28 febbraio 2011

25 febbraio 2011: Rhapsody of Fire Live @ Estragon

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No, non è facile.
Non è affatto facile scrivere su un concerto che si aspetta da 9 anni.
Non è affatto facile scrivere del concerto di una delle proprie band preferite in assoluto.
Non è affatto scrivere riportando fedelmente le emozioni da me provate in quei magici momenti. Ma io ci provo lo stesso… e io sia dannato se questo post non lo porterò a termine.

Si narra che un bel giorno d’ottobre, dopo un’estenuante giornata passata in università, il vostro fido bardo E. si trovò a scorrere le news del sito Metalitalia.com e, come per incanto, lesse il seguente titolo: Rhapsody of Fire live in Italia.
Non sto a descrivervi nei minimi particolari lo stupore da lui provato nel leggere tale notizia, tanto è che pochi giorni dopo, e grazie a Ser Vlad (alias Mirko), aveva già in mano i biglietti per sé e la sua donna per il concerto della suddetta band che si sarebbe tenuto il 25 febbraio del 2011.
I giorni e le settimane passavano, e la gioia per avere finalmente i biglietti per quella che era una delle prime band che riuscì a toccarlo nel profondo del cuore si tramutò pian piano in silenziosa attesa mista ad indifferenza (dopo un po’ arrivò persino a dimenticarsi del concerto). Questo perché non voleva passare 4 mesi a consumarsi in un’attesa a dir poco logorante.
Ed ecco che, finalmente, arrivò il 25 febbraio…

Va ben dai, lasciamo perdere le narrazioni in puro stile medievale, ma quello che vi ho narrato fino ad ora è tutto vero. Forse è meglio che faccia una piccola premessa prima che cominci a raccontarvi di questo magico giorno.

Rhapsody-Of-Fire

I Rhapsody of Fire sono una band italiana che vede il suo esordio discografico nel 1997 con il magnifico album Legendary Tales. Fin dall’esordio possiamo cogliere, e non fare a meno di non ascoltare, la loro tendenza ad unire a sonorità legate al power metal molte parti orchestrali da tastiera e a creare, attraverso i propri testi, una vera e propria saga fantasy in pieno stile Signore degli Anelli. Le tastiere rimangono una loro costante nelle canzoni fino al 2004 quando, dopo aver raggiunto un buonissimo successo nazionale ed internazionale, danno alle stampe Symphony of Enchanted Lands pt. 2 – The Dark Secret, album in cui danno il via ad una nuova saga, legata comunque a quella conclusa con il precedente Power of the Dragonflame, e che denota una grande svolta nel loro sound. Infatti, per la gioia dei fan, le parti sinfoniche sono suonate da una vera e propria orchestra. Nel 2006 la band pubblicò Triumph or Agony, album in cui le sonorità del combo si ammorbidiscono ancora di più per lasciare maggiore spazio all’epicità scatenata dall’orchestra sinfonica impiegata nuovamente per dar vita a sinfonie sprigionanti una squisita magica nelle orecchie dell’ascoltatore. Da quel momento in poi un lungo silenzio accompagnò la band impegnata, a quanto sembra, con una causa legale in cui è coinvolta, oltre alla band, l’etichetta discografica Magic Circle di Joey De Maio (bassista della band Manowar). Finalmente, nel 2010, la band nostrana torna con lo stupendo album The Frozen Tears of Angels e l’ep The Cold Embrace of Fear, due ottimi lavori che costituiscono un grande ritorno nella scena mondiale grazie anche ad un tour mondiale per supportare questi due ultimi lavori.
Io cominciai ad ascoltare i Rhapsody of Fire nel 2002, grazie alla bellissima Emerald Sword (una delle canzoni che tutt’ora preferisco della band) e fu proprio allora che mi innamorai della loro musica.

E quindi eccoci qua, per parlare del loro ritorno sui palcoscenici italiani dopo una lunga assenza di 9 anni.

24 febbraio 2011

The Libertine

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Prendo una penna a caso,
il quaderno è aperto,
debole fiamma di gas,
tabacco rollato tra le mie labbra.

Soffio di fumo,
trangugio liquido,
musica di cornice,
sentori di arlecchine presenze,
specchi di solide memorie,
effluvi di zucchero.

Occhio vitreo,
viso marcito,
la mano corre,
la penna scrive,
confesso una pena.

Nudo e tremante,
odore di sterco e piscio,
vomito secco in bui angoli,
schifosa realtà del mondo.

