30 aprile 2011

Risveglio in stile Mulino Bianco? Massacro!

sottofondo: Ray Charles – I Can’t Stop Loving You

mulinobianco

Quante volte abbiamo visto in tv degli spot rappresentanti famiglie felici e senza preoccupazioni? Quante volte li abbiamo visti alzarsi la mattina con il sorriso sulle labbra, trucco perfetto, senza un’occhiaia e che attendono solo il momento di fare colazione?
Troppe. Quindi direi che è l’ora di finirla con ‘ste porcate.
Sarò strano io, ma per quanti muesli, gocciole, abbracci, pan di stelle (che rimangono insuperabili), kindercolazionepiùalgustodicioccolatomachesadicaffè e buonporcodì abbia mangiato in vita mia non mi sono mai svegliato con la voglia di cominciare una nuova giornata.

Di solito, per quanto mi riguarda, il suono della sveglia viene coperto da un’imprecazione, in cui vi è racchiuso il mio disappunto per il fatto che anche quella mattina ho dovuto svegliarmi alle 7.00/6.30. Non vi è nessun dannato Ray Charles che, in un attacco di follia, mi fa partire I Can’t Stop Loving You. Molto spesso la colonna sonora del risveglio, oltre al porco, è un concentrato di rutti e scorregge il quale odore ricorda molto da vicino una fossa biologica lasciata all’appetito delle mosche per giorni e giorni.
Il tragitto che mi porta fino in bagno è una sfida: gli occhi sono ancora incollati da quella pasta dentifricia che si forma sotto le palpebre e di certo non c’è nessuna mogliettina che mi lancia un cuscino per evitarmi una caduta rovinosa a terra.
La visione del mio riflesso sullo specchio è un altro colpo. Altro che trucco: in quei momenti potrei decidermi a diventare il cantante di una band black metal per quanto sono grandi le mie occhiaie, per non parlare poi del tono gutturale e cavernoso che ha la mia voce.
Parliamo poi dell’alito? Meglio di no… e invece sì. Potrei stendere il cazzo di koala della kinder, con annessa bambina, se solo mi decidessi ad aprir bocca.
Farsi la doccia, lavarsi i denti, spruzzarsi addosso il profumo e il deodorante sono ormai azioni che possono essere eseguite ad occhi chiusi. La mattina regna l’automatismo corporale, che non vale ovviamente per la pisciatonaglugluglu che bene o male tocca sempre (manco avessi bevuto 40 litri di Santal sentichebuonaquestaPesca prima di andare a dormire). Per quest’ultima è bene aprire gli occhi, mai che un bel giorno i genitori salgano su e si trovino davanti il bagno pitturato in un bel(?) giallo urina.
Mi dispiace, ma non mi sveglio mai con già indosso giacca e cravatta, quindi devo andare un po’ a tentativi. Sniff sniff, buono! Sniff sniff, passabile! Sniff sniff, buono! Sniff sniff, baaaaaaaaaaaaaa! Calzetti e mutande se sono mettibili si riconoscono dall’odore, mica dal fatto che si trovino o meno in un cassetto pieno di roba pulita ma che aprire sarebbe troppo faticoso.

Ed eccoci al momento clou della mattina, scendere a far colazione. Occhio ai piedi vecchio! Potresti spalmarti sull’ultimo gradino in fondo, ricorda che non c’è la sguattera che ti lancia il cuscino per evitare che la tua faccia si riduca ad un colabrodo.
Eccoli, sono lì. Padre, che per facilità di mattina si chiama M come Maschio, e Madre (mmmm, la M l’ho già usata con quell’altro… devo inventarmi qualcosa).
-Buongiorno!-
Ecco la parola cruciale.
Cazzo, quello non è affatto un buongiorno.
Non è un buongiorno quello in cui devo svegliarmi presto per andare in università o al lavoro.
Il difficile ora è mettere insieme quelle poche lettere per rispondere al saluto. Difficile.
Ci provo, ci penso, elaboro migliaia di combinazioni per rispondere, ma quello che viene fuori è inevitabilmente un verso tra l’animalesco e lo scocciato, un qualcosa tipo: -Buuonngrrrrrrr-.
Quando va bene, se no si passa al rutto che per quello non si fa mai fatica.

Ho sempre pensato che vorrei provare per una mattina a svegliarmi in una di quelle pubblicità.
La sveglia suona alle 8.00 (in culo la scuola) e un’intera orchestra è lì solo per darti il buongiorno. Il sole ti sorride, non vi è nemmeno un accenno di pioggia, neve o tornado.
Si va in bagno e basta una spazzolata per lavare i denti, un colpo di pettine per pettinarsi e una spruzzata di deodorante per far rinsavire le strapezzatealgustomandorla ascelle.
Si scende giù in cucina, ovviamente non si sa come si abbia fatto a vestirsi, e troviamo la famiglia (moglie, figlio e figlia) che ci aspetta con il sorriso sulle labbra. Il nostro figliolo, che vista l’ora sappiamo benissimo che non andrà a rompersi le balle sui banchi di scuola, ci fissa con occhi sorridenti e bocca completamente sporca di cioccolato gusto extrabuonoallattecacaoananascicognabebèuovodistruzzo (maledetto ripieno dei Flauti!).

 

STACCOSCENA

Fuori piove.
La moglie giace a terra, soffocata dal cuscino che ci ha lanciato per farci cadere sul morbido.
Il figliolo con le labbra sporche di cioccolato è ancora seduto al suo posto e con la testa riversa sul tavolo. Bocca gonfia di kinder colazione più, mascella fratturata, collo spezzato e scatola di merendine perfettamente in bilico su quella sua nuca da angioletto… chissà qual era la sorpresina di oggi.
La figliola è impiccata al soffitto. Attorno al collo ha una liana, come quella che quel floscione di Tarzan prende per andare al lavoro, e dal petto spunta il miracle blade che usiamo ogni giorno per tagliare la marmitta del nostro motorino.
Burp!
Finalmente un po’ di pace… quasi quasi stamattina mi sparo una birra per colazione.

 


E.

27 aprile 2011

Pasquetta al Vajont

sottofondo: Red Hot Chili Peppers – Road Trippin’

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Come posso solo descrivere le emozioni da me provate nel trovarmi per l’ennesima volta nei luoghi, tristi personaggi, del disastro del Vajont.
Come posso anche solo tentare di concretizzare l’inquietudine che mi fa provare il solo veder quell’enorme frana, conseguenza della stupidità umana.
Come posso, in un post, dare spazio a tutti i pensieri che, nel corso della giornata, si sono fatti largo nella mia mente dal momento della partenza.
Ecco, sì. Forse sarà bene cominciare dalla partenza.
Alle ore8.45 partimmo da casa. Eravamo io, la mia ragazza, mio fratello e la sua ragazza.

Obiettivo: Vajont.

Dopo 3 ore di strada, complice anche una mezz’oretta di pausa in un autogrill dalle parti di Mestre, vedemmo dalla statale passante per Longarone, la valle. Questa alta v, con le montagne a farle da contorno, e sbarrata da quel bianco muro che è una delle dighe più alte in Italia.
Ogni volta che vado al Vajont, e qui vi sto parlando della quarta volta, devo rispettare i miei rituali. Peccato che la piazzola situata proprio all’imboccatura del tunnel, che sfocia poi nella valle, fosse già occupato. Dannazione, la mia rituale sigaretta mirando la valle del Piave è saltata.
Poco male, mi fermai con la macchina in una piazzola a ridosso di una piccola porzione di quella frana che il 9 ottobre 1963 si staccò dal monte Toc per andare a riempiere il lago del Vajont, creato dalla suddetta diga, provocando così un’onda che seminò distruzione e morte sia all’interno della valle stessa che fuori di essa (la porzione di valle del Piave sulla quale si riversò la gigantesca massa d’acqua venne letteralmente spazzata via dalla faccia della terra). Come ogni volta il primo pensiero fu: ma porca troia, come avrà fatto la diga a resistere ad una tale forza della natura.
Ogni volta che vedo gli enormi spuntoni di roccia, e sono davvero enormi, dei quali è composta la frana maledico quei geologi, corrotti e venduti, che per far piacere alla SADE, ditta costruttrice della diga, negarono la presenza di una frana compatta, bollandola solo come “strato di sfasciume superficiale”.
Eh già. Posso solo dirvi che quelle rocce che ora compongono le scoscese pareti del monte Toc, sono strati rocciosi formatisi nel Triassico. Sfasciume superficiale? Non credo proprio, ma forse sto divagando un po' troppo.

