30 marzo 2011

Benedetto sia il dannato Duende

sottofondo: Hans Zimmer – The Battle

agenda

Ed eccomi qua.
Mi scuso ancora per aver tardato tanto con le risposte al mio ultimo post e di non essere più passato per commentare i vostri eccellenti lavori, ma sono stati giorni di gran lavoro mentale questi (come forse si può evincere sempre dall’ultimo post da me scritto).
Niente, volevo solo dirvi che finalmente, dopo due giorni di disperata ricerca, l’ispirazione per il racconto da inviare al Corriere è arrivata. Il dannato folletto ha finalmente deciso di bussare alle mie tempie per suggerirmi qualcosa di nuovo.. benedetto sia il dannato folletto!
Si tratterà di una sorta di racconto legato alla trama alla quale stavo lavorando subito dopo aver finito di pubblicare Scacco al Fante. Sarà un particolare avvenimento che accadrà a un personaggio che, molto probabilmente, nel romanzo vero e proprio (eh sì, forse stavolta ci siamo) avrà un ruolo molto minimale. A dirla tutta pensavo già di inserirlo in una scena e basta, anche se in principio non esisteva per niente.

Bene, bene, bene. Oggi sprizzo gioia da tutti i pori per questo.
Diciamo anche che l’ispirazione è venuta mentre studiavo in università, ed è stato un momento magico, in cui ho letteralmente chiuso il libro che stavo scrupolosamente sottolineando per prendere l’agenda e segnare le idee che stavano prendendo forma nella mia mente. Ricordo ancora l’esclamazione di sorpresa che Mirko (Ser Vlad) ha fatto vedendomi così preso male.

Vorrei ringraziare prima di tutto tutti quelli che hanno commentato il post in cui esprimevo la mia titubanza nel prender parte al concorso. Grazie di cuore!
Poi vorrei anche ringraziare la colonna sonora di Kill Bill vol.1, una vera manna quando sono in cerca di idee :-)

Be’, che altro dire… che il lavoro abbia inizio!

Per la colonna sonora di questo post ringrazio Ser Vlad (link al post), uno dei primi a intervenire in quella sottospecie di forum che è la mia pagina Musica.

 

E.

28 marzo 2011

Concorso?

Per l’uscita della nuova collana io.scrivo, il Corriere della Sera ha deciso di dare il via ad una sorta di concorso in cui il giovane scrittore dovrebbe inviare, entro il 29 aprile, un suo racconto inedito (min. 27.000 battute e max. 32.000) che poi verrà pubblicato online per essere votato dai lettori del sito. A quel punto i giornalisti del Corriere ne sceglieranno uno che verrà poi pubblicato nella collana “Corti di Carta”.

concorso letterario

Che dite… partecipo?
Stavo già per inviargli Scacco al Fante… peccato che conti 59.444 battute. Quindi, se proprio decidessi di partecipare dovrò ideare qualcosa di completamente nuovo in quanto tutti i miei racconti o superano largamente i limiti di battiture, o non li raggiungono neanche lontanamente.
Mah… vedremo…

 

E.

26 marzo 2011

Undici regole di Miller alle 9 di mattina… post assicurato!

henrymiller

Sabato mattina.
Ore 7.01.
Suona la sveglia.
CULOCACCAPISCIO!

La sveglia non ha suonato alle 5.45, come avrebbe dovuto, quindi mi alzo con un’ora e un quarto di ritardo. L’unico treno utile per prendere la coincidenza a Verona, e che parte da Villafranca, è ormai andato. Non mi resta che svegliare i miei e pregare che almeno uno dei due si presti a farmi da autista fino a Verona per farsi che io riesca a prendere il treno delle 8.31 per Legnago.
Alle 8.10 eccomi alla stazione di Verona. Compro i biglietti e anche una buona scorta di cartine, tabacco e filtri. È sempre meglio essere previdenti su queste cose.
Decido di fermarmi in edicola a prendere il Corriere, ormai non mi perdo un’uscita dei Classici del Pensiero Libero, e vedete di non criticare perché avere un libro con un euro in più al prezzo del giornale proprio non ha prezzo.
Dieci minuti sono sulla banchina che mi fumo la prima sigaretta della giornata… ‘mmazza se è bbona!
Tempo 5 minuti e salgo sul treno, in anticipo di 6 minuti sulla partenza. Carrozze semi-vuote e stranamente non emananti quel terribile olezzo di unto misto a scarafaggio calpestato/masticato/sputato che di solito mi invadono le narici portandomi quasi sempre a qualche conato di vomito che prontamente cerco di reprimere per non far troppo lo sfacciato. Mi siedo al solito posto, una delle prime file accanto alle porte e tiro fuori il giornale e l’iPod. Intanto il treno parte.
Sfoglio pagine e pagine, incazzandomi con Silvio, disperandomi pensando a Frattini, sorridendo ripensando alle gesta di Don Bersciotte de el PD e inorridendo leggendo di Alì Gheddafi e i quaranta ladroni che si nascondono in bunker sotterranei per sfuggire alle petrolbombe sganciate dagli avio-mezzi dell’alleato giustizier.
Arrivato ormai alla fine del giornale, e fermo col treno in quel di Isola della Scala, mi imbatto a pagina 56, sezione Cultura, nelle undici regole (semiserie) dello scrittore redatte da Henry Miller, uno dei maggiori autori americani.

Le regole sono le seguenti:

  1. Lavora a una cosa per volta;
  2. Non iniziare nuovi libri, non aggiungere altro a Primavera nera;
  3. Non essere nervoso. Lavora con calma, allegria e spregiudicatezza a ciò che hai per le mani;
  4. Lavora secondo il programma e non secondo l’umore. Fermati al momento stabilito;
  5. Quando non riesci a creare, non puoi lavorare;
  6. Concretizza qualcosa tutti i giorni, invece di aggiungere nuovi stimoli;
  7. Non perdere lo spirito! Vedi gente, va’ in giro, bevi, se ti va di farlo;
  8. Non sei un cavallo da soma! Lavora solo se lo fai volentieri;
  9. Ignora pure il programma, se vuoi… ma torna a seguirlo il giorno dopo. Concentrati. Seleziona. Escludi;
  10. Dimentica i libri che vorresti scrivere. Pensa solo al libro che stai scrivendo adesso;
  11. Prima pensa a scrivere, sempre. La pittura, la musica, gli amici, il cinema, tutte queste cose vengono dopo.

Devo ammettere di averle lette più e più volte. E li arrivò l’ispirazione per questo post.
Voglio provare per un attimo a vedere quanto io rispetti queste undici piccole regoline.
Pronti? Via!

  1. A volte lavoro a una cosa sola, in qualche occasione mi è capitato di avere più lavori in corso nello stesso periodo. Ammetto però che una cosa per volta è meglio. Un punto a Henry;
  2. Questo punto devo ammettere di non averlo compreso a fondo. So che Primavera nera è un suo libro… va be’, diamogli un altro punto;
  3. Non scrivo mai con calma. Quando butto giù la prima stesura per quello che poi diventerà un racconto sono in preda ad una sorta di ansia euforica, di quelle che possono sfociare in risatine e isteriche e letterali urli quando si raggiunge quello che si voleva scrivere in partenza;
  4. Non ho orari quando scrivo, non mi do nessun obiettivo. Vado avanti finché resisto… sono fatto così. Un giorno non volevo neanche mangiare, tanto ero preso da quello che scrivevo (mi pare si trattasse di Scacco al Fante);
  5. Mi trovo d’accordo, ma ci sono modi per riuscire a spingere la creatività. Uno di questi si chiama Monster… mai provata? Un altro è, ovviamente, guardare Scoprendo Forrester;
  6. Purtroppo scrivere non è la mia professione, e siccome la mia attività principale è studiare non riesco a mettermi tutti i giorni a scrivere i miei racconti… magari potessi. Un punto a Henry;
  7. Devo ammettere che quelle descritte sono tutte attività che non fanno male allo spirito, anzi. Possono aiutare lo scrittore a mantenere un contatto con la realtà, sappiamo benissimo che quando si scrive siamo in un mondo tutto nostro. Un punto a Henry;
  8. Ovvio! Non dico altro… non ti va di scrivere? Non farlo… Un punto a Henry.
  9. Non ho mai un programma da rispettare, ma solo una sorta di trametta scritta sul primo foglio che mi capita di avere in mano quando l’idea prende un attimo forma. Faccio male?
  10. E come faccio a dimenticarmi delle idee che mi vengono in mente mentre uno scritto è già in lavorazione? Se dovessi farlo non avrei scritto Scacco al Fante, Il Rasoio dello zio Tom e Organizer ‘92;
  11. No be’, piano. Avere anche altri hobby è importante, soprattutto se la scrittura non è ancora un lavoro. Come dicevo prima, ci sono cose che aiutano lo scrittore a mantenere un contatto con la realtà.

Come sono andato?
Boh… se fosse ancora vivo manderei una mail al caro Henry per chiedere cosa ne pensa del mio modo di vivere la scrittura. Visto che è morto, lo chiedo a voi…
Però, per dirla tutto…

IN CULO IL REGOLAMENTO! (cit.)

 

Mi scuso con tutti voi per non essere riuscito a commentare i vostri senz’altro eccellenti lavori, ma mi trovo a casa della mia ragazza, e internet non prende bene. È già un miracolo se sono riuscito a pubblicare. Al più presto passerò sui vostri blog.

 

E.

