che i bibliotecari, di norma, sono flosci, grassi e completamenti estranei alla palestra. Pfff! Siamo a quota 2 prestiti tornati e 4 consultazioni.

ore 11.03: In this town, we call home, everyone hail to the pumpkin song!


ore 10.49: altra consultazione andata. Per i vostri momenti morti, se non sapete cosa fare, prendete un buon libro e iniziate a leggerlo. In questo momento la mia principale occupazione si chiama Halloween, nei giorni che i morti ritornano (Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, 2006, Torino, Giulio Einaudi Editore). In questo libro vengono prese in esame tutte le tradizioni italiane che hanno a che fare con la notte di Samhain (più "volgarmente" conosciuta come Halloween). Lettura interessante e piacevole. Tanto entro il 31 ottobre ne parlerò sul blog ^^

ore 10.23: ma sì, facciamo un po' di lavoro d'ufficio. It's "Compilazione del prospetto delle 150 ore" Time!

ore 10.18: ripensando al bigliettino lasciatomi da Anna Maria (la ragazza che mi ha illustrato il mio lavoro qui in biblioteca) in cui mi augura "buon lavoro". Ma che pensiero gentile :)

ore 10.11: fatta la prima consultazione: 5 libri da cercare e scovare sia in biblioteca che negli studi dei prof. (n.b. sono entrato nello studio del terrificante Fossaluzza).

ore 9.30: inizia il mio lavoro di bibliotecario. Mille pensieri per la testa: paura di sbagliare, paura di impapinarmi nell'ora di un prestito, voglia assurda di accendermi una sigaretta (no smokin' in biblioteca, can dal puerco el gal). Da stamattina la canzone che il cervello continua a farmi canticchiare è A Voice in the Dark dei Blind Guardian... qualcosa di un po' più appropriato ma ugualmente figo?


E.

12 ottobre 2011

Passi di libri, passi di vita - La fine del mondo storto

Quello che state leggendo è l’undicesimo numero della rubrica Passi di libri, passi di vita. Negli scorsi dieci appuntamenti ho tentato di parlare dei libri che più mi hanno colpito durante la vita. Ben conscio del fatto che, andando avanti a questo ritmo, ci sarebbero voluti anni per scrivere qualcosa sui libri la cui lettura mi ha appassionato, decisi dunque di fare un cernita nella mia libreria (link al primo articolo della rubrica).
Domani Passi di libri, passi di vita compirà un anno. Visto che domani, probabilmente non potrò scrivere sul blog, eccomi qui a festeggiare in anticipo. Quale modo migliore per gongolarsi un pochino se non scrivere un nuovo appuntamento? Risposta ovvia…

finedelmondostorto

Oggi vorrei parlarvi de La fine del mondo storto, penultimo libro di Mauro Corona ed edito nel 2010 dalla Arnoldo Mondatori Editore. Per essere precisi bisogna dire che la copia in mio possesso (in realtà si tratta della copia della mia fidanzata) fa parte della prima edizione.
Devo ammettere che mi sono avvicinato a questo libro con tutta la curiosità che un libro di Mauro Corona si merita. Sapevo già che la storia non avrebbe riguardato le fantastiche montagne, i veri personaggi delle storie di Mauro, tuttavia il cambio di ambientazione non mi tangeva. Per la magia delle montagne ci avrebbe pensato di certo la lettura della restante bibliografia di Mauro.
Aperto il libro mi trovo, come prima pagina, questa splendida introduzione:

«Mettiamo che un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti petrolio, carbone ed energia elettrica. Non occorre usare la fantasia per immaginarselo, prima o dopo capiterà, e non ci vorrà nemmeno troppo tempo. Ma mentre quel giorno prepara il terreno, facciamo finta che sia già qui. Ha un brutto muso, è un tempo duro, infame, scortica il mondo a coltellate e lo spoglia di tutto. Di quel che serve e di quel che non serve. La gente all’improvviso non sa più che fare per acciuffare il necessario. Prova a inventarsi qualcosa e intanto arranca, senza sapere che una salvezza esiste. Il necessario sta dentro la natura. Ma, per averlo, occorre cavarlo fuori, prenderlo con le mani, e la gente le mani non le sa più usare.
-Sacramento che disgrazia!- dicono. -Non sappiamo usar le mani.-
Ma partiamo dall’inizio.»1