23 aprile 2011

Seduto su uno scoglio

sottofondo: System of a Down – Lonely Day

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Dal quadernino di Pippo…

21/04/2011
Oggi pausa dallo studio. So che dovrei continuare a riempire a forza il cervello di nozioni su nozioni, ma oggi proprio non ce la faccio.
Dopo 4 giorni di studio intenso una piccola pausa ci vuole, tanto si può benissimo riprendere domani.
La giornata è spettacolare. Il sole è così forte da permettere alle mie membra di crogiolarsi per bene, assumendo poi i primi toni di quel colorito tipico della bella stagione.
Il quaderno c’è, la fido PILOT pure. Non posso chiedere di meglio.
Il don Chisciotte mi chiama dall’interno della borsa, ma non voglio sentirlo.
L’acqua irrompe sugli scogli con piccole onde, a ritmo costante, isolandomi da tutto il resto, portandomi oltre alle sensazioni, oltre ai canonici cinque sensi, oltre alle voci insistenti che continuano a chiamare il mio nome.
Fatevi un giro e lasciatemi in pace!
Una brezza fresca mi avvolge, non facendomi pesare l’esposizione prolungata ai raggi solari, dandomi quel po’ di piacevole refrigerio di cui, anche chi ama il caldo, sente il bisogno.
I particolari cominciano a saltarmi all’occhio: una retina rossa incastrata sulla sporgenza di uno scoglio alla mia destra che ora, intrappolata com’è, non può fare altro che seguire il moto costante dell’acqua; una formica che, camminando sulla roccia, viene letteralmente travolta da una massa di acqua a suo vedere titanica, ma chissà perché, quando l’umido liquido si ritira, lei è ancora lì, inamovibile dal suo intento di continuare ad avanzare verso il nido.

Birra!
Ah, benedetto sia il nettare degli dei. Non poteva certo mancare.
Se fossi in un bar potrei di essere nel perfetto momento Bukowski. Tuttavia mi trovo al lago, quindi trovate voi un nome a questa perfezione. Io ce l’ho: pace!

20 aprile 2011

Passi di libri, passi di vita - Pulp

pulp

Sì, lo so: sono ripetitivo, snervante e pedante, ma non posso fare a meno di citare uno degli autori che hanno segnato la mia crescita sia come lettore che come scribacchino di quelle due monate che sovente mi trovo a scrivere.
Il libro di oggi è Pulp, dell’intramontabile e inarrivabile (spero proprio di no) Charles Bukowski. Una storia delirante, quanto mai surreale (ma non troppo), che tuttavia consacra il caro zio Charles sul trono degli SCRITTORI, almeno secondo il mio modesto parere.
La voglia di parlare, seppur un po’ troppo brevemente, di questo romanzo mi è venuta ieri grazie al caro Ferruccio, il quale post riguardante il perfetto incipit mi ha fatto ripensare a suddetta opera.
Ricordo ancora il giorno, di parecchi anni fa, in cui finalmente mi accostai a tale scrittore proprio grazie a questo libro. Che dire: ne rimasi completamente estasiato, arrivando a preferire fin da subito il suo tipo di scrittura. Però prima di parlare di ciò fatemi, come di consueto, citare un passo dell’opera:

«Stavo in ufficio, il contratto d’affitto era scaduto e McKelvey voleva ricorrere al tribunale per sfrattarmi. Era una giornata infernale e il condizionatore d’aria era rotto. Sul piano della scrivania stava camminando lentamente una mosca. Allungai un braccio, abbattei il palmo aperto della mano e la spedii all’altro mondo. Mentre mi pulivo la mano sulla gamba destra dei pantaloni squillò il telefono.»

Dopo aver citato questo fantastico incipit, si tratta infatti delle prime righe della prima pagina, sorge spontanea una domanda: riuscirò mai a raggiungere tale perfezione? Forse no, ma chissenefrega, continuo a scrivere.
Quel giorno che mi apprestai alla lettura di suddetto libro lo stile di scrittura mi lasciò completamente senza parole: niente ricami, niente abbellimenti inutili, ma pura e semplice realtà. Capii che avrei voluto scriverne anch’io uno così, ma mi mancavano i mezzi, l’ispirazione e soprattutto l’esperienza.
Ora un po’ di esperienza ce l’ho, qualche libro in più l’ho letto e l’ispirazione non manca. Riuscirò anch’io a scrivere il mio Pulp?

Con questo interrogativo prendo congedo e vi auguro buona lettura!

 

E.