25 marzo 2011

Tabaccuino, cicca e birra

sottofondo: Nickelback – Photograph

cortile università

«Mucha gente en el mundo es capaz de hablar inglés. El resto lo intenta. Gracias a es…»

Le parole scritte sul libro scorrono a fatica. È ormai un’ora e mezzo che sono qui seduto a leggere e sottolineare ‘sto maledetto libro, El porvenir del Español di Lodares, sarei anche stufo a sufficienza…
No! Concentrati, devi leggerlo tutto e prepararti a dovere per l’esame.
Decido di continuare la lettura.
È arrivata la primavera, il suo sole, il suo calore e la sua atmosfera pregna di spensieratezza circonda il parco dell’università e persino i tavoli esterni del bar. Non riesco a contare quanti studenti siano stesi sull’erba a giocare a carte, dormire o semplicemente rilassarsi dopo una lunga lezione. Affari d’oro al bar, non riesco a immaginare quanti gelati siano stati venduti solo nella giornata di oggi.
Osservando con attenzione il cortile non possono non venirmi in mente i tedeschi che ogni estate affollano il lago di Garda, che al primo solo di marzo sono già pronti a smanicarsi per bene e magari a fare un tuffo nell’acqua ghiacciata del lago.
Ma io continuo a studiare… a rilento. Spesso devo interrompere lo studio per colpa di quella infingarda allergia che puntualmente, con l’arrivo della primavera, affligge i miei occhi e il mio naso. Pochi minuti fa ho persino dovuto andare in bagno perché gli occhi non ce la facevano più a sopportare un cotale apporto di pollini vari sulla propria superficie acquosa e già irritata a dovere. Una volta entrato in bagno e lavatomi la faccia mi sono guardato allo specchio e mi sono fatto paura da solo: la luce bianca del neon metteva ancora più in evidenza il pallore, estremo di per sé, della mia carnagione e facendo risaltare ancora più il rossore dei miei occhi irritati a dovere… mamma mia che spettacolo orripilante. Per questo verso mi trovo ad odiare la primavera… dannate graminacee!

[L’inquadratura torna su Emanuele che studia]
Uff… non ce la faccio più. È da stamattina che leggo ‘sta roba… ho bisogni di una pausa.
No! Studia!
Ma cosa vuoi che sia, una pausa di cinque minuti…
Vai avanti e continua a fare il tuo lavoro!
Seee… manco mi pagassero…
Dammi retta. Devi continuare.
Va’ in cul!

Chiudo il libro, lasciando in mezzo alle pagine il mio fido lapis, e lo metto da parte per poi afferrare il tabaccuino, un vecchi taccuino della invicta in cui tengo tutto l’occorrente per la preparazione delle sigarette). La pausa cicca è qualcosa che non può mai mancare.
Apro il tabaccuino e noto con piacere che anche Veronica, mia illustre compagna di corso che ha deciso di unirsi al mio studio (concentrandosi però su Storia del Libro), si è alzata, ha portato la sedia al sole e si sta godendo, con un viso che trasmette tranquillità e pace al primo sguardo, il suo libro di oggi, Notre Dame de Paris di tal’ Victor Hugo.
È proprio il momento di una pausa fatta con i controcazzi!
La sigaretta ormai è pronta, il sole scalda, Veronica legge, gli studenti sono sul prato… manca solo qualcosa… un po’ di musica.
Tiro fuori dalla borsa l’iPod e cerco una traccia che sia perfetta per una pausa del genere. Deve essere qualcosa di tranquillo ma energico allo stesso tempo, con suoni ben limpidi, un testo meraviglioso e una melodia che riesca a trasportarti in un altro mondo, lontano da quel libro che stavo leggendo fino a poco fa. Penso subito a California Dreamin’, ma non voglio apparire troppo nostalgico.
Illuminazione! Seleziono Photograph dei Nickelback, la faccio partire, mi accendo la sigaretta e mi rilasso sulla sedia.
Tutta l’ansia dello studio se ne va al primo tiro, al secondo sono già in pace col mondo e con chi lo popola. Al terzo tiro mi dimentico del libro che stavo studiando fino a qualche minuto prima… e così si va avanti tra un tiro e l’altro.
Fermo il mio sguardo tra un dettaglio e un altro, tra un raggio di sole e il filo d’erba illuminato, tra il fumo della mia sigaretta e il mondo circostante.
Alle orecchie mi arriva abbastanza indistintamente il vociare delle persone sedute sul prato, una melodia che riempie ancora più di allegria la già festosa a dovere atmosfera primaverile che si respira in ogni dove.

Questa sì che è una pausa con i controcazzi!!!

Tempo 5 minuti e la sigaretta inevitabilmente finisce. In compenso però è arrivata Gloria, quindi si fanno un due chiacchiere con una faccia conosciuta. Ma ecco che, dall’orizzonte del palazzo di lingue, giunge Mirko (Ser Vlad) cavalcando il suo fido destriero, mi viene vicino e mi fa, -hombre… te la fai una birra?-

Questa sì che è vita!
FUCKYEAH!

 

E.

23 marzo 2011

Referendum del 12 giugno 2011

freeblogger

Ciao a tutti.
Oggi niente versi o post ispirati da una particolare canzone.
Oggi sono qui per fare da eco a una cosa che ritengo molto importante per il futuro dell’Italia e soprattutto per la salute dei suoi cittadini.
Ovviamente si tratta del referendum sul nucleare, nel quale ci verrà posta una semplice domanda:

«Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, limitatamente alle seguenti parti: art. 7, comma 1, lettera d: realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare?»

I contrari al nucleare dovranno votare con un , perché in questo modo si diranno favorevoli all’abrogazione del decreto legge 112/2008 che intendeva dare il via libera alla realizzazione di centrali nucleari sul territorio nazionale.
Io voterò con un . Di certo non sono qui a far la fila per permettere a quei signorotti in giacca e cravatta di far fare all’Italia un salto dentro un baratro senza ritorno e che sarà, sicuramente, dannoso alla salute di tutti noi.
A quanto pare saranno presenti anche altri due quesiti, riguardanti l’abrogazione sulla norma riguardante la privatizzazione dell’acqua e il cancellamento del legittimo impedimento. Anche per questi due quesiti la forma sarà come quella sul nucleare, quindi bisogna rispondere .

Mi raccomando, leggete con attenzione i quesiti, così da capirli a fondo e non incespicare così in quelle forme grammaticali che i nostri politi-piss sono così tanto abituati a proporci per ingannare la nostra mente e il nostro conseguente voto.
Ultima nota: il referendum passa se si raggiunge il quorum, quindi occorre che vadano a votare il 50% + 1 degli italiani.

Condividete e non mancate di informare i vostri amici e persino i vostri nemici ;-)
A presto!

 

E.

22 marzo 2011

Clangore metallico

sottofondo: Linkin Park – Wrectches and Kings

paesaggio-apocalittico

«There’s a time, when the operation of the machine becomes so odious.
Makes you so sick at heart, that you can’t take part,
you can’t even passively take part.
And you’ve got to put your bodies upon the gears and upon the wheels,
upon the levers,
upon all the apparatus. And you’ve got to make it stop!»

 

Sento clangore metallico,
fa parte di me.
Sento i bassi sbattere contro il mio petto,
fanno parte di me.
Sento il battito dell’industria,
fa parte di me.

Distintamente avverto passi pesanti,
anche se lontani.
Sono loro,
sono qui per me.
Nessuno li può fermare,
battito di metallo su metallo.

Odo voci,
urla,
sospiri,
labili speranze di vittoria,
librarsi nell’aria di cenere,
tutto è fumo,
tutto è disincanto,
tutto è disperazione,
niente è come è sempre stato.

I loro battiti,
il mio battito.
Ma io mi oppongo,
voglio ergermi in piedi
e urlare: «IO SONO VIVO! NON MI AVRETE!»

Loro non si fermano,
non mi smuovo.

Per quanto continuerà
questa ordalia?
Non lo so,
forse solo la mia morte,
vana speranza di pace interiore,
mi libererà di questi battiti,
metallo su metallo,
dritti sul mio petto.

Io sono qui,
attendo…

 

«And you’ve got to indicate to the people, run in to the people on it.
And unless you’re free, the machine will be prevented from working at all!»

 

E.

21 marzo 2011

Un esperimento per il blog

sottofondo: Nova Lima – Machete  +  Tito   &   Tarantula – Machete Main Title Theme
 
Qualche parolina in libertà.
 
 
Mah… non so che pensare… voi che ne dite?
 
 
E.