Le premesse sono buone, ho pensato. Così mi sono letteralmente buttato nella lettura del libro.
L’idea è molto buona: cosa succederebbe se un giorno il mondo umano si trovasse improvvisamente senza le risorse che trasforma per produrre l’energia della quasi abbisogna disperatamente per continuare a esistere?
Affianco ad una storia buona, e a tratti narrata con maestria, c’è però un punto a sfavore, che penalizza il libro in modo quasi brutale: la scrittura in molte parti è addirittura fin troppo ripetitiva. Molti concetti vengono riproposti fin troppo ossessivamente, portando il lettore a chiedersi se queste ripetizione siano state volute dall’autore per rendere al meglio la crudeltà della storia che ci viene narrata o semplicemente per allungare la narrazione così da portare le pagine ad un numero tale da permetterne la pubblicazione sotto l’etichetta “romanzo”.
Mi spiace essere così duro con Mauro, scrittore che con i suoi libri mi ha regalato momenti di puro godimento e che mi ha portato persino a versare qualche lacrima per il fatto di aver finito la lettura di una sua storia, ma quello che è giusto è giusto.
C’è comunque da dire che certe trovate sono geniali, e nei due estratti seguenti ve ne do un esempio:

«C’è un ex ministro dell’Agricoltura che si trova in difficoltà perché non sa da che parte impugnare la vanga. Prova sul fianco destro, poi sul sinistro, spinge con la scarpa destra poi con la sinistra. Ma la vanga non affonda. Il contadino gli fa presente che il badile non è un politico, non si sposta da destra a sinistra o viceversa senza vergogna. Il badile o la vanga esigono una posizione e quella deve restare. Si decidesse a sceglierne una e quella restasse.»2

«C’è un posto dove, ai tempi d’oro, non entravi se non eri persona famosa, politico o individuo baciato da soldi e fortuna. Insomma, se non eri vip non passavi quella porta. Il padrone era uno messo bene in quanto a ricchezza. Maneggiava automobili come noccioline. Circondato giorno e notte da belle donne, occupava spazi televisivi più dei telegiornali. Ora il suo locale famoso è diventato una stalla piena di vacche. Stalla di lusso, ma sempre stalla. Si trova vicino al mare.»3

Il mio umile consiglio è di leggere La fine di un mondo storto. Ha i suoi difetti, ma con la sua storia, come dicevo prima, ci ricorda alcuni concetti che la società moderna sembra averci fatto dimenticare: il nostro legame con la natura, importante e non assecondabile per quanto riguarda la nostra vita e la nostra sopravvivenza in questo mondo.

Bene, eccoci alla fine di questo ennesimo appuntamento letterario.
Spero che queste specie di recensioni non appaiano troppo pretenziose e boriose, non è certo quello il mio intento. Con questi articoli spero solo di farvi conoscere e di farvi invogliare alla lettura di libri che altrimenti non avreste potuto gustare.
A presto,

 

E.


1. Mauro Corona, La fine del mondo storto, 2010, Milano, Mondadori Editore S.p.A., p. 9
2. Ibidem, p. 71
3. Ibidem, p. 78

11 ottobre 2011

Continuo camminando…

Gheorghe ZamfirThe Lonely Shepherd

desertroad

Oggi mi sento un po’ strano.
Sento dentro di me due pareri discordanti sul medesimo argomento: una parte di me dice che devo assolutamente pubblicare qualcosa a proposito dell’estate appena terminata, l’altra mi suggerisce semplicemente di lasciar perdere. Il bello è che non so ancora a quale dei due me dare retta.
Per sopperire a questa sorta di malessere ho deciso di scrivere come facevo una volta: senza pensare ad un preciso argomento, solo scrivendo. Il punto non è importante, quello verrà fuori alla fine.
Ovviamente c’è sempre la musica a farmi da compagna in questi momenti di scrittura. E come potrei solo pensare di farne a meno.