19 aprile 2011

Coalizione Perfetta, pt. 2

CAPITOLO 2
MASSACRO AL BEERALOT

sabato, ore 21.05
Santino aveva preferito rimanerne fuori. Era molto meglio se fosse rimasto fuori dal locale, primo perché non voleva trovarsi un'altra volta di fronte al burbero Joseph e secondo per non rovinare l'effetto sorpresa che avrebbe provocato l'irruzione di Carmine, Steph, Joe e Vito, gli uomini che don Spinelli aveva inviato al BeerALot per convincere l'irlandese a cedere il locale alla propria gang.
Santino aveva mantenuto la promessa fatta a Joseph. Appena uscito dal pub, dopo aver ricevuto una batosta come mai in vita sua, era corso subito ad avvisare il boss. Spinelli non gradì particolarmente le notizie recategli, quindi decise di inviare una squadra per convincere in maniera definitiva il barista a sottostare al potere degli italiani.
Quella sera ci sarebbe stato lo scontro finale, e se qualche irlandese avesse solo provato ad alzare un dito si sarebbe ritrovato con un buco in testa.
L'italiano si accese una sigaretta e, dopo aver esalato il primo tiro, si rimise ad esaminare la scena dall'unica finestra dello stabile, dalla quale si poteva scorgere distintamente il bancone e il tavolo dei Tre Porcellini. Sembrava che i partecipanti si trovassero in una situazione di stallo: i tre scagnozzi irlandesi erano in piedi con le mani alzate e davanti a loro c'erano Carmine, Steph e Joe, con le armi puntate.
Del bancone se ne stava occupando Vito, con la solita freddezza che lo distingueva da quella massa di esaltati che costituiva la gang di Spinelli. Vito era uno dei membri anziani della famiglia, era il migliore per certi lavori, e in quel momento teneva perfettamente sotto tiro il barista, che si era trovato costretto a deporre sul bancone la doppietta. La situazione sembrava presagire il meglio, le potenziali minacce erano sotto controllo.
In quel momento, Joseph, spalle al muro che quasi sfioravano lo scaffale dei superalcolici, e Vito stavano parlando. Nessuno dei due sembrava essere preoccupato o in preda al panico. L'italiano indicò lo scaffale dei liquori e Joseph, senza dire niente, versò due bicchieri di whisky e uno lo porse al suo rivale. I due bevvero e l'irlandese tornò subito nella posizione di partenza.
Era fatta. Il locale sarebbe passato, nel giro di qualche minuto, in mano a don Spinelli. Missione compiuta.
Mentre Santino si godeva silenziosamente la vittoria, voltandosi un attimo e distogliendo così lo sguardo dalla finestra, udì uno sparo provenire dall'interno del pub. Subito si girò di scatto a appiccicò il naso alla finestra per poter vedere meglio cosa diavolo stesse succedendo. Una macchia di rosso sangue adornava la spalla del barista che, sbalzato indietro dalla forza della pallottola, era andato a sbattere contro lo scaffale alle sue spalle, facendo schiantare a terra un paio di bottiglie di buono scotch invecchiato trent'anni. La pistola fumante di Vito era la causa di tutto ciò. L'irlandese doveva aver esagerato con la sua parlantina, e così tanto da far infuriare il più paziente, tranquillo e spietato mafioso della città. Nemmeno nella sconfitta il barista riconosceva di aver perso tutto il potere che aveva sul locale.
Santino si protese ancora di più contro il vetro e vide Joseph che a stento si rimetteva dritto con la schiena e, con sua summa sorpresa, lo vide scoppiare in una delle sue tonanti risate, infischiandosene completamente della ferita e spiazzando i quattro italiani. I quattro cominciarono a innervosirsi a vista d'occhio.
Steph, con un gesto di stizza, si piazzò davanti ad Alexavier, il Porcellino numero uno, e gli assestò un terribile sinistro in pieno viso. Lo scagnozzo cadde a terra, e il suo aggressore cominciò a pestarlo in pieno volto con il calcio della pistola. Gli altri due Porcellini fissavano l'iracondo Steph con occhi sgranati e carichi d'odio.
Non sarebbe dovuto accadere niente del genere. Come al solito i ragazzi avevano perso ogni freno inibitore e, uno ad uno, cominciarono a picchiare di santa ragione il proprio ostaggio. La situazione stava degenerando troppo in fretta. Solo Vito riusciva a mantenere un minimo di autocontrollo.
In mezzo alle urla di dolore dei Tre Porcellini, e a quelle di puro godimento emesse dai tre italiani immersi nella loro gioia sanguinaria senza senso, si continuava però a sentire la risata di Joseph.
Questo qui è matto, pensò Santino tra sé e sé, non ci sta più con la testa. I suoi uomini sono caduti uno ad uno sotto i colpi del nemico e lui cosa fa? Ride... e di gusto anche.
-Carmine! Steph! Joe! Piantatela subito!-, l'ordine di Vito si sentì fin fuori dal pub.
-Perché capo?- azzardò affermare Carmine, il più sfacciato del gruppo, menando un altro terribile colpo alla testa di Jovan, il secondo dei Porcellini.
-Non osare contraddirmi, idiota!- urlò Vito volgendo gli occhi verso Carmine, rimanendo con il braccio teso e la pistola puntata contro Joseph.
-Ok... ok...- rispose l'altro, e lasciò cadere a terra Jovan ormai svenuto per la quantità di colpi sofferti.
Vito rimase ancora per un attimo a fissare con sguardo severo Carmine, poi tornò a concentrarsi pienamente su Joseph.
-Si può sapere cosa ci trovi di tanto divertente?-
-Rido perché fate ridere...- rispose il barista.
-Ti facciamo ridere eh?! Se non l'hai notato... sei finito, gran pezzo d'idiota- urlò Vito, inquadrando nel mirino la spalla sana del suo avversario.
Il barista scoppiò in un'ennesima risata. -Sei tu che non hai capito un cazzo, caro il mio idiota. Anzi, avete sbagliato proprio tutto, dall'istante in cui siete entrati nel mio pub.-
Vito cominciava veramente a perdere la pazienza. Ancora una risposta del genere e gli avrebbe sparato veramente.
-E sentiamo... in cosa avrei sbagliato?-
L'espressione di Joseph cambiò di colpo. Di punto in bianco i suoi occhi chiarissimi sembrarono emanare scintille elettriche.
-Dovevi portare tutta la tua fottuta gang per poterti impossessare del mio pub...-
Appena il barista pronunciò quella frase, un luccichio metallico proveniente da un tavolo al quale stavano seduti due uomini tutti d'un pezzo colpì lo sguardo di Santino, che non riuscì a credere a ciò che vedeva: una pistola. Non ebbe nemmeno il tempo di avvisare i suoi compagni che riecheggiò nel locale il primo sparo. L'arma puntata contro Joseph cadde a terra, e Vito si portò la mano sinistra al polso destro, sul quale troneggiava in piena vista un foro di pallottola.
Tempo un secondo e quasi tutti gli irlandesi presenti nel pub si buttarono a terra, con grande frastuono di sedie che si ribaltavano. Un altro bevitore, impugnato il suo coltello dalla parte della lama, lanciò la sua arma bianca contro uno degli italiani. In una frazione di secondo l'acciaio si conficcò nel cuore di Carmine, che crollò a terra con un tonfo.
Erano almeno in una ventina ad avere in mano un'arma. Steph e Joe, presi alla sprovvista da quell'iniziativa che proprio non si aspettavano, cominciarono a sparare a casaccio ad altezza d'uomo, non riuscendo a inquadrare un solo bersaglio tanto era lo stupore del quale erano preda, ma un irlandese venne comunque ucciso dai colpi. Fu a quel punto che anche Joe cadde a terra, ucciso da un colpo di doppietta proveniente dal bancone, dietro al quale stava Joseph, impugnando Amanda e urlando di adrenalinica furia omicida. Il secondo colpo di doppietta spettò a Steph, che per vendicarsi almeno un po' dell'agguato subito, si trovava in procinto di sparare un colpo dritto in testa a Dravin, il terzo dei Porcellini. Il proiettile colpì il mafioso al petto, facendogli esplodere le costole e facendolo, infine, cadere di schiena al suolo in una nube di sangue.
Santino non riusciva a muoversi, non riusciva a credere a quello a cui aveva assistito. Era paralizzato dalla paura, completamente attonito per quanto era appena successo. Tutto si era svolto nel giro di pochi secondi.
Per fortuna tutti nel locale erano concentrati su quello che si era appena svolto dalle parti del bancone, così l'italiano poté tranquillamente rimanere alla finestra senza che qualcuno lo notasse e, dopo qualche attimo, sgattaiolare via, impaurito come un tenero agnellino.
All'interno del pub c'era ancora un italiano in vita, Vito. Joseph caricò la doppietta e, uscendo dal banco, si diresse verso colui che gli aveva sparato a tradimento. Appena gli fu a non più di un metro di distanza puntò Amanda verso di lui e, come se si trattasse di normale amministrazione, fece fuoco. Santino, continuando a correre, sentì solo lo sparo e non volle nemmeno immaginarsi di come era stato ridotto il volto del capo della loro spedizione.
Joseph si protese in avanti fissando il viso di Vito, ormai ridotto ad una massa sanguinolenta di carne e sangue, e con sorpresa dei presenti ci sputò sopra.
-Era uno scotch invecchiato trent'anni, stronzo!-