20 marzo 2011

Scacco al Fante, pt. 4

CAPITOLO 4
ASSALTO

 

Il fumo creato dal fuoco di sbarramento copriva ancora la terra di nessuno, permettendo così alle truppe inglesi di avanzare senza essere avvistati dal nemico. Non si correva ancora, no, non bisognava fare il benché minimo rumore. Se il nemico avesse sentito anche solo uno starnuto avrebbe cominciato a sparare tutto quello che aveva a disposizione verso quel punto.
All’attacco aveva preso parte l’intero battaglione, circa un migliaio di uomini, e ora avanzava lento ma inesorabile verso la propria preda: la trincea tedesca.
Hugo non riusciva a distinguere niente oltre quella nube di polvere che li avvolgeva, ma secondo i suoi calcoli lui e la sua compagnia erano a circa la metà della terra di nessuno. Si doveva stare ben attenti a dove si mettevano i piedi. Il terreno era cosparso ovunque di crateri dalla forme più varie e non era augurabile finirci dentro, certi erano così profondi che era quasi un’impresa riuscire a venirne fuori.
Hugo era convinto che il fumo avrebbe continuato a coprirli fino al loro obbiettivo, non aveva mai visto una giornata così priva anche della più lieve brezza d’aria. Quella piattezza atmosferica era una vera benedizione. Se lo sentiva, quel giorno avrebbero sfondato il fronte.
Il battaglione superò la metà del campo, e la fitta cortina di polvere che continuava a proteggerlo continuava a fare il proprio sacrosanto dovere. Più tardi si sarebbe diradata e meno rischi avrebbero corso i suoi uomini.
Hugo impugnò il fucile con la mano sinistra e, con la destra, tirò fuori dalla tasca l’unica bomba a mano che aveva. Voleva essere pronto ad ogni evenienza. Al momento giusto avrebbe tolto la sicura e avrebbe lanciato la granata contro quel nemico che tanto aveva odiato ma che non era riuscito ancora a guardare negli occhi. Oggi sarebbe sopravvissuto, ancora per una volta, se lo sentiva. Non riusciva ancora ad immaginarsi il momento in cui avrebbe finalmente dato l’addio a quel fucile che aveva in mano, a quell’uniforme che ormai indossava da quasi quattro anni e a quella maledetta Francia, ma soprattutto al momento in cui avrebbe finalmente abbracciato e baciato la sua amata Marilyn, per poi andare a letto e, con l’aiuto della sua adorata, cancellare dalla memoria uno ad uno tutti gli orrori che aveva dovuto affrontare in tutto quel tempo che aveva passato lontano da lei.
Hugo era così immerso nei suoi pensieri che non si accorse neanche della leggera brezza che cominciò ad alzarsi e che, in men che non si dica si tramuto in una pioggerellina debole ma abbastanza fitta… abbastanza da cominciare a dissolvere quella cortina che proteggeva lui e i suoi uomini.
Tempo un paio di minuti e la leggera brezza divenne vento, e la leggera pioggerellina divenne pioggia nel vero senso della parola. Tempo di fare una decina di passi ancora e il fumo che copriva la visuale del battaglione si dissolse, e le grida dei tedeschi cominciarono a sentirsi nell’aria. Una decina di secondi dopo partì il primo proiettile, e il tenente Barry cadde a terra morto. Era stato centrato in pieno volto.
Hugo si bloccò. Questa non se l’aspettava proprio. Distolse subito lo sguardo dal cadavere del tenente e urlò: -Cecchini!-
Un altro paio di uomini caddero sotto il fuoco, tutti e due colpiti in mezzo agli occhi. Un altro soldato, Thew, si inginocchiò a terra e rivolse la canna del fucile verso quello che gli era sembrato il lampo di uno sparo. Tempo di caricare il fucile e anche lui venne ucciso, il proiettile lo colpì al collo per poi fuoriuscire dalla parte opposta, ricoprendo di schizzi di sangue il soldato Cater, che si trovava dietro di lui e che era ancora indeciso sul da farsi.
Hugo rimise la bomba a mano in tasca, imbracciò il fucile.
-Di corsa!-
Un urlo fatto di un migliaio di voci si diffuse nell’aria e l’intero battaglione partì in una corsa sfrenata verso la trincea nemica. Le mille baionette sembravano fendere quelle gocce di pioggia che avevano rovinato il piano d’attacco.
Il filo spinato nemico non era lontano, distava circa un centinaio di metri. Questa volta ce l’avrebbero fatta. Ancora pochi passi e sarebbero arrivati a distanza di baionetta dall’odiato nemico.
Ancora novanta metri.
All’unisono l’artiglieria e le mitragliatrici tedesche cominciarono la loro terrificante sinfonia. Le prime esplosioni raggiunsero la terra di nessuno, andando a sfoltire un po’ le file di uomini che avanzavano. Di quelli che rimanevano in piedi ci pensavano le mitragliatrici.
Circa un centinaio di uomini, in pochi secondi, vennero falciati dal fuoco congiunto di artiglieria e mitra. Possibile che ogni assalto si dovesse risolvere così? Possibile che non arrivava mai una botta di fortuna? Questo ed altro pensava Hugo mentre continuava a correre. Possibile che se le cose vanno fin troppo bene poi deve succedere per forza qualcosa che rovescia la situazione a proprio sfavore?
Mancavano una settantina di metri ai reticolati tedeschi, e Hugo era ancora in testa ai suoi uomini. La fatica cominciò a farsi sentire, non aveva più il fiato di una volta. No, lui doveva continuare ad attaccare, doveva raggiungere il suo obbiettivo. Se no chissà quanto sarebbe andata ancora avanti quella maledetta guerra. Un paio di uomini accanto a lui caddero sotto il fuoco dei fucili nemici, ma non se ne curò… sarebbe arrivato il tempo per occuparsi dei caduti, e non era di certo quello. Tanto era assorto dall’avanzata che non si accorse neanche di avere il viso parzialmente sporco dal sangue degli uomini appena colpiti accanto a lui. L’importante era la missione, questa volta non avrebbe fallito e, come tante altre volte, avrebbe ricevuto i complimenti dal maggiore che avrebbe poi concesso una piccola licenza di un paio di giorni a lui e ai suoi uomini per distrarsi un pochino e festeggiare i successi ottenuti. Così si ottenevano dei soldati coraggiosi e sempre pronti a fare la loro parte, non certo fucilandoli anche per la più piccola delle cose.
Hugo girò la testa verso i suo uomini, -avanti! Continuate a procedere!-.
Si fermò un secondo per far avanzare la propria compagnia. Simcox e Quincy avanzarono oltre di lui, anche loro incitando gli uomini. Il sergente Spoor venne colpito da un proiettile di mortaio, che gli fece volar via la gamba destra e parte del braccio destro. Un'altra decina di soldati cadde sotto i proiettili delle mitragliatrici. Quelle poche decine di metri di terra di nessuno erano ormai puntellati qua e là di cadaveri e piccole pozzanghere di sangue, ed erano passati solo pochi minuti dall’inizio dell’attacco vero e proprio.
Basta, si era fermato anche troppo. Hugo ricominciò ad avanzare tra i suoi uomini.
-Avanti! Forza! Correte! Manca p….-, l’ultima frase gli si bloccò a metà. Hugo si sentì come spingere a terra da una forza invisibile che l’aveva colpito in testa all’altezza dell’elmetto. Cadde a terra e sbatté la schiena sul terreno bagnato ed insanguinato. Non sapeva neanche se era vivo o morto. Sì… era vivo. Vedeva i suoi uomini che continuavano ad avanzare e ai quali mancavano ormai una cinquantina di metri scarsi per raggiungere la postazione da distruggere.
Un paio di colpi di fucile colpirono il terreno attorno a lui, perciò Hugo decise di ripararsi momentaneamente in un cratere poco profondo lì vicino, di capire cos’era successo e poi di riprendere l’attacco. Non ci avrebbe messo molto a riprendersi.
Intanto i suoi uomini continuavano ad avanzare, e un altro paio di essi venne colpito da una bomba da mortaio, che ne fece spargere ovunque le sanguinolente membra senza vita.
Hugo arrivò al cratere e si tolse l’elmetto. Ecco cos’era stato, era stato colpito da un proiettile, ma il metallo aveva retto all’urto. Senz’altro quel colpo non era stato sparato da un cecchino in quanto i fucili hanno un calibro un po’ maggiore a quelli usati dalla semplice truppa.
Non era decisamente una botta di fortuna qualsiasi. Il buon Dio l’aveva salvato, così che i suoi uomini avrebbero potuto continuare la missione con il proprio capitano al comando. Non sapeva se inginocchiarsi e rendere grazie per quel magnifico dono o rimettersi in sesto senza indugiare ancora per troppo tempo e raggiungere quello che restava della sua compagnia. Decise che avrebbe reso grazie continuando a corre verso il nemico, ma proprio mentre stava per alzarsi sollevandosi sulle braccia, una bomba di mortaio colpì il terreno a mezzo metro dal bordo del cratere. Hugo si riabbassò e lentamente volse lo sguardo verso il resto del campo di battaglia. Ora il vento aveva smesso di soffiare e anche la pioggia non cadeva più con il ritmo di poco prima. Quasi trecento cadaveri erano stesi al suolo, e i pochi feriti cercavano di strisciare verso il luogo dal quale erano giunti.
Una cosa in particolare attirò il suo sguardo: si trattava di un soldato inglese coperto di sangue dalla testa ai piedi che, chinato, frugava tra i cadaveri. Hugo stava per rialzarsi e chiedergli cosa stesse facendo, ma proprio in quell’istante il soldato sollevò qualcosa dal mucchio di cadaveri e si mise a correre verso le propria trincea. Solo in quel momento Hugo si accorse che il soldato non aveva più il braccio sinistro, e che quest’ultimo era proprio quello che era stato raccolto dal malcapitato. Un colpo di fucile pose fine immediatamente alla corsa del povero soldato, facendogli esplodere una parte di scatola cranica. Una nube di sangue e piccoli pezzetti di cervello sembrò levarsi dalla testa del malcapitato, e il corpo ormai esanime andò a far compagnia agli altri morti.
Hugo si decise, doveva assolutamente far cessare quella barbarica ordalia, e per farlo avrebbe dovuto alzarsi, raggiungere i suoi uomini e condurli alla vittoria. Così si alzò di scatto e, impugnato il fucile, cominciò a correre il più veloce possibile verso il resto della sua compagnia, che ormai si trovava a neanche venti metri dal filo spinato. In quel momento si ritrovò ad essere profondamente e piacevolmente orgoglioso dei propri uomini: anche senza di lui erano quasi riusciti a raggiungere il nemico. Eh sì, l’indomani avrebbero festeggiato tutti a base di birra e buon cibo, no scatolette rancide o gallette rinsecchite, ma una buona e succosa bistecca con patate e cipolle.
Continuando a correre, Hugo tirò nuovamente fuori dalla tasca la sua bomba a mano, certo che il momento di usarla sarebbe arrivato presto.

