31 agosto 2011

Appunti di un’intervista onirica

Questa è la trascrizione originale e fedelissima di un sogno da me fatto nella notte tra il 7 e l’8 agosto.

auditorium01

SCENA
Ho appena fatto pubblicare il mio primo romanzo e, a malavoglia, sto affrontando la mia prima presentazione ufficiale del libro. Cominciano le domande da parte del pubblico.

 

SdC1 «Non crede che la presenza di una bestemmia all’interno del testo possa far calare le vendite del libro?»

E «Si legga Compagno di Sbronze di Charles Bukowski. Al suo interno c’è una bestemmia, eppure vende ancora come il pane».

SdC1 «Ma non crede che un simile contenuto possa risultare eccessivamente offensivo per un certo numero di lettori?»

E «Quindi secondo lei uno scrittore che abbia il coraggio di definirsi tale dovrebbe preoccuparsi di compiacere ogni tipo di pubblico?»

SdC1 «Non dico questo, solo che certi contenuti vanno a urtare maggiormente la sensibilità di alcuni lettori».

E «Mettiamola in questo modo: se io avessi dovuto tener conto della sensibilità dei lettori, molto probabilmente questo romanzo non avrebbe mai visto la luce. Chi mi dice che a molte persone non dia fastidio leggere di personaggi che fumano, bevono e se lo fanno succhiare da qualche puttana per tutto il giorno? Anche questi sono temi scottanti, ma nessuno ci fa mai caso. Quindi cerchiamo di non tirar fuori la religione come sacro scudo per ogni cosa; visto che, per come la vedo io, la fede è solo un oppiaceo che da sollievo, al pari del tabacco e dell’alcol. Prossima domanda?»

SdC2 «Sì! Perché ha scelto come ambientazione un quartiere fatto di prostitute, drogati, mafiosi, alcolizzati e assassini?»

E «Perché no?! Altra domanda?»

SdC3 «Io, grazie! Mi è sembrato di percepire (dalla lettura del libro, dal modo in cui descrive una scena in particolare e dall’analogia con il racconto Baby, Jude), una sua certa propensione per l’incesto. È un suo desiderio nascosto o un fatto ormai compiuto? Come mi risponderebbe?»

E (rivolto al suo agente, tuttavia parlando al microfono) «Ma porcodd**… la prossima volta potremmo anche fare a meno di invitare metà Vaticano, cazzo!»

 

E.


SdC# = Saccente del Cazzo
E = Emanuele
Se mi verranno in sogno altre parti, non esiterò a pubblicarle ^^

29 agosto 2011

Country road, take me… to my first post

sottofondo: John Denver – Country Road

firstpost

Proprio ieri stavo dando un’occhiata al blog di Federica, quando l’ultimo post da lei scritto attirò la mia attenzione. In poche parole si trattava di tornare indietro al primo post del proprio blog e scrivere qualcosa a riguardo.
L’idea mi piacque da subito, e finalmente oggi ho trovato il tempo di farlo.
Devo dire che è stato un po’ strano ritrovarmi, dopo un anno e sette mesi, a rileggere il mio primo post per questo blog.
Tutt’a un tratto le emozioni provate quel giorno mi hanno sbattuto addosso come un treno in corsa.

Ricordo ancora il momento in cui decisi di dare vita al sito che state visionando in questo momento.
Era una sera d’inverno, per la precisione il 21 gennaio 2010, e mi sentivo a pezzi, come da qualche mese succedeva, per la fallita esperienza di Mr E’s Archive (devo dire che fa un certo effetto tirare fuori di nuovo quel nome). Erano bastati pochi mesi di blog d’informazione per farmi perdere quasi del tutto l’attrattiva per quel tipo di esperienza. Ero arrivato al punto di non sapere più cosa pubblicare per mantenerlo vivo.
Fatalità vuole che avevo un bisogno sfrenato di parlare un po’ di me e delle mie passioni, e Mr. E non era certo il blog adatto.
Decisi così di aprire quello che all’epoca consideravo solo un piccolo spazio personale, un blog in cui avrei parlato solo di me e comunque di argomenti “piacevoli”. Un blog che avrebbe dovuto essere dilettevole per me in primis, e che decisi di non sponsorizzare più di tanto.
Senza saperlo avevo trovato il mio passatempo preferito e grazie al quale avrei finalmente cominciato a scrivere seriamente.
Ma bando alle ciance. Ecco il mio primo articolo in assoluto per Emanuele Secco’s Blog: Mi presento…