domenica, ore 01.02
Era stato un errore voler conquistare quel bar. Non si era rivelata una buona idea fin dal principio, ma si sa come sono fatti i boss: vogliono avere il controllo su tutto e riuscire a guadagnare sempre di più.
Santino a volte si chiedeva se quelle storie a metà tra il romantico e il tragico riguardanti la mafia fossero mai accadute veramente. Molto probabilmente erano solo delle invenzioni cinematografiche per tenere lo spettatore incollato allo schermo. In quello che facevano per guadagnarsi da vivere non c'era nessun onore. Quando scoppiava una guerra con un'altra gang, o famiglia che dir si voglia, non vi era nulla di romantico e i personaggi che vi partecipavano non brillavano in quanto ad arguzia. Se eri fortunato te la cavavi con qualche ferita di striscio, ma la maggior parte ci rimettevano qualche parte del corpo o addirittura la vita. Tuttavia questa era la vita che si era scelto, ingannato però dai suddetti film.
Devi essere un idiota bello e buono se decidi di vivere così. E Santino sentiva di esserlo.
Sappiamo benissimo di come certi pensieri affiorino nella nostra mente solo nel momento della sconfitta e Santino si trovava in un momento simile.
Neanche l'essere stato con una prostituta era riuscito a tirarlo su di morale. Subito dopo il massacro si era recato a passo tremolante verso la periferia, il regno delle prostitute e della peggior feccia del mondo. Qui era riuscito a convincere una di loro a lavorare un po', ma nel bel mezzo dell'amplesso le sussurrò all'orecchio che l'amava. Non vi era motivo apparente per dire o per credere ad una cosa simile, tuttavia lei si alzò dal letto, si rivestì e urlando lo mandò a quel paese, senza volere neanche un centesimo. E dire che Santino era una specie di esperto per quanto riguarda il settore, e sapeva benissimo che non bisogna mai dire ad una prostituta di quanto la si ama, men che meno mentre la si sta facendo lavorare. Errore madornale, ma Santino era così sconvolto che non si rendeva conto di quello che faceva. La sua mente era entrata in uno stato quasi catatonico, in cui faceva eseguire al corpo delle azioni abituali nella massima indifferenza dell'individuo. Neanche si rendeva conto di trovarsi a letto con una prostituta quando le rivolse la suddetta frase.
Pensando a tutte queste cose Santino camminava per le strade del centro città, lontano dal proprio quartiere e soprattutto dal BeerALot pub. La luce dei lampioni illuminava debolmente il marciapiede, ma tanto bastava per permettere alle gambe di compiere automaticamente un passo dopo l'altro senza inciampare, permettendo così alla mente di vagare libera.
Una leggera foschia aleggiava appena sopra le luci, donando alle strade un'atmosfera che ricordava le viuzze della Whitechapel di fine '800. Santino non si sarebbe stupito, per completare a dovere quel macabro quadretto, di intravedere sul marciapiede un pazzo intento a squartare la sua vittima. Nello stato in cui si trovava avrebbe potuto unirsi al famoso squartatore, per divertirsi un po' a maneggiare intestini e organi vari a mani nude. Chissà, forse sarebbe riuscito ad imparare qualcosa di anatomia o quel tanto che basta per riuscire a sciogliersi dalla famiglia e cominciare una nuova vita.
Santino non voleva tornare da don Spinelli. Quello di tornare per riferire delle pessime notizie sul conto della squadra inviata al BeerALot era l'ultimo dei suoi pensieri. Per non accennare poi al fatto che se avesse riferito una notizia del genere sarebbe stato sottoposto ad un interrogatorio, e alla fine di esso sarebbe stato o ucciso o messo sotto sorveglianza ventiquattr'ore su ventiquattro.
Meglio farla finita con tutto.
No... che la facciano finita loro.
Perché rinunciare alla nostra vita solo per evitare quegli ostacoli che si interpongono tra noi e la nostra felicità?
Ecco, sì. Santino avrebbe cominciato una vita nuova. Ormai era deciso. Sarebbe scappato da quella dannata città portando con sé tutto quello che stava in una valigia. Avrebbe preso il primo treno per chissàddove e si sarebbe trovato un buon lavoro, un impiego onesto.
Sì... niente male come piano.
Un leggero sorriso si dipinse sulla faccia di Santino, che fece dietrofront e cominciò a camminare a passo spedito verso casa.
-Santino?-, una voce lo chiamò dal vicolo buio alla sua sinistra.
L'italiano fece un salto indietro dallo spavento.
Dio che paura. Non riusciva nemmeno a scorgere la persona che l'aveva chiamato tanto era buio.
-S... S... Sì?!- rispose balbettando.
Un dolore atroce al cuore lo fece arretrare di qualche passo. Si guardò il petto e vide che vi si era aperto un foro, largo più o meno quanto un pollice, e dal quale cominciò a sgorgare copioso il sangue. Gli occhi gli si spalancarono.
Un'altra esplosione di dolore, questa volta alla coscia sinistra, lo costrinse a lasciarsi andare sul marciapiede.
Dal buio del vicolo cominciò a delinearsi una sagoma, una specie di ombra cinese, che pian piano cominciò a definirsi.
-Tu! Sei arrivato presto...- disse Santino rantolando.
-Devi scusarmi-, disse l'altro, -ma vado di fretta.-
Il terzo proiettile andò a conficcarsi nella fronte di Santino senza dargli nemmeno il tempo di dire un'ultima parola.
Almeno questa era una svolta... bel cambiamento di vita.
Don Spinelli sarebbe stato soddisfatto di lui, ora che era morto. Ucciso da un suo compagno... c'è qualcosa di più vile?
Chissà... cambiando vita avrebbe potuto buttarsi in politica. Tanto un mafioso in più o in meno non avrebbe certo fatto differenza.

 

THE END

 

E.

18 aprile 2011

Coalizione Perfetta, pt. 1

Di seguito il racconto da me presentato alla redazione del Corriere della Sera per l’iniziativa io.scrivo (chi non ne sapesse niente può guardare qui). Visto che lo scritto non è stato approvato, probabilmente sarà stato giudicato troppo volgarotto e contrario alla cazzo di morale comune, ho deciso di pubblicarlo qui, visto che ancora non sono arrivato al punto di mettermi da solo i bastoni tra le ruote con inutili e bigotte censure.
Solo per voi, una specie di regalo che ho voluto farvi. Spero che almeno a voi piaccia :-)
Ed ecco a voi… Coalizione Perfetta.

 

 

CAPITOLO 1
SANTINO E AMANDA

sabato, ore 23.00
-Scusa, hai da accendere?-
Molte volte le persone non capiscono quando bisogna lasciare in pace quello sconosciuto seduto su una panchina, con il volto fra le mani, che respira affannosamente come se stesse dormendo e fosse preda del peggiore degli incubi. Se poi parliamo di quelli che ti chiedono una sigaretta o vogliono anche solo un barlume di fiamma per potersi fare la loro spipacchiata in pace, be', non ci sono parole. Molti di essi non hanno ritegno, non gli interessa se stai piangendo, se ti sta venendo un infarto o che altro, vogliono semplicemente fumare. E molti di loro sono pronti a tutto pur di farlo.
-Scusa... ti ho chiesto se hai da accendere...-
Ancora.
Santino cominciava a non sopportarlo più. Diciamo che l'alternativa più allettante sarebbe stata quella di sfoderare la '38 dalla fondina interna della giacca e sparare a quel rompicoglioni, tanto poi ci avrebbe pensato il don a coprirgli le spalle, ma forse non ne valeva la pena di arrivare a tanto. Avrebbe potuto semplicemente alzarsi e mollargli un paio di pugni in pieno volto, ma in fondo si trattava del solito scocciatore convinto che se non fosse riuscito a fumare entro i prossimi tre secondi le coronarie gli sarebbero esplose e allora goodbye, tanti saluti.
-Allora... hai da accendere sì o no?!-
Meglio passare alla diplomazia.
Santino tirò su col naso, si alzò dalla panchina e, guardando lo scocciatore dritto negli occhi, urlò, -ma vaffanculo, imbecille!-
Se il tizio avesse risposto in malo modo ci sarebbero stati un paio cazzotti in faccia. Se poi avesse perseverato, be', c'era sempre la '38.
Lo scocciatore, un ometto alto non più di un metro e sessanta, con un buon principio di calvizie e la barba sfatta, balzò all'indietro dalla sorpresa, scosso da quell'improvvisa reazione, facendo cadere la sigaretta che teneva tra le labbra. Rimase così a fissare Santino, con occhi e bocca spalancati, una faccia un po' da pesce lesso. Cominciò persino a tremare visibilmente.
A Santino non era mai capitato di assistere ad una tale reazione, eppure aveva mandato a quel paese un bel po' di voglioaccendere-boys. Gli faceva quasi pena, così si mise una mano in tasca e tirò fuori lo Zippo, porgendolo poi verso lo scocciatore, che se ne stava ancora lì a tremare e a fissarlo con gli occhi sgranati.
-Be'?! Adesso che hai? Non volevi accendere?-
L'ometto emise un rantolo soffocato e, nel giro di pochi secondi, crollò a terra con un tonfo sordo. Non tremava più. Gli occhi ancora aperti fissavano il vuoto. Una piccola striscia di saliva cominciò a uscire dalla bocca spalancata.
Santino lo guardò ancora per qualche minuto, con un misto di sorpresa e divertimento, dopodiché si avvicinò al corpo, si chinò in avanti e raccolse la sigaretta che il tizio aveva lasciato cadere a terra dopo la rispostaccia ricevuta. Si rialzò, e sempre tenendo lo sguardo fisso sull'ometto, si accese la sigaretta e fece il primo tiro, gustandoselo profondamente.
-Hai visto che fumare fa male? Tanti saluti, amico.-
E con quest'ultima battuta, che poteva tranquillamente essere tratta da un film di John Wayne, Santino si incamminò per le strade della città, illuminate da pochi lampioni, e pullulanti di quella vita della quale la gente normale non vorrebbe mai venire a diretta conoscenza.
Niente male come scena, pensò Santino. Peccato che la nottata era andata di male in peggio e sinceramente non era sicuro che sarebbe tornato dal don per riferirgli le brutte notizie di cui era portatore e, in parte, anche fautore.