19 marzo 2011

Scacco al fante, pt. 3

CAPITOLO 3
13 APRILE 1918

 

Il passo del maggiore Hicks si poteva distinguere anche durante il più terribile dei fuochi di sbarramento. Un passo veloce, ma allo stesso tempo pesante, deciso e che emanava un’aura di autorità.
Quando il maggiore Hicks usciva dal suo alloggio del settore ‘D’ e cominciava a camminare avanti ed indietro per la trincea, ogni soldato era sicuro che di lì a poche decine di minuti dopo si sarebbe dovuto attaccare il nemico. Già era un segno il fuoco dei propri cannoni, ma non teneva certo il confronto con il portamento autoritario che il maggiore sfoggiava durante l’ispezione alle truppe: petto in fuori, pancia in dentro, mento propenso verso l’alto, labbra così serrate che sembravano essere un tutt’uno e occhi che incrociavano quelli di ogni soldato incontrato. Quegli occhi di ghiaccio non lasciavano trasparire nessuna emozione, ma solo un confortante e impavido messaggio di speranza per la truppa. Ogni volta che quello sguardo si posava anche sul più giovane dei soldati si poteva sentire nell’aria un incitamento a fare del proprio meglio per raggiungere il più presto possibile la vittoria.
Quando il maggiore passava, ogni soldato si sentiva pronto a combattere. E ora era quasi giunto il momento di fare il proprio sporco dovere per l’ennesima volta.
Era una nuvolosa mattina, quella del 13 aprile 1918, non vi erano segnali di precipitazioni imminenti, e anche il vento sembrava aver rinunciato a compiere il suo fastidiosissimo compito. Del fumo nerastro che si levava dalla terra di nessuno e qualche cratere in più qua e là era tutto quello che rimaneva dell’assalto tedesco del giorno prima. Ormai era tutto inutile per i fieri alemanni: ‘Operazione Michael’ era ufficialmente fallita e, a dirla tutta, si cominciava ad essere abbastanza stanchi di quella logorante guerra che durava ormai da più di tre anni e mezzo. Ormai anche l’ultimo tentativo tedesco di ricacciare le truppe inglesi era fallito. È da dire che ‘Operazione Michael’, ideata dai generali tedeschi Paul von Hindenburg e Erich Ludendorff, avrebbe avuto come scopo quello di respingere le truppe britanniche verso il mare, attaccando su tutto il fronte francese e creando un cuneo tra le forze nemiche. I primi giorni sembrò che l’operazione stesse avendo successo, ma le truppe inglesi resistettero a tal punto da fermare l’avanzata tedesca a soli sei giorni dall’inizio delle operazioni.
Ora non rimaneva che attendere la controffensiva britannica.
Hugo stava seduto su di una cassa di legno contenente munizioni per mitragliatrice, fumandosi una sigaretta e scrivendo la sua lettera settimanale all’adorata Marilyn.
Negli ultimi tre anni erano successe parecchie cose, compresa la sua nomina a capitano di compagnia. Passare da tenente a capitano fu un bel balzo, responsabilità nuove e maggiori, e il solo aver in mano la vita dei propri uomini l’aveva cambiato definitivamente, sia per quanto riguarda il carattere ché per l’aspetto fisico. Le rughe rigavano molto dettagliatamente il suo volto scavato di giovane capitano di compagnia, i capelli cominciavano a farglisi bianchi, gli occhi gli erano diventati gelidi, e la pelle delle mani gli si era indurita a tal punto che al primo freddo gli si aprivano dappertutto dei minuscoli tagli, ma per ovviare a questo problema esistevano i guanti (destinati solo agli ufficiali di grado abbastanza elevato). Il fisico gli si era irrobustito e allo stesso tempo asciugato, abbandonando senz’altro il grasso che si accumula negli arti di un soldato quando è di stanza fissa in qualche caserma vicino a casa, ma allo stesso tempo Hugo sentiva che non aveva più la resistenza di una volta a causa del severo e puntiglioso razionamento del cibo alla quale era sottoposto come tutti gli altri. Solo gli alti ufficiali, chissà perché, erano rosei e paffuti nei loro comandi situati nelle retrovie.
Si può dire, però, che il cambiamento più sostanziale, in più di tre anni di assalti, avvenne proprio nel suo carattere, a partire dagli occhi, due pezzi di ghiaccio che risaltavano ancora di più immersi in due occhiaie perenni ma seminascoste da folte sopracciglia grigiastre. Ogni traccia di paura era definitivamente scomparsa e il cuore gli si fece duro come una roccia e impermeabile alle emozioni, e la giocosità di un tempo, tratto che fece innamorare Marilyn, aveva lasciato mano a mano spazio ad un silenzio volontario, come se Hugo volesse rendere sempre l’idea che non c’erano parole per quello che aveva visto.
Le uniche volte in cui si poteva udire la sua voce erano quelle in cui impartiva gli ordini alla truppa o per acconsentire alle direttive che gli arrivavano dai superiori e, in quei pochi e rari sprazzi di parole, si intuiva che anche la sua voce era cambiata diventando più profonda e roca a causa del fumo respirato continuamente e all’umidità alla quale era ormai costantemente esposto dormendo in trincea insieme ai suoi uomini per dargli il buon esempio.
Sebbene fosse diventato un’altra persona, più rude e decisamente meno avvezza al gioco, si può dire che Hugo non fosse un cattivo capitano, anzi. I suoi uomini l’avevano capito al volo, anche perché loro stessi erano soggetti a tali cambiamenti di umore, e gli obbedivano di buon grado. Secondo loro il capitano Stiglitz era uno dei migliori capitani di compagnia del battaglione, non prendeva mai una decisione senza pensarci su, evitando così di servire le loro vite su un piatto d’argento agli avversari alemanni. Hugo non aveva mai imposto ai suoi uomini una ricognizione, aveva sempre lasciato che fossero dei volontari ad offrirsi, e questo avviene quando nell’ufficiale superiore vengono riposte tutte le proprie speranze di vita e la propria più completa fiducia.
C’è anche da dire che grazie all’ottimo comando di Hugo, nella compagnia non si erano più registrate perdite comparabili a quelle di quel fatidico 12 settembre 1914, in cui perirono ben 140 uomini su un totale di un paio di centinaia.
Gli uomini erano contenti di lui, e lui li ricambiava non facendogli rischiare la vita per il semplice fatto di dover eseguire degli ordini dell’Alto Comando. La vita umana aveva un valore in quella compagnia, tanto che la maggior parte di loro erano ancora appartenenti a quei rimpiazzi giunti dopo il primo disastroso assalto.
In quel 13 aprile però le cose sarebbero cambiate, si sarebbe dovuta conquistare la posizione nemica ad ogni costo. Per questo Hugo stava scrivendo a Marilyn, per allontanare da se quelle piccole preoccupazioni che, sebbene il suo cuore fosse diventato duro come il marmo, prima di ogni attacco lo tormentavano. In quei pochi minuti, come ogni volta, si era chiuso nel suo mondo, immaginando di essere a casa e di parlare a quattr’occhi con la sua amata. Niente poteva distrarlo in quegli attimi, nemmeno i rimbombi dei cannoni che tempestavano ormai da un paio d’ore le trincee tedesche al di là della terra di nessuno.
-Capitano Stiglitz!-
La voce fredda e tonante del maggiore lo fece uscire tempestivamente da quel mondo felice nel quale si trovava.
-Capitano Stiglitz!-
Hugo scattò in piedi e si mise sugli attenti, con ancora in mano carta e penna, la sigaretta era finita ormai da un pezzo, e se non fosse comparso il maggiore Hugo se ne sarebbe accesa senz’altro un’altra.
-Ai suoi ordini, signore!-
-Venga con me all’osservatorio.-
-Subito, signore!-
Il maggiore cominciò ad avviarsi verso la postazione di osservazione e Hugo lo seguì poco dopo aver racimolato il suo equipaggiamento e soprattutto dopo aver intascato la preziosa lettera che stava scrivendo e che, ahimè, avrebbe dovuto attendere per essere completata.

18 marzo 2011

Scacco al Fante, pt. 2

CAPITOLO 2
1914

 

DIARIO DI HUGO STIGLITZ

12 settembre
Linea del fronte attestata a nord del fiume Aisne.
Oggi io e il mio battaglione abbiamo preso parte al nostro primo assalto, che però si è rivelato essere totalmente inconcludente. A seguito di esso il battaglione ha perso più o meno tre quarti del suo organico tra morti e feriti.
In questi giorni il nemico ha rafforzato le proprie postazioni scavando delle trincee lungo quasi tutto il fronte (o almeno così pare dai rapporti che ci arrivano) non permettendo così uno scontro frontale che porterebbe, da una parte o dall’altra, ad una vittoria. Ora che il fronte si è assestato i nostri comandanti hanno deciso di seguire l’esempio del nemico, e sono iniziati i lavori che prevedono lo scavo di una quantità infinita di trincee lungo tutto il fronte. Adesso è sera, e alcuni dei miei compagni stanno ancora lavorando alle operazioni di scavo.
Mi sembra che le tecniche di guerra siano state poco a poco stravolte in questi pochi giorni, infatti si pensa più a mantenere la propria posizione piuttosto che ad avanzare, anche se degli sparuti tentativi di conquistare qualche chilometro di terra non mancano mai (e chi potrà mai dimenticarsi l’assalto di oggi).
Non so ancora cosa provare a proposito del massacro a cui ho assistito oggi, forse nei prossimi giorni riuscirò a mettere qualcosa per iscritto a riguardo. La ferita che mi è stata inferta al collo fa male, sono stato ‘graffiato’ da un proiettile, ma almeno il dolore mi ricorda che sono vivo e quasi vegeto. In queste occasioni il dolore può essere un amico, sempre che tu non abbia una gamba o un braccio amputati.
Il tenente della compagnia alla quale faccio parte, sarebbe meglio chiamarlo plotone ormai, mi chiama.