«Ciao a tutti,
lasciamo perdere lo pseudonimo che ho utilizzato in questi mesi su Mr E’s Archive…in questo spazio sono solo Emanuele. Studio Lingue e Culture per l’Editoria a Verona, sono un appassionato di cinema(il mio regista preferito è l’onnipotente Tarantino), mi piace moltissimo leggere e, ovviamente, la musica. Non riuscirei a vivere senza la musica; la considero, più o meno, la fautrice di quella forza che mi fa andare avanti giorno dopo giorno.
Da pochi mesi ho aperto un canale di YouTube con il quale cerco di dare sfogo alla mia cinefilia incallita.

Perché ho aperto questo blog…mah, non riesco a spiegarmelo nemmeno io. Forse è stato per distaccarsi dalla pesantezza che stava assumendo l’impegno che mi ero preso con Mr E’s Archive, il compito di informare; il blog ormai era diventato uno spazio in cui non c’era più la possibilità di inserire post sulla vita o semplicemente cazzate in compagnia.
Dunque, su questo blog vi sarà spazio per la ilSecco Production, per la musica, il cinema e tanti altri miei pensieri.

Quindi eccomi qui, a rompervi i coglioni con un altro blog XD

“ Perchè l’immagine del treno: il locomotore è il flusso dei miei pensieri e le rotaie rappresentano il blog. Questo blog sarà una rotaia su cui scorreranno pensieri di ogni genere e le stazioni saranno i vari articoli, spazi che potete commentare dando il via ad una discussione su ciò che le rotaie hanno portato al blog. ”»


Che dire… penso di aver rispettato in pieno le mie aspettative iniziali, e il blog non sembra essere cambiato di una virgola da quelli che erano i miei intenti.
È venuto fuori il prodotto che volevo quella sera. E il merito è soprattutto vostro, miei cari lettori. Non mi stancherò mai di dire che siete la linfa vitale per questa sorta di diario. Ed è merito vostro, ovviamente, se continua a rimanere on-line (‘spetta che faccio un backup completo del blog… meglio essere previdenti).
A presto,

 

E.


Ovviamente l’immagine che potete vedere è quella che usai nel mio primo post :-)

26 agosto 2011

La troppa umanità vale la scomunica

sobrinho

Certe volte, parlando dei nostri (a livello globale) illustrissimi uomini di chiesa (cristiani, musulmani, buddisti che siano) passo sopra a certi avvenimenti proprio perché non voglio passare giorni e giorni a rodermi il fegato. Non è certo questo il caso.
No, oggi non vi parlerò di Pontifex. Tranquilli.
Proprio ieri mi è giunta la notizia che alcuni medici brasiliani, si parla del 2009, siano stati scomunicati per aver fatto abortire una bambina di 9 anni rimasta incinta dopo l’ennesima violenza domestica subita a causa del padre.
La prima frase che ho pronunciato tra me e me è stata una cosa tipo: -Eh?! Cosa?! Come?!-. Certo sono abituato alle sparate medievalistiche ed estremiste di molti di questi curiosi personaggi con la tonaca, ma questa mi sembrava un po’ troppo.
Decisi così di approfondire la lettura della notizia.
Le spiegazioni che ci arrivano dal Vaticano, a proposito del caso sono semplici: «È una tragedia grandissima, specialmente per quella povera bambina, ma la pena della scomunica andava sanzionata perché lo prevede espressamente il Codice di Diritto Canonico di fronte ad un palese caso di aborto procurato». Della serie “Ecco Ponzio Pilato avvicinarsi alla fontanella… ed ecco che se ne lava le mani! Applausi dalla folla festante”.
L’arcivescovo brasiliano Sobrinho, come da prassi, ci sventola davanti i soliti dogmi ammuffiti e, rispondendo a coloro i quali si appellano alla non punibilità dello stupro secondo la legge brasiliana quando intercorrono tragedie di questo tipo, ci spiega che la legge umana sarà sempre al di sotto di quella divina.
La legge divina?! Se va be’… come se anche quella non fosse stata scritta dagli uomini.