venerdì, ore 20.00
Il fumo prodotto dalle sigarette e dai sigari delle decine di incalliti bevitori che affollavano il BeerALot pub creava una nebbia grigia e fitta che arrivava quasi ad offuscare la luce dei lampadari in cristallo appesi al soffitto di travi di legno massiccio. Il concitato vociare proveniente dai tavoli da gioco arrivava alle orecchie di Santino peggio di un pugno in un occhio, non era certo paragonabile a quello presente nel bar ufficiale della sua gang di italiani dal sangue dubbiamente puro. Quel locale era troppo chiassoso, e poi era frequentato da soli irlandesi, brutta razza secondo Santino.
La birra scorreva a fiumi e Joseph, il grasso barista, era costantemente impegnato a spinare enormi boccali da litro per la gioia di chi ordinava. Non si andava tanto per il sottile riguardo al bere al BeerALot pub, e se da fuori il locale poteva apparire come una bettola decadente e in attesa di restauro, una volta che si entrava all'interno si era quasi costretti ad ordinare e a continuare a bere, complice la nube di fumo che aleggiava perpetua sopra i tavoli dall'apertura alla chiusura.
Per questo gli affari andavano a gonfie vele, tanto che don Spinelli, capoccia della gang italiana del quartiere e capo di Santino, era deciso più che mai ad assicurarsi una buona tangente da Joseph.
Santino si trovava nel bar proprio per riuscire a convincere il grasso e unto barista a cedere ogni settimana una parte dei guadagni a beneficio dell'organizzazione di cui faceva parte. Una gang non troppo grande, a dir la verità, ma che con duro lavoro e omicidi a tutto spiano era riuscita ad assicurarsi il controllo di tutti i negozi e bar di quella frazione di città, e grazie a questo la cassa non mancava mai di denaro liquido per finanziare la conquista di qualche altra zona a scapito delle bande rivali. Si può dire che la gang di don Spinelli in quel momento fosse la più forte della città, impaziente di fare il balzo finale verso la gloria.
Osservando bene si poteva facilmente intuire che non sarebbe stato semplice conquistare il BeerALot, infatti alle orecchie di Santino era giunta voce che già i giapponesi e i russi, e non sapeva quanti altri, avessero tentato di impadronirsi del locale, però con scarso successo. Si narrava infatti che Joseph avesse un asso nella manica, ma quale fosse, a coloro i quali erano ancora in vita o che semplicemente non fossero irlandesi, non era dato saperlo. Solo i morti ne erano pienamente a conoscenza, peccato che una volta giunti a quello stato si debba tacere per sempre senza possibilità di scelta o di poter tornare indietro.
Nonostante tutte queste voci Santino era tranquillo, se ne stava ormai da due ore seduto in solitaria ad un tavolo il più possibile lontano dal bancone, e segni della leggendaria furia di Joseph non ve n'erano stati. Nessun cliente che facesse più chiasso degli altri o che desse il via a una rissa, cose pressoché normali nel bar ufficiale della gang italiana, per quanto si trattasse in genere di un luogo abbastanza tranquillo dove parlare ad un volume di voce normale non comportava di certo uno sforzo uditivo.
Un'altra cosa che Santino notò fu l'apparente assenza di qualche protettore, si sa come funzionano le cose in un locale che rifiuta di cedere i propri profitti alle grinfie della mafia: si crea un gruppetto di tre o quattro scagnozzi e li si paga per stare al bar per tutto l'orario d'apertura, ogni giorno dell'anno, affinché controllino che niente vada storto. No, sembravano non esserci, anche se sarebbe stato difficile notarli, erano tutti uguali quei dannati irlandesi. Meglio così, niente inutili complicazioni.
Intanto i boccali continuavano a viaggiare tra un tavolo e l'altro e Santino non aveva ancora finito il suo, e si trovava lì da ben due ore. Meglio sbrigarsi a finirlo, almeno per sembrare un appartenente alla marmaglia del BeerALot, anche se i suoi capelli neri e la carnagione olivastra non gli avrebbero donato neanche lontanamente un minimo carattere in comune con una qualsiasi delle persone che si trovava all'interno del bar.
In quel momento l'italiano decise che, finita la birra, si sarebbe alzato e si sarebbe recato al bancone fingendo di voler ordinare ancora da bere, a quel punto avrebbe spiegato la situazione a Joseph.
Tutto liscio, sarebbe andato tutto liscio. Santino contò fino a dieci, poi sollevò l'enorme boccale da litro, pieno ancora per un quarto di ottima birra scura, e lo vuotò con un unico e lungo sorso. Quella birra gli avrebbe dato vigore, quello che si chiama coraggio liquido. Lentamente posò il boccale sul tavolo e si alzò dalla sedia, occupata con apparente disinvoltura fino a quel momento.
Con passo deciso si diresse verso il bancone, Joseph era ancora impegnato a spinare birre su birre. Un volta arrivato al bancone, Santino raccolse tutto il coraggio che aveva e gli chiese: -Quant'è per la birra?-
Joseph non sentì nulla e non si voltò tanto era il vociare che regnava nel bar, ma all'italiano la cosa diede fastidio, non era un tipo molto paziente, anche perché sembrava che il barista l'avesse ignorato di proposito. Non si tratta così un'appartenente alla famiglia di Don Spinelli.
Santino tentò di nuovo, questa volta a voce più alta.
-Quant'è?-
Il grasso barista girò appena il capo continuando diligentemente a fare il proprio lavoro.
-Il conto si paga ai tavoli-, rispose lapidario.
-Non mi interessa-, lo apostrofò Santino, quasi urlando per farsi sentire in mezzo a tutto quel vociare, -voglio che tu mi stia ad ascoltare per un attimo!-
Joseph mollò di colpo la presa dal boccale fermando preventivamente il getto di birra, si girò di scatto e, con espressione notevolmente infastidita, posò gli occhi sul quel patetico ometto in cerca di attenzione. Era veramente uno scricciolo d'uomo, almeno a confronto con Joseph, il quale lo sorpassava in altezza di almeno una ventina di centimetri, per non parlare della differenza di peso che intercorreva tra i due.
Il barista si asciugò le mani sul grembiule unto e sporco e si appoggiò sul bancone sostenendo il proprio peso con le mani, due pale che se avessero incontrato il volto di Santino l'avrebbero di certo segnato a vita; si protese in avanti e si fermò a pochi centimetri dal volto dell'italiano.
-Bene bene bene. Prima che ti prenda a calci nel culo da qui fino in Irlanda, magari fermandomi per vedere se riesco a smarrirti nei pressi delle Bermuda, hai dieci secondi per dirmi perché dovrei stare qui ad ascoltarti.-
Il piccolo mafioso per un attimo si sentì ancora più piccolo e indifeso e deglutì a fatica, solo dopo qualche secondo avvicinò il proprio volto ancora di più a quello del barista, così da riuscire a colloquiare con lui a bassa voce.
-Senti qua, caro irlandese, il mio Don sarebbe interessato a proteggere il tuo locale. Non è un tipo molto paziente, quindi che ne dici se all'ora di chiusura mi versi il venti percento dei tuoi guadagni di oggi e ne riparliamo anche la prossima settimana?-