Più tardi
Sono appena stato informato dal tenente mio superiore che il battaglione oggi ha perso circa 600 uomini su mille che ne aveva e che la nostra compagnia è stata quella che ha sofferto più perdite (140 uomini su duecento). Fortunato ad essere vivo.
Che Dio ci aiuti!

 

DIARIO DI HUGO STIGLITZ

15 settembre
Altri tre giorni di scavi intensi intervallati da interminabili ed estenuanti turni di guardia nella postazione fortificata che abbiamo già denominato Alamo… macché fortificata, non è altro che una sorta di torretta tozza e quadrata in cui la nostra unica protezione sono tre file di tronchi, belli grossi per carità, accatastati in modo tale da darci una lieve parvenza di sicurezza in questo schifoso posto che è il fronte. Il turno di guardia consiste nel stare seduto tutto il tempo, almeno un paio d’ore, e guardare dall’unica feritoia presente nella postazione, che ovviamente guarda verso le linee nemiche.
Sempre meglio che scavare, poco ma sicuro. Durante quei turni di guardia puoi anche permetterti di fumare senza sottostare alle rigide regole marziali, come se in tutta questa guerra esista una sola dannata regola che venga rispettata… dai libri che leggevo la vita del soldato al fronte mi appariva eroica, nobile e piuttosto agiata. Ma qui no, qui è tutto diverso. Comincio ad averne abbastanza anche di quelle scatolette che ci danno per cena, e sono solo sei giorni che sono qui.
Non abbiamo ancora ricevuto dei rimpiazzi per ovviare alle perdite di quel tragico 12 settembre. Il tenente sta veramente facendo di tutto per tirarci su di morale, ma tante volte i tentativi sono vani. Non tutti riescono a ritagliarsi quelle pochissime ore di pace di cui abbisogna la mente umana per rimanere vigile e lucida nel momento del bisogno. Non tutti riescono a staccare la spina per godersi anche solo le piccole cose che la trincea ha da offrirci, come una semplice sigaretta in compagnia o semplicemente la lettura delle lettere da casa.
Molti di coloro che fanno ancora parte della mia compagnia, e siamo veramente in pochi, sono ufficialmente crollati il giorno del primo assalto; qualcuno di loro non riesce neanche a scavare molto bene essendo preso tutto il giorno da tremiti alle braccia e alle gambe. Ne parlavamo prima io e il tenente, quindi abbiamo deciso che i casi più disperati li manderemo in guardia all’Alamo, sperando che la pace che regna in quella postazione possa giovargli in qualche modo e magari aiutarli a riacquisire la perduta concentrazione.
Staremo a vedere…

17 marzo 2011

150 anni di pizza, spaghetti e mandolino

sottofondo: Caparezza – Goodbye Malinconia

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Direi che questa immagine riassume perfettamente il nostro popolo, o almeno quello che all’estero pensano di noi: italiano? Pizza, spaghetti, mandolino e mafia!
Sì, sì, ok… facciamo i politicamente corretti: TANTI AUGURI ITALIA. Va bene?!

Oh tu,
paese dalle mille facce,
patria della corruzione e della mafia,
in cui se non fai parte della massa vieni denigrato.

In cui la cultura,
da sempre pilastro fondamentale di ogni paese,
viene ridicolizzata, dimenticata e lasciata crollare in macerie.

In cui la Chiesa,
staterello a sé solo in teoria,
ha il potere sulle decisioni politiche.

In cui la politica,
portata avanti da signori di bianco criniti,
è diventata una parodia di se stessa.

In cui la televisione conta,
un libro fa schifo,
la storia non insegna,
la modernità lobotomizza.

In cui, dice lui, la scuola pubblica è di sinistra,
le scuole superiori sono di sinistra,
le scuole medie sono di sinistra,
le scuole materne ed elementari sono di sinistra,
e dove, sempre a detta di un tappo,
la famiglia deve essere di destra e necessariamente cattolica;
e lui è divorziato e fa festini,
i veri valori si imparano così… certo.

In cui un giovane laureato perde la sua creatività,
in cui un giovane per lavorare deve andarsene,
in cui la giovinezza non ha importanza,
in cui la vecchiaia è ancora lì, non morirà mai.

In cui la stampa è libera perché lo dice lui,
in cui l’economia è in crescita perché lo dice lui,
in cui la sinistra è una minaccia perché lo dice lui,
in cui la sanità va benissimo perché lo dice lui,
in cui la giustizia fa schifo perché pizzica lui,
in cui la scuola pubblica è una merda perché lo dice lui,
in cui la cultura non è importante perché lo decide lui,
in cui l’immigrato fa paura perché lo dice lui,
in cui dittatori vanno e vengono perché fa comodo a lui;
ma non sarà per caso un revival degli anni ‘30?

Scusate questo mio piccolo sfogo… ma non potevo farne a meno.
Certo, trovo che sia giusto festeggiare per le gesta di coloro che volevano un Paese unito sotto un’unica bandiera… per carità. Ma a cosa sono serviti 150 anni?
E indovinate un po’… il governo ci vuole così bene che come regalo per il 150° dell’Unità d’Italia ha praticamente nominato Giancarlo Galan alla carica di ministro dei Beni e delle Attività Culturali. Così potremo tranquillamente sotterrare nel campo di grano sotto casa i libri ai quali siamo affezionati.

Cari parlamentari, andate affan…

Alla fine non voglio fare gli auguri all’Italia, ma a coloro che tutt’ora si ostinano a non farsi travolgere dal gregge, a coloro che desiderano imparare, ricordare e non farselo mettere nel culo dalla televisione. La nostra Italia è ancora questo, patria del pensiero e della volontà di essere liberi. Forse qualcosa di bello c’è ancora… e quelli siete voi.

A tutti voi faccio tanti auguri!

 

E.

Scacco al Fante, pt. 1

CAPITOLO 1
HUGO

Fumo. Nubi. Odore acre.
Hugo si passò una mano tra i capelli corti e umidi per la pioggia appena finita, una precipitazione abbastanza breve ed intensa, ma che non era riuscita a spazzare via il puzzo che circondava la trincea ormai da giorni.
Pensare che a quell’ora a Londra sarebbe stata l’ora dell’aperitivo, un bel bicchiere di vino al Gordon Wine’s Bar, prima di andare a cena in una buona bisteccheria dalle parti di Piccadilly Circus, per poi recarsi a teatro per assistere ad uno dei tanti spettacoli che la favolosa Londra offre nei suoi innumerevoli teatri pieni di vita. Che bello sarebbe stato accompagnare Marilyn mano nella mano per le affollate vie della capitale, pensando solo a lei, ai suoi capelli color oro, alle labbra di rosso rossetto e ai suoi occhi azzurri come doveva essere il cielo sopra quelle nubi di fumo che in quei giorni ricoprivano senza sosta la desolazione del campo oltre la trincea. Eh sì, Londra e la vita mondana erano ormai solo un dolce ricordo che ogni giorno rischiavano di essere ricoperti dai morti e dai feriti le cui grida, puntualmente, si facevano sentire sia durante che dopo l’assalto giornaliero alla mitragliatrice nemica.
Hugo, però, era convinto che per sopravvivere a quella dannata guerra aveva bisogno di aggrapparsi il più possibile anche al più piccolo ricordo in cui potevano figurare la sua dolce Marilyn e le strade piene di vita della capitale. E allora eccolo lì, seduto nel fango della trincea, a sognare ad occhi aperti la sua adorata Marilyn completamente nuda, cercando di ricordare al tatto la forma perfetta dei suoi seni, i suoi capezzoli che tanto amava baciare, le gambe dritte e perfette come colonne greche e il suo pube oggetto di tanto desiderio da parte sua; eccolo lì Hugo, a immaginare le notti passate a letto con la sua amata, ad assaporare col pensiero quegli attimi in cui lui e la sua Marilyn formavano una cosa sola agli occhi del mondo. Ovviamente nella mente del soldato non albergavano solo pensieri riguardanti il sesso, e come prova si potrebbero portare le lacrime versate figurandosi una semplice passeggiata a Regent’s Park, una partita a carte, un tè serale preparato dalla moglie o semplicemente il ricordo di quella splendida risata che tanto l’aveva fatto innamorare cinque anni prima mentre passeggiava con i suoi amici in Hyde Park.
La guerra è una brutta faccenda, si sa, ma è ancor più brutta quando riesce ad insinuarsi così tanto nella testa di un uomo da fargli dimenticare tutte le gioie passate e gli attimi di pace e serenità, riuscendo poi a convincerlo che non vi è altra vita se non lo sterminio. Quando la disperazione è tale da permettere alla continua tensione alla quale sono sottoposti i soldati di fare ciò, colui che tornerà a casa sarà più un’ameba che l’uomo pieno di vita che era partito, un individuo che grazie anche al suo mutismo verrà abbandonato da tutti i suoi cari, lasciando spazio ad una sola soluzione: rivoltella, colpo in canna, puntare alla tempia… BANG!
No! Hugo non voleva ridursi in quel modo, non voleva sopravvivere solo per poi morire dentro, ed è proprio per questo che teneva viva ogni piccola fiammella di speranza che gli arrivava dai ricordi che custodiva come un prezioso tesoro all’interno del suo cranio.
Non riusciva però a scacciar via il pensiero che quella di solito era l’ora dell’aperitivo; inscenando una sorta di pantomima impugnò la borraccia come fosse una bottiglia di pregiato vino italiano e bevve un sorso d’acqua, immaginando che il leggero retrogusto di alluminio fosse in realtà l’aroma di chissà quale erba piantata nei pressi della vite dalla quale era stata colta l’uva per produrre la bevanda che, grazie alla sua fervida immaginazione, si figurava di bere con tanto gusto. Per completare il quadro ci sarebbe stato bene un buon stinco di maiale cotto al forno, ma la sua mente, seppur dalla forte immaginazione, non era capace di trasformare quella scatoletta di carne rancida che gli veniva consegnata per cena in un delizioso morso di carne grondante sugo e grasso, e nemmeno di figurarsi una buona zuppa di piselli al posto di quella brodaglia che, puntualmente, riceveva nella sua gamella di metallo.
Almeno le sigarette non mancavano, anche se razionate e non di buonissima qualità, e tante volte aiutavano a smaltire i postumi di un assalto alla baionetta e dei tanti momenti di macelleria di cui la guerra è piena. Riuscivano anche a non farti pensare ai pochi amici che avevi e che ora giacevano dentro una cassa di legno, agli arti strappati dalle esplosioni che vedi raccogliere nel campo di battaglia ad assalto terminato o ai soldati che, dopo essere stati colpiti di striscio da un pezzo da mortaio, corrono verso le proprie linee portando con sé il proprio braccio, penzolante senza vita dalla debole presa della mano ancora sana. Storie di ordinaria amministrazione in trincea, e non c’è da meravigliarsi se poi gli uomini si agitano anche solo per un nonnulla; numerose erano le risse che si scatenavano anche solo per una parola sbagliata o per un apprezzamento fuori luogo fatto guardando la foto della fidanzata del soldato che avevi accanto, e se ci scappava il morto colui che aveva sparato o menato il colpo veniva mandato al muro per una fucilazione sommaria, senza passare dalla corte marziale.
Tutto questo non piaceva a Hugo, ma quando era arrivata la chiamata non aveva potuto fare a meno di preparare la valigia, dare un bacio a Marilyn e imbarcarsi per andare a combattere in Francia.