Quindi, fatemi capire bene. Secondo voi beceri santoni cattolicani, quella bambina avrebbe dovuto correre il rischio di partorire il figlio di suo padre? Avreste veramente il coraggio di condannare un essere umano ad una tale pena? Avete per un momento pensato a quello che la bambina avrebbe provato, come se non fossero bastate le violenze subite?
È umanità questa? Penso proprio di no.
È proprio vero: voi vertici ecclesiastici siete così tronfi e pompati di immunità spirituale che vi sentite in diritto di sventolare ai quattro venti ogni stronzata che vi passa per quella vostra testa irta di vermi. La vostra bocca è così abituata a riportare le baggianate che pensate che ormai non riuscite più a distinguere un peto dalla vostra vera voce.
Siete così abituati a viaggiare lassù nel cielo con i pensieri che non sapete rapportarvi con la vita reale, ovviamente senza riuscire a capire i problemi che da sempre la caratterizzano.
Mi fate schifo, e non mi capita spesso di dirlo.

Per i medici brasiliani: tranquilli, fede non vuol dire inchinarsi e baciare i piedi a questi pezzi di merda. Loro pensano solo ad ingrassarsi il culo con le vostre offerte e fregandosene dei vostri reali bisogni umani.
La scomunica non vuol dire niente, non andrete all'inferno perché lo dicono loro. E di certo non vi serve un pezzo di carta per credere in un mondo migliore (anche per quanto riguarda la vita reale). Continuate pure a credere in ciò che volete: la fede non ha regole. È solo convinzione della loro istituzione a delinquere, chiamata universalmente “religione”, che il bisogno umano di divinità vada dogmizzato e regolamentato riducendolo ad un apparato burocratico qualsiasi.

Che dite… mi basta per la scomunica? Ne sarei onorato che se ne occupasse di persona l’arcivescovo Sobrinho.

 

E.

24 agosto 2011

L’ombra del passato

Giordano Bruno

I grandi del passato
assistono ammutoliti
la loro lenta decadenza
nell’oblio della dimenticanza.

I nostri errori li affliggono
e le loro lezioni inascoltate,
i loro sacrifici dimenticati,
perdono il loro sacro valore.

Una voce ho ascoltato,
un suono perso nei secoli
e che le fiamme hanno,
inutilmente,
cercato di cancellare.

Lui è tra loro,
i Maestri,
e la sua ombra,
unica a non essere immobile,
percorre la piazza
tentando di coprire,
in un inutile girotondo,
la nostra stupidità.

Foto-0535

 

E.

22 agosto 2011

Libro o e-book? Reminiscenze universitarie grazie a Umberto Eco

libroantico

Qualche mese fa, non ricordo esattamente la data precisa, durante una lezione di Storia del Libro e dell’Editoria, la professoressa ci propose il seguente dibattito: “cos’è meglio tra le nuove tecnologie e l’oggetto libro?”
In poche parole, la classe venne divisa in due gruppi, uno pro-tecnologia e l’altro pro-stampa, e si discusse per un’oretta e mezza sui vantaggi e svantaggi dei vari modi che esistono per la diffusione della conoscenza.
Fin da subito mi dichiarai parte neutrale, in quanto sì sono assolutamente a favore del libro, ma anche perché non disprezzo le nuove tecnologie (e-book, tablet, internet, eccetera). Durante il dibattito non riuscii a parlare molto, anche perché non sono il genere di persona che prende prepotentemente parola ed esprime in men che non si dica il proprio pensiero su un dato argomento. La mia opinione su qualsiasi cosa è frutto di un’attenta riflessione su di essa, per non parlare del fatto che mentre parlo mi da un enorme fastidio essere interrotto di continuo da altre persone.
Lasciai passare così il dibattito, meditando profondamente e tenendo conto dei vari punti di vista ascoltati.