Ripudio voi,
il vostro ordinamento,
ripudio ogni banalità,
ogni comandamento,
ripudio me stesso, i miei valori,
i miei occhi, la mia mano,
ripudio il mio cervello
fonte di riprovevole Ragione.

 

E.

22 febbraio 2011

Leopardi non l’ha mai fatto (ma almeno ne aveva voglia)

sottofondo: Caparezza – Pimpami la storia

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Mi rendo perfettamente conto che il post che vi voglio proporre oggi non è dei miei soliti. Dico solo che l’ispirazione mi è venuta leggendo un articolo dal blog cose da libri della cara aa. Chiedo anche grazie al grande zio Charles Bukowsky per avermi permesso di storpiare il titolo di un romanzo (scherzo, ma se fosse ancora in vita penso che avrebbe comunque approvato).
Come suggerito dal titolo, raccoglitore di questo ammasso di parole, voglio che venga effettuata un’operazione abbastanza semplice e che, secondo me, a molti può risultare piacevole: togliere ad un poeta quell’aura di intoccabilità morale che lo circonda. Mi spiego meglio, avete presente quelle tediose ore in classe passate a seguire nozioni su nozioni sui grandi poeti del passato? Ricordate per caso come vi venivano descritti? Ricordate come si notasse nelle varie pagine dei manuali di letteratura che il poeta in questione, in vita, non avesse mai provato minimamente i bisogni che accomunano noi uomini (sesso, cibo, e magari una buona dose di fancazzismo)?

Prendiamo ad esempio Giacomo Leopardi. Sommo poeta che ci viene sempre descritto come un individuo sempre chiuso nella sua biblioteca e immerso in quello studio matto e disperatissimo che gli rovinò la vita. Io me lo sono sempre immaginato così: un tipetto piccolo, magro, pallido, con la gobba, magari anche strabico, che guarda fuori dalla finestra pensando tutto il giorno alle giuste parole da usare nella poesia che sta scrivendo.
Anche voi condividete questa mia immagine, spero.
Bene, un bel giorno arrivo all’università e scopro che, per il programma dell’esame di Letteratura Italiana saranno da preparare la vita di Leopardi e le opere (oltre a tanta altra roba).
Un altro bel giorno apro il libro di testo (Gino Tellini, Leopardi, Salerno Editrice, Roma, 2001) e, dopo qualche pagina di a dir poco tedioso studio, scopro (pp. 32-33) questa piacevole lettera spedita da Leopardi al fratello Carlo mentre si trovava in quel di Roma:

«mi ristringerò solamente alle donne, e alla fortuna che voi forse credete che sia facile di far con esse nelle città grandi. V’assicuro che è propriamente tutto il contrario. Al passeggio, in Chiesa, andando per le strade, non trovate una befana che vi guardi. Io ho fatto e fo molti giri per Roma in compagnia di giovani molto belli e ben vestiti. Sono passato spesse volte, con loro, vicinissimo a donne giovani; le quali non hanno mai alzato gli occhi; e si vedeva manifestamente che ciò non era per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e noncuranza: e tutte le donne che qui s’incontrano sono così. Trattando, è così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi molto di più, a cagione dell’eccessiva frivolezza e dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse al mondo, sono piene d’ipocrisia, non amano altro che il girare e divertirsi non si sa come, non la danno (credetemi) se non con quelle infinite difficoltà che si provano negli altri paesi. Il tutto si riduce alle donne pubbliche, le quali trovo ora che sono molto più circospette d’una volta, e in ogni modo sono così pericolose come sapete».

E come gli risponde il caro fratellino? Così (sempre a p. 33):

«Io non so come contraddire in dettaglio a tutti i ragionamenti che tu mi fai, ma in massa, mi pare che abbi torto, e grande. […] Sicché chi prova troppo non prova un cazzo».

A questo punto posso solo dire una cosa, possibile che queste cose si debbano scoprire solo una volta che uno arriva all’università?
Possibile che non si riesca a capire che uno studio di letteratura in cui vengono spiegate anche queste cose, non facciamo i falsi moralisti perbenisti e fanatici religiosi ripudianti il sesso (tanto trombate anche voi bene o male), forse aiuterebbe il giovane a rispecchiarsi in quello che studia o semplicemente a non illuderlo che il poeta fosse stato in vita nient’altro che un semplice uomo che imprimeva il suo io su carta?
Certo, mi rendo perfettamente conto del fatto che i programmi delle scuole superiori sono vasti e che, tranne in rarissimi casi, non vengono mai completati entro la fine dell’anno didattico, ma qui si tratta solo di cambiare un attimino il metodo d’insegnamento, inserendo quell’umanità che, in uno studio umanistico, sembra mancare (sembra un paradosso, eh?!). Non dico, però, di ridurci alla situazione cantata da Caparezza in Pimpami la Storia.
Ora potreste anche pensare che faccio tutto ‘sto casino solo perché ho scoperto che anche Leopardi aveva voglia di andare a letto con una donna. No, non fraintendetemi. Il rapporto problematico Leopardi-vagina è stato solo lo spunto iniziale, e si potrebbe tranquillamente applicare questo mio pensiero ad ogni poeta del passato o della storia più recente. Certo è che, con quello che vedono in televisione, non rischiamo di scandalizzare i nostri giovani dicendogli chiaro e tondo che Rimbaud era un omosessuale, Verlaine pure, D’Annunzio era un trombatur senza pari ecc.