Ecco, dunque, affacciarsi dinnanzi a me una strada. Non un semplice viottolo in mezzo ai campi, una strada. Avete presente quelle lunghe e sterminate vie americane che sembrano perdersi nel desertico nulla? Eccola lì, avete appena focalizzato quello che sta davanti a me.
Il percorso è dietro, non molto difficoltoso di per sé, ma lo sfinimento viene dal caldo, clima che quando presenta un tasso troppo elevato di umidità mi trovo a odiare con tutto me stesso. Il sole sembra fare apposta a tentare di bruciarmi la fronte ad ogni passo che compio.
Le provviste sono poche, quasi tutta acqua. Il mezzo mi ha mollato qualche chilometro fa. Che caldo fottuto! Sono dell’idea che se morissi in questo preciso istante nessuno si accorgerebbe di ciò che è accaduto.
Sono profondamente convinto che un mio decesso in questo posto potrebbe passare del tutto inosservato, anche da coloro che sembrano tenere a me. Immagino già la mia bocca piena di vermi bianchi. Senza contare quelle dannate mosche che si rifocillerebbero a volontà con le mie carni in formato buffet. Desiderate un po’ di salsa bbq? Occhio che non è offerta dalla casa!

Però, pensandoci bene, forse il mio corpo non farebbe in tempo a farsi mangiare dai fottuti avvoltoi. Forse per questa strada potrebbe passare un nativo tutto capelli neri lisci e whisky. Cicchetto gentilmente offerto da coloro che centinaia d’anni prima rubarono la terra dei suoi padri.
Il pellerossa adagerebbe la mia salma sul suo camioncino bevi-diesel e mi porterebbe nel cimitero della sua gente, dove forse riposerei in pace avvolto da una calda coperta di pelle (sintetica) di bisonte; inutile dire che ormai le pelli autentiche di tatanka sono una rarità anche per lui.
A questo punto mi piace immaginare che il mio amico dalla pelle rossa non sia un povero indiano ridotto all’alcolismo, ma un grande e potente sciamano dimenticato sia dall’uomo bianco ché dalla sua stessa gente. Vive in solitudine, in compagnia di un lupo malandato la cui fedeltà è dovuta principalmente dalle porzioni abbondanti di cibo che riceve regolarmente.
La sua capanna è in mezzo al deserto, in un incavo formato dalle rocce della montagna sulla quale sorge il suo cerchio magico.
Lo sciamano non è abituato a ricevere visite, perciò anche solo il fatto di trovarsi in compagnia di una cadavere cotto dal sole è una bella novità per lui.
Sono ore e ore che continua a parlarmi. Certo, posso sentirlo, ma non posso rispondergli. Mi verrebbe da alzarmi e chiedergli perché parla con il cadavere di uno sconosciuto.
La narrazione va avanti e il vecchio mi racconta tutto a proposito della sua tribù, della guerra che cancellò le tracce del suo popolo e della crudeltà del popolo invasore che di punto in bianco decise di sottrarre la terra ai suoi nativi.
Le sue parole sono calme, l’odio non le affligge. Il sentimento che trasudano è apprensione, per una manica di uomini incontentabili e avidi oltre ogni misura. La loro sete di potere è solo pari alla loro irrispettosa stupidità.
Intanto è scesa la notte, e le sue parole ad un tratto si fermano. Mi dice di provare ad alzarmi. Ha ragione: il mio corpo non è più una putrescente ed inanimata carcassa. Le gambe tremano un pochino, ma riescono a reggermi.
Lo sciamano fa pochi passi verso di me e si ferma solo quando il suo volto è a pochi centimetri dal mio. Mi posa una mano grinzosa su una spalla. Il suo sguardo è ipnotico, i suoi occhi stanchi sono pregni di un magnetismo che ha dell’incredibile.
Tutti i suoni si ammutoliscono, e ora le sue poche parole risuonano nel deserto circostante, profonde ed illuminanti.