 

LETTERA DI HUGO STIGLITZ AD AARON STIGLITZ

2 settembre 
Caro padre,
come forse avrete saputo da mia moglie Marilyn, io e il mio battaglione di fanteria siamo stati chiamati a combattere in Francia per dare man forte alle truppe francesi trovatesi in grosse difficoltà dopo l’invasione da parte dell’esercito tedesco.
Vi scrivo dalla nave che ci porterà a Le Havre, dove sbarcheremo per poi dirigerci direttamente al campo di battaglia che ci verrà designato.
So benissimo che non avete mai concordato con la mia scelta di servire nell’esercito di Sua Maestà, e ancora meno ora che sono diretto verso un vero campo di battaglia, ma vi prego di stare vicino a Marilyn. Non ha preso bene la notizia e, mentre preparavamo i bagagli, non ha smesso per un minuto di versare lacrime e di pregarmi di non partire.
Spero anche che in casa vada tutto bene e che questo conflitto si risolva il più presto possibile, così da poter tornare a casa ed essere accolto, quanto più presto, dalle braccia della mia amata moglie e dal vostro affetto che, in vita, non mi è mai mancato.
Vostro figlio,
                              Hugo

15 marzo 2011

Agenda Letteraria

agenda letteraria

Ricordi ormai vaghi,
ma impressi su pagina,
tenue tracce
di un passato
ormai passato.

Futili progetti,
ignorati e sbandati,
brividi di pelle d’oca
al solo pensiero.

Sfogliando,
leggendo e ricordando,
ritrovo vecchi pensieri.

Agenda Letteraria,
compagna di anni,
testimone di fiaschi e successi,
mi ha chiamato dal suo buio antro
per accompagnarmi un’altra volta…

 

E anche questa volta il progetto di prendermi finalmente una Moleskine è andato in fumo… sarà per la prossima.

 

E.

14 marzo 2011

Emanuele Secco’s Blog versus Pontifex, atto finale… forse…

sottofondo: Nancy Sinatra – Bang Bang (My Baby Shot Me Down)

gay_dads_ikeaAvevo dimenticato di quanto fosse bello arrivare a casa dopo un lunedì distruttivo e, appena acceso il computer, far partire in riproduzione casuale le colonne sonore dei film del grandissimo Quentin Tarantino.
Ora sono in un assoluto stato di pace mentale, niente mi turba e niente potrebbe distogliere la mia attenzione da questo post. Diciamo che c’è solo una cosa che mi fa tutt’ora incazzare… provo a rendervene partecipi.

Dunque, l’altro ieri era un’ottima giornata e mi trovavo a cazzeggiare un po’ al pc, leggendo un po’ di lavori dei miei amici blogger e ascoltando della buona musica. Ad un certo punto, loro siano dannati dannati, mi ritrovo a fare un giro su pontimerd.roma, quel sitello di estremisti catto-bastardi che vi ho citato in qualche articolo fa, e l’ultimo loro post attira la mia attenzione: Boicottate l’Ikea. Eh la madonna, penso, cosa avrai mai fatto quel colosso di teneri svedesi che voglio vederti una scrivania in mille pezzi, chi vi scrive usa una scrivania Ikea, per attirare le ire dei tanto destabilizzati mentalmente scrittori di pontimerd
La mia lettura dell’articolo in questione procede veloce, e la risposta arriva presto: l’Ikea ha inserito in un suo spot una coppia di omosessuali, facendoci intendere che i loro prodotti sono perfetti per ogni tipo di famiglia…

Sacriddio che delitto!

Per una volta che qualcuno si ricorda degli omosessuali (ben venga) si deve anche sparare a zero sull’azienda? Ovvio, ma come se non bastasse il resto dell’articolo era un emblema della loro solita visione dell’omosessualità: stile di vita abominevole, aberrante e corruttore della società, nonché satanico e distruttore dei veri valori sulla quale il bravo cattolico-lecca-culino-di-dio dovrebbe fondare la sua bigotta-retrograda-infida-e-bastarda idea di vita. In quel momento non riuscivo più a ragionare, e il mio giuramento di non attaccare più pontimerd venne meno… il post l’avrei scritto il giorno dopo.
Il giorno dopo arriva lento ma inesorabile e, solo il pomeriggio, riesco a dedicarmi alla scrittura del secondo post di attacco al sitello ultra-tradizionalista-sparapallista. Clicco sul link che mi ero salvato e, sorpresa delle sorprese: da domenica 13 marzo 2011, per visualizzare interamente il contenuto dei loro articoli, bisogna per forza registrarsi pagando minimo la somma di 1 euro. Che strano, ho pensato, sembra quasi che mi abbiano anticipato. Ecco per voi il comunicato integrale:

“Gentile Visitatore Ti ringraziamo per aver dimostrato fiducia ed interesse riguardo a tutti i contenuti e le iniziative che proponiamo sul nostro sito internet. Ti informiamo che la consultazione integrale degli articoli richiede la registrazione utente effettuabile cliccando qui. Per continuare nella nostra Crociata contro il modernismo, il comunismo, la secolarizzazione, la Massoneria ed il clero progressista, Ti richiediamo, al momento dell'iscrizione, l'invio di un contributo simbolico che sarà gestito dal sicuro sistema di pagamenti Paypal. Ringraziandoti anticipatamente per la collaborazione, Ti informiamo che i contenuti del nostro sito internet, sono protetti da Copyright, pertanto ne vietiamo qualsiasi forma di divulgazione, fatta accezione per le opere "collettive". Ogni violazione sarà oggetto di dibattito e, se necessario, seguirà un'azione legale. I siti Cattolici e le Agenzie di Stampa interessate/i ai nostri articoli, sono pregate/i di contattarci.”

Se non ci credete visitate pure il sito.
Ecco… e con questo terminano i miei attacchi, figli del non fare un cazzo, a pontimerd; sempre che non cancellino la registrazione obbligatoria ^^.

Questo solo per darvi un'idea della merda che scrivono

Comunque comunque comunque… oggi, ad opera di Laura, ho ricevuto per la seconda volta il premio Kreative Blogger. Visto che ho già scritto un post a riguardo qualche tempo fa, vi rimando pure a quello. Sempre che uno di ‘sti giorni non mi venga in mente di farne uno nuovo ^^
Ah sì, volevo anche dirvi che ho rinnovato totalmente la pagina Musica del blog, quindi dateci un’occhiata quando volete ;-)

Per ora è tutto, e l’ultimo sparo di Nancy lo dedico a pontimerd-dot-roma!

 

E.

13 marzo 2011

Vasco Rossi: tracklist e titolo del nuovo album

Ormai tutti i veri fan di Vasco Rossi sapranno bene che il nuovo album del grande e innovativo cantautore emiliano dovrebbe vedere la luce in data 29 marzo 2011 sotto etichetta PiadAlSkuakuer&Crudes Records.

vasco2011

Il nome dell’album è Ho finito la benzina… va beh!, e i paninari hanno già previsto affari d’oro in quanto il cd sarà disponibile in tutte le piadinerie, macelli e tigellerie di Italia.
Proprio oggi è stata resa nota la tracklist completa di quello che si presenta, già dal singolo Eh già (uscito da poche settimane e già in testa alle classifiche), come il migliore album nella carriera del rocker italiano.

I produttori dai quali ho potuto apprendere la notizia mi hanno anticipato che i testi delle canzoni sono particolarmente curati e che il mortad…ehm… rocker ha rinnovato completamente il suo vocabolario per offrirci qualcosa di mai ascoltato. I testi saranno ragionati e articolati come non mai, e di certo il pezzo più particolare sarà la lunga suite finale in cui il cantante sfoggerà questa sua nuova incredibile ed esplosiva dialettica.