Passarono alcuni mesi, finché un bel giorno non mi ritrovai tra le mani un libro: Non sperate di liberarvi dei libri. Sopra di esso spuntavano i nomi di Jean Claude Carrière e, squillo di trombe, Umberto Eco. In quel momento mi ricordai che la professoressa del suddetto corso ci parlò velocemente di quel libro, così decisi di cominciare a leggerlo.
Il saggio, in uno stile molto simile ad una sceneggiatura teatrale o cinematografica, ci presenta una sorta di dialogo tra i due autori sul tema libro, sulle nuove forme di stampa e tecnologie e dissertazioni storiche a non finire (nell’ottimo stile di Eco).
La lettura scorreva niente male, e arrivai così al secondo capitolo, introdotto dalla seguente domanda:

«Ci interroghiamo sulla perennità dei libri, in un’epoca in cui la cultura sembra fare la scelta di altri strumenti, forse più efficienti. Ma cosa pensare di quei supporti pensati per immagazzinare l’informazione e le nostre memorie personali – penso ai dischetti, alle cassette, ai cd-rom – che ci siamo lasciati alle spalle?»1

Qui un fulmine, usando un’espressione spugnana (se non mi azzeccate la citazione vi sparo), mi attraversò il cervello. Subito mi tornò in mente il dibattito fatto in aula, e senza indugi mi convinsi che un articolo a riguardo dovevo pur scriverlo. Mi convinsi anche di aver trovato definitivamente una risposta alla domanda presentataci dalla professoressa.
Intanto vi lascio qualche estratto dal capitolo preso in esame, cosicché anche voi possiate arrivare a formulare un vostro pensiero a riguardo:

«  UE  Non molti anni fa, la Patrologia Latina di Migne (221 volumi!) è stata proposta in cd-rom al prezzo, se mi ricordo bene, di cinquantamila dollari. […] Ormai, invece, con un semplice abbonamento, puoi accedere alla Patrologia on line. Stessa cosa per l’Encyclopédie di Diderot, proposta poco tempo fa da Le Robert in cd-rom. Oggi la trovo on-line per niente.»2

«  JCC È questa, del resto, una delle tendenze del nostro tempo: collezionare ciò che la tecnologia si sforza di rendere fuori moda. Uno dei miei amici, un cineasta belga, conserva nella sua cantina diciotto computer, semplicemente per poter guardare antichi lavori»3

«  JCC Possiamo, dunque, ancora leggere un testo stampato sei secoli fa. Ma non possiamo più leggere, non possiamo più vedere, una videocassetta o un cd-rom vecchio di qualche anno appena. A meno che non conserviamo i nostri vecchi computer in cantina»4

«  JCC  Le videocassette, lo sappiamo, perdono colore, definizione e si cancellano rapidamente. I cd-rom sono finiti. I dvd non avranno vita lunga. E del resto, come abbiamo detto, non è neanche sicuro che disporremo, nell’avvenire, dell’energia sufficiente a far funzionare tutte le nostre macchine. Pensiamo al black-out avvenuto a New York nel luglio 2006. Immaginiamo che possa estendersi e prolungarsi. Senza elettricità, tutto è irrimediabilmente perso. Al contrario, potremmo ancora leggere dei libri, durante la giornata, o la sera con una candela, quando tutta l’eredità dell’audiovisivo sarà scomparsa.»5

«  JCC  In ogni caso, se la memoria visiva e sonora del XX secolo andrà perduta con un enorme tilt elettronico, o in un qualsiasi modo, ci resterà comunque sempre il libro. Troveremo sempre il modo di imparare a leggere da piccoli»6