-E chi sarebbe che vuole offrirmi la sua protezione in cambio di questo furto?-, Joseph decise di stare un po' al gioco.
-Don Spinelli.-
Joseph non riuscì più a reggere il gioco. Solo a sentire quel nome, che gli evocava vecchi ricordi, scoppiò in una grassa risata. Era talmente euforico che non poté fare a meno di urlare: -Don Spinelli hai detto?-
Un improvviso silenzio scese sul locale. Le uniche cose che si potevano ancora udire erano gli sbuffi dei fumatori che, nonostante tutto si fosse bloccato, non avrebbero certo interrotto la propria fumata.
-Esatto... don Spinelli... l'italiano-, Santino si guardò intorno preoccupato, e una piccola goccia di sudore cominciò a rigargli la fronte. Tutti i clienti sembravano ascoltare attentamente quella che era passata in meno di un secondo da conversazione privata a cosa pubblica.
-Be'... adesso facciamo una cosa-, urlò Joseph rivolgendosi all'italiano, -tu ora te ne vai da questo locale, con culo e testa ancora intatti, e riferisci al tuo boss che il BeerALot pub non cederà mai ai ricatti di un patetico idiota siciliano che quando era alle elementari, e le beccava da tutti i compagni di classe, me compreso, correva dalla maestra a farsi smoccolare il naso e a cercare una poppa dalla quale succhiare un po' di latte.-
-Insolente! Chi sei tu per parlare di don Spinelli in questo modo?-
Appena Santino terminò di pronunciare quelle parole, tre irlandesi si alzarono dal tavolo più vicino al bancone e, afferrandolo per braccia e gambe, lo immobilizzarono senza difficoltà. Joseph scoppiò in un'altra grassa risata e dopo pochi secondi si chinò per tirare fuori qualcosa da sotto il bancone. Si rialzò imbracciando una scintillante doppietta, con il manico di legno inciso e che sembrava davvero poca cosa tra le mani dell'enorme irlandese.
-Chi sono, brutto stronzo? Sono un dannato irlandese che ti punta addosso la sua doppietta, e penso che questa situazione mi dia tutto il diritto di parlare di don Piagnetti come cazzo voglio!-
Santino cercò di divincolarsi dalla presa dei tre che lo tenevano bloccato, ma invano.
-Dimmi la verità-, gli chiese Joseph, -non ti aspettavi che anch'io avessi i miei ragazzi eh?!-
-Brutti figli di troia! Lasciatemi andare...-
-Hey hey hey, caro mio, non sei in condizione di dettare ordini. Tenetelo!-, i tre rafforzarono ancora di più la presa su Santino. Uno di questi tirò fuori un coltello a serramanico e fece scorrere la lama a pochi millimetri dalla gola dell'italiano, che stava sudando come se stesse sostenendo una lunga corsa. Non si era mai trovato in una situazione simile, la paura di morire cominciò ad impadronirsi delle sue membra tanto che il suo intero corpo cominciò ad essere preda ad un tremore involontario.
-Dimmi, caro mio, come ti chiami?-
-S... S... Santino-, riuscì a balbettare il mafioso.
-Bene, Santino. Non te l'aspettavi questa mia mossa eh?! Ti presento i Tre Porcellini: Alexavier, Dravin e Jovan. Ragazzi, salutate il nostro caro amico italiano.-
I tre in coro rivolsero un accenno di saluto all'italiano.
-E questa bellezza si chiama Amanda-, affermò Joseph posando lo sguardo sulla sua scintillante doppietta.
-Adesso, caro Santino, analizziamo la tua situazione. Ho tre possibilità: primo, potrei ficcarti un paio di proiettili in quella tua faccia di cazzo, e ti assicuro che il tuo boss non verrebbe mai a saperlo; secondo, potrei lavarmene le mani e lasciarti alle grinfie dei Tre Porcellini...-
-Vi prego, lasciatemi andare-, il coraggio aveva definitivamente abbandonato Santino, che cominciò a piagnucolare pregando i propri aggressori di lasciarlo andare e che niente si sarebbe saputo di quel malcapitato incidente. Sembrava di sentire una vecchia che, inginocchiata al crocefisso, recita la sua tiritera con il rosario in mano. Una litania straziante e insopportabile.
-Non interrompermi quando parlo!-, tuonò Joseph continuando a puntare Amanda contro il corpo del rivale, -dicevo... terzo, potrei lasciarti andare per darti potere di riferire al tuo don di quanto è successo questa sera e anche per dirgli che il mio BeerALot non finirà mai nelle mani di voi cenciosi italiani.-
Santino non la finiva di supplicare i Tre Porcellini, non era mai stato un tipo molto coraggioso, e adesso stava maledicendo il momento in cui aveva accettato quell'incarico con tanto zelo solo per riuscire una buona volta a compiacere il don.
Di colpo Joseph posò Amanda sul bancone e incrociò le braccia, sempre fissando l'italiano dritto negli occhi.
-Dimmi dunque, che ci devo fare con te?-
-Lasciami andare!-, Santino scoppiò in lacrime, non era tipo da fare quel lavoro, ma un guadagno facile solo facendo un po' il balordo per strada e minacciando poveri negozianti indifesi gli era sembrata essere una buona occupazione. Tutta la vita gli stava passando davanti agli occhi, bello schifo di spettacolo.
-Sicuro delle tue parole?-, disse Joseph abbozzando un sorriso.
-Sì! Sì! Lasciami andare!-
-Per poi farti spifferare tutto a Piagnetti? Come pensi che la prenderà il tuo boss una simile notizia?-
-Non lo so, non lo so, ma lo avvertirò di pensarci due volte prima di riprovare ad acquisire il tuo locale...-
-Così poi mi troverò qui tutta la tua dannata gang?-, passò lo sguardo sui Tre Porcellini, -voi che ne dite ragazzi?-
I tre cominciarono a ridacchiare e uno di loro sbottò dicendo, -ma sì, Joseph, lascialo andare. Se mai torneranno sarà un onore occuparsi anche di loro.-
Quanto amava i suoi ragazzi, pensò il barista, sarebbero stati pronti a morire per il pub. In fin dei conti era vero, sarebbe stato uno spettacolo a cui non avrebbe mai rinunciato a prendere parte. E poi lui aveva un asso nella manica, e non l'aveva ancora mostrato. Meglio tenere le sorprese per la resa dei conti se mai ci sarebbe stata.
-Va bene... lasciatelo andare!-
I tre porcellini mollarono la presa e Santino si trovò a cadere in ginocchio sbattendo sul pavimento di legno, mentre un rigagnolo di piscio andava a bagnare i pantaloni bianchi che indossava.
-Sei avvertito però, caro Santino, devi riferire a Piagnetti tutti i particolari di questa serata.-
Santino si alzò lentamente, riacquistando le forze e asciugandosi le lacrime. I Tre Porcellini si allontanarono da lui, sfottendolo per il fatto che si fosse pisciato addosso come una donnicciola e ridacchiando come tre sadici ragazzini consci di aver fatto una burla a un proprio coetaneo incapace di difendersi.
L'italiano cominciò a dirigersi a passo lento verso l'uscita del pub. Una volta arrivato alla porta si girò verso Joseph.
-Contaci... racconterò tutto...-, Santino uscì da locale con passo tremante e facendo attenzione a non sbattere la porta.
-Bravo ragazzo...- disse a bassa voce il grasso e unto barista.