Eh già...

Tracklist:

  1. Eh già…
  2. Va beh…
  3. Oplà!
  4. Ehilà!
  5. Va là…
  6. E… (pt.2)
  7. Va bene…
  8. Seeee, va là!
  9. Ma và!
  10. Eh beh…
  11. Eh già… (pt.2)
  12. Sei modi di dire per esprimere sorpresa (ATTO I: Oddio!; ATTO II: Orpolà!; ATTO III: Ah!; ATTO IV: Corbezzoli!; ATTO V:Perdincibacco!; ATTO VI: Eh la madoooona!)
  13. Ma và?! (English Version) (Bonus track)
  14. Momento… momento… momento (Bonus track)

 

Tanta roba eh?!
Che aspettate! Correte a prenotarlo! Dal piadinaro vicino all’Estragon, Bologna, insieme al cd avrete un’ottima piadina squacquerone e crudo in omaggio!

 

E.

10 marzo 2011

Diario di Londra, giorno IV

Quella che state per leggere è forse la parte più noiosa e decisamente più corta del diario. Si tratta però delle poche parole che ebbi la possibilità di scrivere in quella lunga e impegnativa giornata. Quindi, portate pazienza e attendete ancora per un pochino la trascrizione del quinto giorno.

 

29/01/2011
Ore 16.47 GMT +00.00

Nella giornata di oggi questa è la prima volta che riesco a sedermi un attimo per scrivere.
Giornata intensa e dura quella di oggi… come le altre del resto. Sempre in movimento e senza avere quei pochi minuti per immortalare su questo mio diario le sensazioni ispirate da un particolare luogo.

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Ora siamo in albergo. Abbiamo deciso di fermarci un attimo per lavarci e ricomporci.
La prossima destinazione sarà Piccadilly Circus e, dopo cena, l’Hard Rock Cafe. Infine questa breve vacanza potrà dirsi finalmente conclusa (no… non ne sono contento affatto che stia volgendo al termine).
So già che questa città mi mancherà da morire anche se, in definitiva, il costo della vita è decisamente altino… poi non so come sia per gli inglesi, ma per me italiano è così.
69 pounds e qualcosa: questo è quanto mi rimane dopo tre giorni e mezzo, ma in fin dei conti sono stato anche abbastanza bravo in quanto ho speso una media di 22,85 pounds al giorno (contando anche gli abbonamenti giornalieri per la metro).
Non so se comprarmi qualcosa all’Hard Rock e non farmi una buona cena, che sarebbe la prima nel senso vero del termine da quando sono qui, oppure mangiare per bene con il rischio di ritrovarmi senza una penny. Però… ripensandoci bene… sono 69 pounds. Direi che sono abbastanza per fare un’ultima serata con i fiocchi. Eh lo so, sono fatto così: parsimonioso fino all’inverosimile.
Vi posso assicurare che quello dei soldi è stato un pensiero che mi ha tormentato dal primo passo che ho fatto in territorio inglese e vedendo poi come i soldi, anche solo di mangiare, volassero fuori dal portafoglio. Devo dire che sono stato bravissimo… i miei calcoli riguardanti la pecunia da portarmi appresso erano fin troppo giusti. Certo, non ho speso soldi in cazzate e souvenir vari, ma ho puntato piuttosto a regalare al mio corpo piacevoli sensazioni ristorandolo dalle camminate che si sono fatte in questi giorni; questo implica Starbucks, vari cookies e via discorrendo. Ho voluto letteralmente riempirmi di cibi che una volta tornato in Italia so che mi mancheranno più di ogni altra cosa.
Come si può resistere a quelle promesse di un piccolo attimo di dolcezza che sono i cookies?

Beh, torniamo a noi.
L’unica cosa che ora mi dispiace è di non avere abbastanza tempo per parlare del Nosferatu che in queste notti è venuto a farmi visita… magari ci scriverò un post a riguardo quando tornerò a casa.
Bon… ora devo andare.
A stasera, semmai.
Waiting for Angus…

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E.

8 marzo 2011

Sull’urbanizzazione della mia vita e della mia scrittura

sottofondo: The Dave Brubeck Quartet – Take Five

Questo è uno di quei post che mi assillano il cervello da un po’ di tempo. Diciamo che è a metà strada tra quelli a cui pensi ogni giorno che passa e quelli a cui accennavo in Di quando le idee spuntano fuori dopo un lungo deposito.

citta

Ho sempre pensato che l’ambiente cittadino non fosse un buon posto per vivere, troppo caos, traffico e stress. Tutt’ora penso che vivere in una città di grandi dimensioni mi porterebbe ad un livello di nervosismo senza precedenti, e già sono un tipo abbastanza e facilmente adirabile (irritabile non rende affatto l’idea). Vivere con un continuo sottofondo di macchine che si muovono, motori che rumoreggiano, tubi di scarico che fumeggiano, vigili che bestemmiano e passanti che civilmente si spintonano contendendosi quel poco marciapiede che la comune amministrazione ha concesso loro non è proprio il primo dei miei sogni.
A fare un po’ da controsenso a questo mio sentimento, però, ci sono le città di Budapest e Londra. Nella prima ho vissuto tre anni, però nella zona di Buda e quindi molto più tranquilla del centro città, e la seconda l’ho visitata due volte e, se avete letto le prime tre parti del Diario di Londra, me ne sono innamorato profondamente.

Dicevamo… la città, in quanto agglomerato di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone è per me un ambiente psicologicamente insostenibile. So benissimo che viverci è incredibilmente comodo in quanto hai a disposizione tutto quello che ti serve a pochi passi da casa, ma io sono fatto così… non ci posso far niente. Metti che un bel giorno mi venga voglia di andare in montagna, chi me le fa fare una o due ore di macchina solo per uscire dalla metropoli in cui abito?
Devo però ammettere che da qualche tempo ho quasi cambiato idea, mi spiego: da quando sono tornato a Londra (e purtroppo ripartito… sob!), e ho potuto ammirare l’incredibile varietà di fauna (termine che non indica per forza la sola popolazione femminile della city), ho cominciato a pensare che forse vivere in una metropoli non dev’essere poi così male. Questa mia considerazione non prende in causa lo smog, il traffico e via dicendo, ma la scrittura. Per come la vedo io dev’essere fantastico essere uno scrittore e vivere in città. Il solo camminare per strada, può portarci a contatto con una varietà di individui che se vivessimo in campagna ci sogneremmo di incontrare.
La città offre mille situazioni, milioni di spunti per un buon racconto e offre una buona rappresentazione dell’intera gamma di campioni psicologici di cui la razza umana è composta. Si va dai suonatori delle metropolitane, al ragazzo che ti consegna i giornali per strada, al ristoratore che ti corre incontro per invitarti a mangiare nel proprio locale, ai bar sempre pieni di gente più o meno sana, ai pittori per turisti, ai novelli scrittori e poeti che riconosci subito in quanto seduti al parco o in piedi sul ciglio di un ponte a scrivere sulla loro fidata Moleskine. Puoi trovare lo scorbutico uomo di affari (che magari farai morire per primo all’interno della tua storia) come la ragazza che ti mangia con gli occhi anche se hai solo dei pantaloni eleganti e fai vedere di avere almeno 50 euro nel portafoglio. La madre di famiglia che fa la spesa e contemporaneamente tiene a bada cinque marmocchi che ne combinano una più del demone terracqueo. L’ubriaco il quale, se gli dai corda, comincerà a raccontarti per filo e per segno il tuo miglior libro e che non sapevi neanche di aver scritto, ma che adesso, furbo, correrai a casa a mettere su carta senza degnarti di citare quell’individuo che te l’ha praticamente dettato. Il libidinoso che mentre stai urinando beato e pacifico ad un orinatoio pubblico, di un bar o di quello che vuoi, ti mira e rimira il pene con occhi da allupato. Ragazzine completamente ubriache che ti salutano da una limousine in corsa togliendosi le mutandine e aprendo le gambe di fronte alla star di turno (Nano, Nano, sei un Caimano!) e passanti che le guardano forse pensando, «idiote…» (per non dire qualcos’altro). Pedoni indifferenti e altri fin troppo invadenti. Clown di strada che per raccattare anche solo un paio di monete intrattengono una ventina di persone…

Ploch! Ecco… lo sapevo… anche la merda di cane… 

Ma guardi che è un chiwawa, neh?!

Sì ma caga come un ippopotamo, dai…

Guardi che se non si calma chiamo i vigili, neh?!

E io le riempio la bocca con le feci del suo cane, che lei si è sistematicamente dimenticata di raccattare con sacchetto e paletta… in un cestino o nella sua gola per la merda è lo stesso!

Queste e molte altre storie sono quelle di città.
Ogni storia è lì che ti aspetta, attende solo di essere scoperta e scrupolosamente analizzata dalla tua penna. Ogni dialogo è lì, è presente ogni giorno in tutti i posti in cui vai, aspetta solo di essere immortalato.

Ma alla fine di tutto… io ci andrei mai a vivere in città?
A questo punto potrei dire anche di sì… sempre che non mi veda passare davanti a casa l’Ape con sopra Franceschino.  La tv l’ho già sfasciata… toccherebbe allo stereo ma non riuscirei più a scrivere senza.

 

E.