«  UE  Quando la salvaguardia è possibile, quando si trova il tempo di mettere gli emblemi di una cultura in un luogo sicuro, è più facile salvare il manoscritto, il codex, l’incunabolo, il libro, che la scultura o la pittura»7

«  UE  Perché correre il rischio di riempirci di oggetti che rischierebbero di restare muti, illeggibili? Abbiamo dimostrato la superiorità dei libri su ogni altro oggetto che le nostre industrie della cultura hanno messo sul mercato in questi ultimi anni. Dunque, se devo salvare qualcosa, di facilmente trasportabile e che ha dato prova di capacità di resistere agli oltraggi del tempo, scelgo il libro»8

«  JCC  Torniamo alla domanda: quali libri tenteremmo di salvare in caso di disgrazia? La tua casa va a fuoco: sai quali opere cercheresti di proteggere?
  UE  Dopo che ho parlato così bene dei libri, lasciami dire che porterei via il mio disco rigido esterno di 250 giga, che contiene tutti i miei scritti degli ultimi trent’anni. Dopo di che, se ancora ne avessi la possibilità, ovviamente cercherei di salvare uno dei miei libri antichi, non necessariamente il più costoso, ma quello che amo di più»9

 

Indubbiamente tutti e due gli autori sono convinti dell’utilità dei nuovi supporti: si trasportano più facilmente, possono contenere più informazioni e possono essere aggiornati più velocemente. Pensiamo anche solo ai cataloghi on-line, alle enciclopedie liberamente consultabili rimanendo seduti a casa e senza spendere un soldo di troppo, o senza recarsi in qualche biblioteca remota.
Addirittura Umberto Eco salverebbe per prima cosa i suoi scritti, conservati in un hard disk esterno. Molto più comodo che salvare dalle fiamme una pila interminabile di manoscritti, magari perdendo metà dei fogli nella fuga. Diciamo pure che, un computer, per quanto riguarda la scrittura è uno strumento fantastico. Anch'io lo uso per scrivere, e devo dire che è di una comodità estrema. Però bisogna anche tener conto della capacità di questi nuovi supporti di divenire obsoleti nel giro di pochi anni.

Il punto centrale del dibattito che ci propose la professoressa, per come la vedo io, è proprio l’elemento base di cui abbisognano queste tecnologie per essere utilizzate: l’elettricità. Ora come ora, se l’ipotetico black out di New York ci colpisse, cosa ci rimarrebbe?
I nostri cellulari, iPad, computer ed e-book nuovi di zecca risulterebbero essere degli inutili pezzi di plastica e metallo. Forse i nostri laptop potrebbero divenire dei buoni leggii. E sempre per lo stesso motivo televisione e radio scomparirebbero all’istante.

librolaptop

Cosa ci rimarrebbe? Il libro. Certo, la stampa tornerebbe ad essere un processo lungo e faticoso, ma la cultura troverebbe comunque il suo mezzo per essere veicolata in tutto il mondo. Pensiamo anche che il settore editoriale procederebbe sì con più lentezza, ma ritroverebbe nuovo vigore dato che sempre più persone dovrebbero lavorare anche solo alla stampa di un quotidiano e che rimarrebbe l’unico veicolo necessario per diffondere la cultura.
Tra l’altro, un libro può essere letto anche senza l’ausilio della luce artificiale. Possiamo dire che è lo strumento base per la diffusione della cultura: è uno strumento che, in quanto già perfetto in sé, non può essere perfezionato da alcunché.

Or dunque… cos’è meglio tra libro e nuove tecnologie?
Diciamo pure che il libro non presenta limiti insormontabili per quanto riguarda la sua lettura e produzione. Le nuove tecnologie sì.
In caso di apocalisse energetica la risposta è semplice: il libro.

 

E.