Il sole continua a battere, e la mia pelle ne risente incredibilmente.
Sono sudato all’inverosimile, ma per niente disidratato. Sembra che il deserto non abbia più effetti su di me. Ha perso la sua carica malefica, la sua volontà di fermarmi.
So cosa mi ha dato nuova linfa: le parole dello sciamano, ahimè solo un sogno.
Infilo una mano in tasca e recupero la mia agendina da viaggio, il mio diario di scrittura tascabile. Con la matita traccio saldamente quelle che rimarranno in me parole indelebili e da ricordare per tutta la vita che mi aspetta.

«La fine della strada. Continuo camminando.»

 

E.

9 ottobre 2011

Rabbia e acqua
(9 ottobre 1963, Vajont)


Fiamma di rabbia
e indignazione,
per la guerra vinta
dalla buia onda
braccio armato della natura.

Dimenticata tragedia,
vittoria dei colpevoli,
riemerge dalla sabbia
e dalle acque,
affinché il ricordo
non venga sepolto,
tappato e saldato
in un muro di cemento.

48 anni dopo...




E.

7 ottobre 2011

Scheletrica lucentezza

bridge

L’umanità del silenzio,
desiderio pacifico
della prole di un mondo in rotta,
inesorabile ci abbandona,
afflitta, ferita,
dai perduti venerandi.

Ponti nel cielo,
scheletrica bellezza luccicante,
prodotti di un’era
lungi dall’essere perfetta.
Ponti tra noi,
il nostro sapere,
le nostre menti,
e lontani dalla forza dell’individuo.

Venite!
Il cantiere è aperto!
Avanti con le macchine e il cemento!
Verdi speranze che scompaiono...

Nostra volontà ingannatrice,
perfida oltre ogni misura,
insensibile e distorta,
ci regala un Eden
di vana esistenza
e illusoria pace.

 

E.

5 ottobre 2011

Ritorno alla porcilaia

return-to-work-logo

È sempre dura tornare a scrivere un po’ dopo una pausa forzata. Lo studio o il lavoro ci prendono a tal punto che dobbiamo pensare solo a fare il nostro dovere, giungendo solo poi alla conclusione che qualche settimana di pausa forzata dal blog sono decisamente troppe. Se poi la pausa è provocata da un esame, la cosa non può che infastidirmi.

Ebbene sì, rieccomi qui. Pensavo già da qualche giorno a quale argomento avrei trattato una volta tornato da queste bande. Stamattina però sono giunto alla conclusione che un post di ritorno non deve per forza avere un argomento preciso. Per come la vedo io basta iniziare a scrivere, riprendendo pian piano il ritmo della battitura e riabituandosi all’idea di dover ogni tanto pubblicare qualcosa sul blog.
Quelle appena trascorse sono state tre settimane di puro inferno (in senso universitario, si intende). Giorno dopo giorno io e la mia donna, tappati in casa nel vero senso del termine, ci siamo rimpinzati il cervellozzo di nozioni, date, vite di artisti e loro dipinti riguardanti la pittura italiana tra il XIV e XV secolo. Roba che neanche il mese e mezzo passato a fare schemi e riassunti del programma di studio mi ha distrutto in cotale modo.
Per fortuna l’esame è andato molto bene ad entrambi. E vorrei ben vedere, aggiungerei.

E sapete ora cosa succederà? Mi farò due settimane di pausa dallo studio (ovviamente recandomi a lezione). Direi che dopo aver dedicato gli interi mesi di agosto e settembre alla preparazione della prima parte di Storia dell’Arte, due settimane possono essere anche pochine. Ma sì, alla fine è quel poco di pausa che ci sta sempre.
Ovviamente dopo bisognerà ricominciare subito a studiare, visto che l’esame di Filologia Italiana sembra abbastanza tosto da preparare.
E così inizia il mio terzo anno di editoria.
Tra i corsi, il lavoro in biblioteca e magari un corso a scelta in Biblioteconomia mi farò strada pian piano verso la laurea. Dopo di essa? Chissà. Per il momento mi godo quest’ultimo anno :)

 

E.