6 marzo 2011

La saggia(?) coerenza di Pontifex

uguaglianzaSolo un paio di parole… perché solo nel titolo che vi voglio proporre ci sono tante di quelle contraddizioni che basterebbero in pochi secondi a smontare tutto il lavoro di cattivo catechismo perpetuato dall’ennesimo sito fondamentalista cattolico…

Da pontifex.roma: «Il Cristianesimo ci obbliga alla coerenza e alla sincerità, sempre. Non serve proclamarsi credente, bensì mettere in pratica quello che Cristo ci dice. La nostra fede sia solida».

Infatti quella che dovrebbe essere una religione basata sull'amore incondizionato per il prossimo è capitanata da un manipolo di razzisti retrogradi che odiano l'omosessualità e l'altrui religione (e voi gli date anche corda)... bella coerenza!
È questo che dice Cristo?
Ma non siete voi, parlo anche e soprattutto con coloro che scrivono su pontifex, che vi ritenete migliori degli altri e detentori dell’assoluta Verità in quanto cattolici? E questo non è proclamarsi credenti? Quello che esprimete nel titolo del post in esame non è forse il contrario di quello che dice il sottotitolo del vostro obbrobrioso sito (La Verità è nella Tradizione)?
Per vostra gioia ho finito…

 

E.

4 marzo 2011

Di quando le idee spuntano fuori dopo un lungo deposito

sottofondo: Queensryche – Damaged

monkey-thinking

A volte può capitare che, camminando per strada, ti venga in mente l’argomento per un nuovo post; e questo può capitare non solo per strada, ma anche nelle situazioni più disparate. Il pensiero e l’ispirazione ti si fissano in testa e il cassetto in cui è contenuto è ben protetto, sorvegliato e chiuso, ma basta entrare in casa perché le varie faccende o impegni presi in precedenza ti occupino a tal punto da non darti tempo di buttar giù su carta quel dannato pensiero che è lì… è lì e tu non puoi farci niente.
Intanto i giorni passano e l’idea è lì, sempre nello stesso cassetto, ma tu cominci a sentirla sempre meno, non l’avverti più come una necessità che ha la tua anima di liberarsi da un peso. Gli impegni della vita di tutti i giorni impediscono a quel cassetto di aprirsi e di riportarti a quello stato di profonda completezza che provasti nel momento in cui concepisti quell’idea.
Peggio ancora, sai di dover pubblicare qualcosa e apri perfino un programma di scrittura per cominciare a buttar giù qualcosa, ma sei solo capace di star lì delle ore senza riuscire a scrivere un’acca. Allora cominci a giochicchiare, decisamente a cazzeggiare, per provare a trovare quel maledetto cassetto in quel gigantesco comò che è la tua materia cerebrale. Niente ancora… stai giocando distrattamente a Solitario da due ore, ma hai ancora la mente annebbiata.

Ah ecco dove andava il sette di cuori! Partita vinta…

Passi giornate intere con un peso di cui non riesci a liberarti, è una sorta di vergogna o senso di colpa per non essere riuscito a fare il tuo lavoro, un po’ come quando andavi a scuola e, nel giorno della verifica per la quale non avevi studiato letteralmente un cazzo, cominciavi a sentire uno strano senso di oppressione allo stomaco. Sapevi di non aver fatto il tuo lavoro e te ne vergognavi come un cane.

Intanto i giorni passano sempre più lenti ma inesorabili…

Un bel giorno arriva un bel giorno, non per forza di sole, ma un bel giorno. Quel mattino ti alzi e fai tutto quello che devi fare, e così la giornata passa finché arrivi a casa la sera. Mangi, bevi, rutti, fumi (per gli amatori), fai pisciatina (magari anche qualcosa di più grosso… plof! Va’, un bebè!) e decidi di non accendere quel cubo di plastica e vetro capace solo di arrovellarti il gulliver con gli amici di un travone biondo o con quegli altri parameci che muoiono di fame scimmiottando il ben più noto ed educante Robinson (magari morissero di fame) inframezzati da spot di pochi secondi che ti mostrano quanto può essere bella la vita, ma solo se non scambi un fustino per due e mangi una merendina ai cinque cereali che sa di cioccolato (per dirla tutta… secondo me non sa di cioccolato). Dicevamo, decidi di non contribuire alla tua autodistruzione cerebrale stendendoti sul divano davanti alla tv guardando quello che in genere guardano gli abitanti di questo bellissimo Paese (ma non potevo dirla così da subito?) ma di sederti davanti al computer e di girare un po’ per internet magari ascoltando la tua musica preferita… relax in tutto e per tutto insomma.
Quand’ecco che, mentre stai leggendo una news che magari ti interessa, il cassetto si apre e da esso esce fuori quel pensiero che non ti ricordavi neanche di aver immagazzinato.

Vai!
Scrivi!
Liberati di tutto!
Dopo potrebbe essere tardi…

Le parole si riversano sulla pagina come un fiume in piena e le tue dita prendono un ritmo che non riesci a interrompere. Il contatore delle parole passa da 30 a 500 in un batter d’occhio.
Pubblichi il tutto. Sei sicuro che qualcuno commenterà ciò che hai scritto, è inevitabile. Su cento persone ce ne sarà almeno una che ha provato quelle stesse emozioni, magari passeggiando in quello stesso punto in cui l’ispirazione ti assalì quel giorno dal quale sembrano essere passati secoli.
Ora sei soddisfatto. Vuoto, felice e assetato. Ma sì… ci sta anche un bella sigaretta per coronare il tutto.
Ora puoi dormire con il sorriso sulle labbra. Il tuo lavoro l’hai fatto… e sai benissimo che la prossima volta succederà tutto d’accapo.

Bella questa vita eh?!
Beh sì… sempre meglio che scambiare un fustino con due. DONNE! È ARRIVATO FRANCESCHINO!!!

crash! bzzzz…. bbbzzzz…  crash! bzzzz…. bzzzz… tump!
svolaazfuordafinestr!
fiiiiiiiiiiiiiiiiii!
SBRENG!

 

E.

2 marzo 2011

Un po’ di fatti… tra concerti, musica e università

sottofondo: Dimmu Borgir – Gateways

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Ma sì dai, altro post a caso. Come ai vecchi tempi.
Ok… faccio partire la riproduzione di una traccia a caso su iTunes e la mantengo, mi accendo una sigaretta e sono pronto. Ed ecco che da dietro lo schermo del mio fido portatile compare il Duende, che fa no no con la testa e sparando a zero frasi ingiuriose dicendomi, stando a riassumere, che dovrei continuare la scrittura del racconto che ormai ha delineata una trama.
Non rompere, maledetto. Lasciami qualche parola in libertà!

Ed ecco a voi, signore e signori, Gateways, il primo singolo estratto dall’ultimo album dei Dimmu Borgir. Canzone da me insultata e disprezzata fin dalla sua uscita, ma che ho cominciato ad apprezzare quel fatidico giorno in cui decisi di ascoltarla a prescindere dal fatto che si tratti dei Dimmu Borgir. Chiariamoci, io ‘sto gruppo lo adoro, ma devo ammettere che gli ultimi due lavori non rappresentano appieno la loro essenza… semplice, si sono evoluti e hanno cambiato direzione come qualsiasi creatura che dopo un po’ si trova a suonare sempre la stessa roba.
Preso atto di ciò ora mi trovo ad apprezzare questa canzone… diciamoci la verità: le musiche sono davvero belle. Peccato solo per quella voce femminile che compare nei primi minuti… obbrobriosa a dir poco. Ma va ben dai, gli alti e bassi possiamo trovarli anche negli scritti del più famoso e capace degli scrittori contemporanei e non. Come dimostra l’ultimo lavoro di Caparezza, Il sogno Eretico. Sì ok, l’ho scaricato, ma vi dico fin da ora che vedrò di farlo mio al più presto; non è proprio il genere di cd che mi aspettavo, ma sono sicuro che con qualche ascolto in più riuscirò finalmente ad apprezzarlo come si deve tanta è la sua particolarità (un po’ come era successo con il precedente Le Dimensioni del mio Caos).

Ancora pochi giorni e le lezioni riprenderanno il loro normale svolgersi… in ritardo di due settimane. Eh già, grazie al fantastico ministro (dei miei c…) Gelmini e all’ormai impossibilità, o quasi, di far tenere dei corsi a dei ricercatori, ho due corsi (Lingua Spagnola II e Geografia Economico Politica) che partono dal 7 marzo, quando invece avrebbero dovuto partire il 21 febbraio, e altri due (Lingua Inglese II e Storia del Libro e dell’Editoria) per i quali non è ancora stato assegnato un docente. Bella merda, neh?!
Se devo essere sincero mi sto un po’ preoccupando per questa situazione, perché se mi tocca seguire solo due corsi in questo semestre dovrò fare ancora più i salti mortali per riuscire a laurearmi in tempo.

Quindi eccomi qui, in pausa forzata. Vi sto rompendo le balle visto che ho finalmente tempo di leggere quasi tutti i vostri articoli eh?!
Per il resto va tutto bene, dai. Il 18 marzo suonerò con la mia band,i Soul Guardian, al Blocco Music Hall (San Giovanni Lupatoto, VR) e il 15 aprile al Betty Boop (Zevio, VR). Per il 5 luglio mi sono già assicurato i biglietti per il concerto che i Dream Theater terranno a Villafranca di Verona insieme a Gammaray e Anathema. E diciamo che sto anche valutando l’opzione di andare a vedere il concerto che Caparezza terrà sempre in quel di Villafranca a maggio.
Un anno pieno di concerti e di svaghi a quanto sembra. Meglio così, qualche pausa dallo studio e dalla scrittura non possono che far bene al cervello, non esiste mica solo il lavoro :-)

Per ora è tutto… e soprattutto contento di aver scritto un altro post che dice tutto e non dice niente.

 

E.