1. Jean-Claude Carrière e Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani, Milano, 2009, p. 21
2. Ibidem, p. 23
3. Ibidem, p. 23
4. Ibidem, p. 24
5. Ibidem, p. 30
6. Ibidem, p. 31
7. Ibidem, p. 32
8. Ibidem, p. 36
9. Ibidem, p. 38

21 agosto 2011

Anathema - Summer Night Horizon

Quella che si dice essere una musica perfetta per i momenti di scrittura…

 

In the moonlight
In the moonlight's pale embrace
We come to know the space between us
The space between us

Dreamlight
Dreamlight comes in waves
(the waves within us)
To know the space within us
The space within us

In blood red skies
Mind takes flight (the sky is falling)
Ocean rise
Worlds collide
To know the space between us
The space between us

Fly
In a dream so high
Feel so alive
The world is like a jewel in your eyes
One life
Feel it

In the moonlight
The moonlight's pale embrace
(embrace the feeling)
There is no space between us
No space between us

In blood red skies
Tears run dry (the sky is falling)
There is no space between us

 

 

… o semplicemente: Musica!

 

E.

20 agosto 2011

Passi di libri, passi di vita–Harry Potter e la Pietra Filosofale

Se qualche anno fa avessi dovuto fare l’elenco delle cose che non potevo mancare di fare, l’idea di leggere anche solo un libro della saga di Harry Potter non mi avrebbe minimamente sfiorato il cervello.
Nemmeno l’aver fatto l’animatore in un campo scuola con tema il tanto canzonato Potter mi aveva invogliato a sfogliare qualche libro di una delle saghe letterarie di maggior successo al mondo. Anche se, a dir la verità, l’aver vestito i panni di Hagrid e del professor Van Gilderroy (personalmente rivisitato dal sottoscritto) è stata un esperienza unica.
Anni e anni fa nemmeno i film mi ispiravano alcunché. Li vedevo sempre come roba per bambini e basta, un’accozzaglia inutile di magie e nient’altro.

Un bel giorno decisi di visionare le pellicole, sempre per il fatto che una cosa se la si vuole criticare la si deve almeno conoscere.
Guardai così i primi 5 capitoli cinematografici della saga, rimanendo profondamente colpito dall’evoluzione della storia e trovandomi letteralmente a sbavare sul personaggio di Severus Piton. Decisi quindi di approfondire la visione, guardando i suddetti film più volte: con piacere notai che il tessuto narrativo, che in partenza poteva apparire come una semplice storia per bambini, mano a mano si evolveva sempre di più prendendo in causa anche il mondo degli adulti e soprattutto la crescita personale dei personaggi. La saga stava cominciando ad appassionarmi.

Arriviamo quindi a sabato scorso. Mi trovavo in una libreria di Cividale per aiutare mio cugino a scegliere un libro.
Con la coda dell’occhio notai qualche copia del primo capitolo delle avventure di Harry Potter. Edizione nuova e prezzo decisamente più abbordabile.
E fu così che in un nanosecondo decisi di fare mio quel libro e immergermi, finalmente, non più nella dimensione cinematografica ma in quella letteraria della saga.

Copertina-Harry-Potter-

Innanzitutto c’è da dire che in questa nuova edizione la Salani ha deciso di rivedere la traduzione dei sette libri per renderla più vicina all’opera originale. In questo modo molti personaggi mantengono il loro nome originale, in quanto è molto più rappresentativo di quello scelto dalla traduzione iniziale.
Dimentichiamoci dunque della professoressa McGranitt e lasciamo lo spazio che spetta a Minerva McGonagall. Per non parlare del timido Neville Paciock, in originale Longbottom. Un punto a favore per l’edizione da me comprata.
Visto che la storia ormai la conoscete un po’ tutti, non mi soffermerò su di essa.
Uno degli aspetti più importanti da considerare sono proprio i personaggi: si avverte fin da subito che la storia che stiamo leggendo non è una semplice storiella per bambini. I vari personaggi che ci vengono presentati sono profondi, costruiti ad arte e con personalità ben distinte. Le loro descrizioni sono sublimi e scorrevoli, piacevoli agli occhi come all’intelletto.
Niente viene lasciato al caso all’interno di questo libro. Ogni più piccolo particolare è funzionale alla storia, fatto che denota un attento studio sull’intreccio dell’intera saga. In più di qualche passo mi sono trovato a notare quelle che paiono piccolezze ma che poi si scateneranno nei seguenti capitoli della saga.
Ma bando alle ciance, diamo spazio al professor Piton e alla “eroica” entrata nella storia:

«Durante il banchetto inaugurale, Harry aveva avuto l’impressione di non piacere al professor Piton. Alla fine della prima lezione di Pozioni seppe che si era sbagliato. Non è che a Piton Harry non piacesse… Piton lo odiava.
Le lezioni di pozioni si svolgevano in una delle celle sotterranee. Qui faceva più freddo che ai piani alti, il che sarebbe bastato a far venire la pelle d’oca anche senza tutti quegli animali che galleggiavano nei barattoli di vetro lungo le pareti.
Come Flitwick, anche Piton iniziò la lezione prendendo il registro e, come Flitwick, giunto al nome di Harry si fermò.
-Ah, ecco- disse con voce melliflua, –Harry Potter. La nostra nuova… celebrità-.»

Basta, mi fermo qui. So benissimo che non vi ho detto praticamente niente, ma sono convinto che se andassi avanti ancora un po’ rischierei di svelarvi qualche dettagli di troppo sul libro.
L’unica cosa che vi consiglio di fare è leggerlo, tutto qui. E credetemi se dico che mai avrei pensato di dire una cosa del genere su questo libro.

 

E.


1. J. K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, 2011, Salani editore, pp. 140-41

17 agosto 2011

Ritorno al paese natio

sottofondo: Ozzy Osbourne – Mama, I’m Coming Home

ritorno al paese natio - segantini

Lentamente riprendo possesso delle mie facoltà cognitive e scrivo, quello che in realtà è, il primo post dopo un mese di pausa.
Certo, vi sono stati due piccoli interventi in questo periodo di tempo, ma non contiamoli. Non ero ancora pronto per ricominciare a vivere questa magnifica avventura che è il blog.
Ogni tanto fa bene prendere le distanze da ciò che veramente ci appassiona: molte volte è proprio la troppa attaccatura a ciò che amiamo a farci stufare di esso. Capita in tutti gli ambiti; ad esempio, se ascolto solo un certo tipo di musica, o meglio una band, per troppo tempo di fila rischierò, nel giro di qualche tempo, di stufarmi di essa.
Questo è quello che era capitato con il blog. Troppo tempo passato a pubblicare senza mai prendere una pausa che possa considerarsi tale. Ad un certo punto ho cominciato a sentirmi come se non avessi più niente da dire, quindi ho preso le ferie come pretesto per prendermi una pausa.

Quello che è appena finito potremmo considerarlo un mese sabbatico. Ammettiamolo, fa molto figo dirlo.
È stato bello notare come, dopo qualche settimana di pace, le idee cominciassero di nuovo a invadermi la mente. Decisi quindi di aspettare ancora un po’, per farle germogliare a dovere e facendomi pervadere da quella che ho sempre definito “sana voglia di pubblicare”. Non parliamo poi di questi ultimi giorni: le dita mi fremevano da tanta era la voglia di tornare ad essere pienamente operativo.

Quindi rieccomi qui, a scrivere, sognare e viaggiare con il pensiero. Perché alla fine, come scrissi nel mio post di apertura, il blog è «una rotaia su cui scorreranno pensieri di ogni genere e le stazioni saranno i vari articoli, spazi che potete commentare dando il via ad una discussione su ciò che le rotaie hanno portato al blog».
E ora, citando le parole di una magnifica canzone degli anni ‘90, posso anch’io dire:

«Mama, I’m Coming Home»1

 

E.


Vorrei ringraziare voi, che avete continuato a commentare i post nonostante le novità stentassero a presentarsi. Vi stimo e vi adoro.
A presto!

1. Ozzy Osbourne, Mama I’m C0ming Home (album: No More Tears), 1991, Sony Music Entertainment.
2. L’immagine che trovate sulla testata dell’articolo è: Giovanni Segantini, Ritorno al paese natio.