 

To be Continued…

 

E.

15 aprile 2011

Sognando montagne

sottofondo: Manowar – Mountains

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Nebbia,
vista offuscata,
sensi dormienti,
ogni pensiero abbandonato
in attesa del traguardo.

Aspettativa di pace,
voglia di serenità,
bisogni primari
per la mia stanca mente.

Quand’ecco…

Cortine di vapore che si diradano,
bagliori di vita
come dorati raggi di sole
danzano in mia prossimità,
cornice vaporosa
di un paesaggio a me caro,
foto ricordo di un felice,
spensierato,
lustro.

Voi siete lì,
in quella cornice,
montagne mie,
mio rifugio e casa,
nei sogni miei,
nel mio sangue.
Siete il mio coraggio,
il mio orgoglio,
la mia malinconia,
i desideri di una vita.

Quando mai,
ditemi,
potrò camminare
calpestando il vostro sacro suolo.
Quando mai,
sussurratemi,
saremo ancora una cosa unica.

Cosa unica,
dolce suono.

Terra mia,
dal profumo unico,
bramo più te
di tutto il resto.

Lascia che io ritorni,
lascia che io per sempre ti adori,
accoglimi come sempre,
non rifiutarmi.

Sognando montagne…

 

E.

12 aprile 2011

Scrittura in paese… un modo per rilassarsi

sottofondo: Nino Rota – Waltz

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Oggi mi piacerebbe continuare il discorso avviato l’altra volta con il post Sull’urbanizzazione della mia vita e della mia scrittura. L’ispirazione per questa specie di continuazione me la diede, il giorno stesso, un mio amico di vecchia data con il suo commento.
In poche parole Filippo mi espose il suo punto di vista, dicendomi che è sì convintissimo che la città sia una forte sorgente di ispirazione, ma che anche i piccoli paesi possono esserlo. Niente di più vero; infatti, se da una parte abbiamo un continuo brulicare di vite umane così eterogenee, ma allo stesso tempo così legate tra di loro da riuscire a formare una metropoli brulicante di vita, dall’altra abbiamo la calma, l’apparente immobilità delle cose, la saggezza dell’esperienza (talvolta pregna d’ignoranza, ma non è detto) e la tranquillità che solo un piccolo paese può donare allo scrittore.

Diciamoci la verità: la vita in paese è migliore di mille volte a quella di città: si respira meno smog, può capitare di rimanere sommersi dal più assoluto silenzio (cosa rarissima in una grande città) e, in definitiva, non siamo circondati da una prigione di palazzi dei quali non riusciamo nemmeno a vedere la punta tanto sono alti. Non avremo tutti gli agi di questo mondo e  che una città può offrire, ma con la pace che ci attornia possiamo rilassarci per un attimo, mandare affanculo il mondo e concentrarci solo su noi stessi con molta più facilità.
Per non dire poi della magia che circonda un paese: le leggende, le storie raccontateci dagli anziani, le superstiziose credenze che tutt’ora fanno da padrone per quanto riguarda la vita di tutti i giorni. Mi viene solo da pensare ai vari riti propiziatori (se così si possono chiamare) eseguiti per proteggere il proprio raccolto dalla grandine e dalle condizioni atmosferiche in generale; usanze adottate e tollerate dalla Chiesa, tuttavia aventi le radici nel paganesimo del quale è tutt’ora imbevuta la terra che, come allora, è fonte di sostentamento per chi la lavora.

Tutti i paesini hanno il loro fascino, ma quelli di montagna di certo superano tutti gli altri. Girando per quelle viuzze strette strette, salendo gli innumerevoli gradini, respirando odor di cenere e muschio, sognando il calore dal caminetto di casa e assaporando con l’immaginazione il buon bicchier di vino che attende solo di essere consumato davanti alla suddetta fonte di calore, mi sento ogni volta pervaso da una pace che mi so solo spiegare ripetendomi, ogni volta, che sono a casa; nel mio luogo ideale.
Mentre scrivo mi sembra di sentire il profumo dei pini dei miei boschi, il leggero ticchettio delle gocce d’acqua che cadono dalle foglie, il profumo senza tempo dei pini, la maestosità di questi ultimi e il lieve gorgoglio prodotto da un ruscello, carico d’acqua limpida come nemmeno con il più sofisticato dei depuratori si potrà mai vedere.
Ora ho gli occhi chiusi. Sento il frusciare dei rami, un lontano richiamo di non so che animale, le sommesse risatine degli gnomi e dei folletti che ospitano i miei boschi, sempre protagonisti di qualcheduna delle leggende delle mie parti.

Posso solo dire che ogni volta che mi trovo dalle mie parti le mani partono da sole, il quaderno si apre di sua spontanea volontà. Faccio della scrittura il modo per esprimere la pace interiore che provo anche solo respirando il profumo della montagna. Di certo quello che verrà fuori non sarà un romanzo pulp, per quello c’è sempre la città.

Alla luce di questo posso dire: Filippo… hai senz’altro ragione! E grazie per l'ispirazione ;-)

 

E.

10 aprile 2011

Un po’ di libri in lettura: da Chisciotte a Menocchio

sottofondo: Turisas – End of An Empire

don chisciotteil formaggio e i vermilibri per tutti

Questi i tre libri che in questi giorni stanno impegnando, deliziandolo, il mio intelletto. Tutti e tre sono volumi la cui lettura è dettata da due corsi di studio, ma la loro lettura si sta rivelando essere così piacevole che ho voluto scrivere questo post.

  1. Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia (Letteratura Spagnola II): un libro che non ha bisogno di presentazioni tanta è la sua fama. A dispetto della lunghezza e del linguaggio a volte un po’ troppo articolato, questo libro è un capolavoro nel suo genere e, una volta iniziato, le pagine scorrono via che è un piacere. Innumerevoli sono le volte che mi ritrovo a ridere di gusto leggendo le tragiche gesta di don Chisciotte e del fido Sancio, impegnati in situazioni al limite della comicità ma sempre attorniate da un velo di tristezza per quanto riguarda lo stato mentale del personaggio. Ve lo consiglio vivamente come lettura di piacere. So benissimo che dovrei leggerlo interamente in spagnolo, ma ho deciso di dare una prima lettura in italiano (visto che non sono ancora un hispanohablante a pieno titolo).
  2. Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi (Storia del Libro): dei tre questo è stato quello che mi ha stupido di più. Si tratta dell’analisi di un processo avvenuto alla fine del XVI secolo, con protagonista un mugnaio friulano, Menocchio, che in quei tempi, in cui la Chiesa perpetrava senza limiti i suoi tentativi di mantenere sotto il proprio controllo le menti della povera gente e non solo, si ostinava a voler pensare con la propria testa. Il mugnaio in questione era abbastanza istruito da riuscire a leggere qualche libro, magari qualche titolo inserito nell’Indice dei Libri Proibiti, e da formulare così un proprio pensiero su Dio, la Chiesa e la creazione del mondo. Questo il pensiero che più colpisce di Menocchio: «Io ho detto che, quanto al mio pensier et creder, tutto era un caos cioè terra, acqua et foco insieme; et quel volume, andando così, fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno gli angeli; et la santissima maestà volse che quel fosse Dio et li angeli». Per non parlare della sua convinzione che «li prelati ne tien sotto di loro, et fanno per tenerne in bona, ma si danno bon tempo» e, quanto a lui stesso, «conosceva meglio Iddio di loro» (e questo per dire di non credere che lo Spirito Santo governasse la Chiesa). Libro consigliato nella maniera più assoluta soprattutto a chi, e mi riferisco ai cari amici(?) di Pontifex, nega i roghi e i crimini perpetrati dalla Chiesa e dalla Santa(?) Inquisizione.
  3. Lodovica Braida e Mario Infelise, Libri per tutti (Storia del Libro): nonostante si tratti di un’analisi dei generi editoriali considerati più “popolari” (occhio a questo termine) nel corso della storia, il libro in questione mi sta prendendo parecchio. È molto interessante scoprire l’evoluzione, la divulgazione e la scelta dei libri che sarebbero poi diventati dei capolavori destinati a rimanere sugli scaffali per secoli e secoli (long-sellers). Scritto molto bene e scorrevole quanto basta. Si tratta di una lettura senz’altro molto più impegnata dei due libri da me menzionati sopra, quindi non adatto ad una lettura puramente di piacere, tuttavia, se vi interessano la stampa e l’editoria, vi consiglio di leggerlo al più presto.

E con ciò vi auguro buona lettura :-)

 

E.

7 aprile 2011

Di cavalle, rompicoglioni e università

sottofondo: Rednex – Cotton Eye Joe

Ci sono delle cose che mi danno molto fastidio e sono abbastanza: tuttavia, quella che più mi irrita è senz’altro la presenza in aula di quegli individui che per mostrare al docente, ma anche al prof, che posseggono anche un minimo di cultura devono per forza intervenire a tutto spiano durante la lezione.
Ne volete un esempio? Bene…

PROF
“Dunque, arriviamo al meccanismo della citazione”
S1
“AH!”
PROF
“Qualcuno sa come funzione tale meccanismo?”

A questo punto nel cervello del soggetto che definiamo S1, ma che potrebbe anche essere classificato come CAVALLA1 o STAR1 o PROHUNT1, scatta una molla. Il meccanismo che si innesca porta il soggetto a elaborare un miglio di pensieri nel giro di un solo secondo e, ovviamente, a scegliere quello che l’esemplare ritiene più gratificante per sé e smerdante per i propri compagni. Il più delle volte si tratta di frasi sconnesse, futili insiemi di lettere, tentativi mal riusciti di adottare un linguaggio aulico o sparate senza nesso alcuno con la lezione che si sta tenendo. Il modo di fare è molto concitato, affannoso e alquanto fastidioso per il sottoscritto e non solo.

S1
“Eh… è quel meccanismo che tanti auto…”

Interviene tempestivo il docente.

PROF
“No, piano. Forse mi sono spiegata male. Voglio sapere se siete a conoscenza dei modi più usati per riportare una citazione all’interno di un testo.”

Il soggetto S1 ora è in uno stato apparentemente catatonico. Ha completamente cannato l’intervento e fatto una figura di merda memorabile (ecchi se la dimentica più). Ora deve trovare il modo per riscattare la propria intelligenza.
Possiamo assistere all’elaborazione di un altro migliaio di frasi possibili, e questo permette per qualche secondo agli altri studenti di dire la loro, o almeno di provarci. Quand’ecco che…

S1
“Ah be' sì… è come dice lui…”

Ed ecco la frase che risolve tutto. Quante volte l’avrà detta? Immemorabili...
L’ultima spiaggia per il frustrato, la parata di culo finale prima dell’inevitabile disastro, l’intervento divino prima del fottuto catascisma (concedetemelo) di proporzioni bibliche.
Il brutto, però, è quando state per fare il vostro intervento, l’unico magari in tutta la lezione, su un argomento che ha stuzzicato particolarmente il vostro interesse.
Faccio un esempio.

PROF
“Secondo voi, il significato in un libro, ce lo mette lo scrittore o piuttosto viene percepito dal lettore?”

Come potevo non rispondere ad una domanda del genere. Quindi eccomi lì, che sto lentamente alzando la mano mentre riordino un po’ i pensieri per dar vita almeno a qualche frase di senso compiuto (non ho poi tante pretese), quand’ecco che S2 (soggetto similare a S1 ma in egual modo ridicolo solo in aspetto) comincia a sproloquiare a ruota libera non permettendomi di esprimere il mio pensiero. Fosse ‘na stronzata… no! Sono le stesse identiche e alquanto fottute parole che avevo in testa.
Il bello però deve ancora venire, perché il docente ha prontamente notato che stavo alzando la mano e, finito il maledetto intervento di S2, mi chiede se ho qualche opinione a riguardo.
Se avessi la possibilità di esprimere veramente quello che mi passa per la testa in quei momenti sarebbe qualcosa del genere.

IO
"Eh sì prof... mannaggia la puttana! Se magari S2 se ne stesse zitta e la cavalla prendesse l'aereo per andare a brucare in Arkansas forse avrei qualcosa da dirle sull'argomento..."

E cosa mi tocca rispondere?

IO
“Eh… cosa vuole… il mio punto di vista è già stato espresso da qualcun altro…”

E qui sorge la domanda.
L’analisi appena eseguita su una porzione di fauna studentesca vi ha fatto rimembrare qualcosa? Se sì, cosa?
Rimango in impaziente attesa dei vostri commenti… e convinto che dalla prossima lezione (cioè domani) mi siederò in prima fila. Passatemi questo tentativo di contrastare la borbonica onnipresenza di tal esemplare equino (S1) e Beatlesiano (S2) nelle discussione che si avviano quando si è in aula.

 

 

E.

5 aprile 2011

Muore Scott Columbus: ex batterista dei Manowar

scott_columbus_rip

Vorrei fare una dedica veloce veloce a Scott Columbus, ex batterista della band Heavy Metal Manowar, morto ieri all’età di 54 anni.
Prima che il popolo metallaro, abbastanza bastardello quando si parla di Manowar (sì va be’ anch’io li prendo un po’ per il culo) mi scortichi vivo virtualmente, fatemi dire che sono pienamente consapevole che non sfoggiava tutta sta gran tecnica come musicista, ma che di certo ha contribuito alla storia di un genere musicale. Di questo mi pare che si possa essere tutti d’accordo.
E con questo voglio dare il mio ultimo addio ad un altro grande del metal con cui ho scoperto una musica che, come poche, riesce a emozionarmi e colpirmi profondamente.

Farewell, brother!
See you in Valhalla…

 

E.

Un anno di scrittura e la grande sfida del dialogo

sottofondo: Bobby Womack – Across 110th Street

scritturascemo

È più o meno da un mese e mezzo che quando mi metto a scrivere penso che ormai è passato un anno da quando ho pubblicato sul blog il primo racconto. Ero sempre incerto sulla data precisa, ma non ho mai avuto voglia di andare a controllare.
L’ho fatto oggi, è ho scoperto con mio grande stupore che ormai è passato un anno e un mese, e meno male che avrei voluto scrivere questo post già qualche tempo fa.

Un anno e più di ripresa scrittura.
Cosa posso dire…
Mi sono fermato a rileggere i miei primi lavori, e devo dire di essere migliorato per quanto riguarda lo stile, ormai penso di aver trovato qualcosa di tutto mio (almeno così mi pare) o quanto meno di essere riuscito a miscelare gli stili dei vari scrittori le quali opere mi hanno tanto emozionato.
Per quanto riguarda i dialoghi penso di essere migliorato senza dubbio, ancora ricordo quando li scrivevo in stile sceneggiatura, spaventato da quello che forse è il più grande ostacolo per uno scrittore che voglia aggiungere quel qualcosa in più al proprio scritto. Non sto neanche qui a dire quanto è stato difficoltoso all’inizio, e di quanto invece lo sia adesso, mi trovo a scrivere dialoghi anche interminabili senza la minima fatica. Adesso non riesco a capire quella paura che avevo, mi bastava solo un po’ di esercizio, infatti penso che riscriverò le parti di dialogo dei vecchi racconti, così da uniformarli finalmente a quello che è il mio attuale stile.
Il dialogo dev’essere scorrevole, senza punti morti, non deve far dimenticare al lettore di cosa stanno discutendo i vari personaggi. E questa è veramente la sfida più grande per coloro che vogliono cimentarsi nella scrittura.
Per non contare, poi, l’aspetto più importante di un dialogo: la naturalezza. Le parole devono sembrare reali, non come quei dialoghi posticci da kolossal americano, da serie tv o che si possono trovare in molti libri di enorme successo commerciale (qualcuno ha parlato di Moccia o quella fetecchia di Twilight?), in cui si nota che le varie battute  sembrano uscite da un generatore casuale di frasi sentite e risentite e che mancano di quel pizzico di realtà che dovrebbe far immergere il lettore o lo spettatore. Proprio per questo adoro Quentin Tarantino, i suoi dialoghi sono immediati, naturali e soprattutto sono parole che ognuno di noi può trovarsi a dire in un’occasione qualsiasi. Devo molto ai suoi film, ma forse si nota dai dialoghi che scrivo e che puntualmente propongo al lettore.

A chi afferma che è la descrizione la cosa più importante, posso dire che non è così (o che non vale per tutti i generi), almeno secondo il mio punto di vista. Dialogo e descrizione hanno la stessa importanza, hanno tutti e due il compito di immergere colui che sta leggendo in quel piccolo mondo fatto di carta e inchiostro e, diciamocela tutta, di renderlo letteralmente parte delle vicende narrate. Questo ovviamente non vale per molte opere, le quali descrizioni, uniche protagoniste dello scritto, sono una vera gioia per l’intelletto. Diciamo pure che dipende dal genere di romanzo che uno decide di scrivere.
A tutti coloro che vorrebbero cimentarsi nella scrittura di dialoghi che non appaiano falsi posso suggerire di usare il mio metodo di apprendimento: lo stile sceneggiatura, il botta e risposta senza descrizioni di sorta. Una volta che le battute appariranno pregne di naturalezza si può di certo cominciare ad aggiungere qualche arricchimento qua e la, facendo agire il personaggio mentre parla. Con me ha funzionato, e lo dico da principiante assoluto, non pretendo affatto di voler insegnare o imporre qualcosa. Vedete un po’ voi se questo metodo può servirvi.

Il bello è che in questo post non volevo parlare di quest’argomento, ma va bene così. Un ottimo esempio di come la scrittura possa prendere delle pieghe che nemmeno l’autore pensa di prendere in considerazione.
Ve be’, meglio finirla qui, che un racconto mi attende :-)

 

E.