E a Leopardi piaceva la topa, qui lo dico e qui lo confermo, e allora?
È un fatto così preoccupante?

Sembra proprio di sì… poveri noi.

 

E.

20 febbraio 2011

Sanremo non è ancora tutto da buttare

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Di solito non guardo mai il festival di Sanremo, ma quest’anno, forse solo per la voglia di vedere cosa combinavano Luca e Paolo (per non parlare di Benigni), mi sono ritrovato a vederne quattro sere su cinque. Esatto, avete capito bene, sono riuscito a sopportare i quattro quinti del festival, cosa per me impensabile fino all’anno scorso.
Se devo essere sincero quest'anno ne è valsa la pena, non dico ovviamente per le solite canzonette che mi fanno correre in cesso appena le sento (Anna Tatangelo, Max Pezzali, Giusy Ferreri & co.), ma per quell’unica canzone che mi trovavo a canticchiare quando ero solo.
Già, sto parlando di Chiamami ancora amore di Roberto Vecchioni; una canzone con un testo che non si può certo definire in puro stile sanremese (‘fanculo alla pallosa e fottuta triade Sole, Cuore e Amore) e che, per l’appunto, fa delle parole la sua vera forza raccontandoci dello scatafascio di situazione in cui si trova il nostro paese, ma dandoci comunque una qualche speranza di uscita dalle tenebre.
Il caro Vecchioni la interpreta come solo lui sa fare, sentendola sua fino alla più fine linea del pentagramma. Devo ammettere che vederlo cantare una canzone del genere con un trasporto simile è stata una grande lezione per me in quanto musicista dilettante, senza poi togliere che dovrebbe esserlo anche per quella miriade di ragazzini e ragazzine che entrano nel mondo della musica come super divi e dopo qualche mese ne escono sconfitti e distrutti, ma soprattutto una lezione a quella stupida, e ribadisco stupida (detto nel modo giusto è un’offesa più grande di tante altre), di Avril Lavigne, persino incapace di stare sul palco senza playback a quanto pare.

E non dimentichiamoci anche della figuraccia fatta da Albano (arrivato al terzo posto con il 12%), con la sua canzone plagio dalla sua Nel Perdono di Sanremo 2007 che a sua volta è plagio dell’Inno della Marina Sovietica.

Che dire, porgo ancora i miei migliori complimenti al grande Roberto Vecchioni e, se non l’avete ancora sentita, qui sotto potete ascoltare la canzone.

Chiamami ancora amore

E per la barca che è volata in cielo
che i bimbi ancora stavano a giocare
che gli avrei regalato il mare intero
pur di vedermeli arrivare;
per il poeta che non può cantare
per l’operaio che non ha più il suo lavoro
per chi ha vent’anni e se ne sta a morire
in un deserto come in un porcile
e per tutti i ragazzi e le ragazze
che difendono un libro, un libro vero
così belli a gridare nelle piazze
perché stanno uccidendo il pensiero;
per il bastardo che sta sempre al sole
per il vigliacco che nasconde il cuore
per la nostra memoria gettata al vento
da questi signori del dolore


Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
dovrà pur finire,
perché la riempiremo noi da qui
di musica e di parole;
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
In questo disperato sogno
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
anche restasse un solo uomo
Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore


Perché le idee sono come farfalle
che non puoi togliergli le ali
perché le idee sono come le stelle
che non le spengono i temporali
perché le idee sono voci di madre
che credevano di avere perso,
e sono come il sorriso di Dio
in questo sputo di universo


Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
dovrà pur finire,
perché la riempiremo noi da qui
di musica e parole;
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Continua a scrivere la vita
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
che è così vera in ogni uomo
Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore


Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
dovrà pur finire,
perché la riempiremo noi da qui
di musica e parole;
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
In questo disperato sogno
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
anche restasse un solo uomo
Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Perché noi siamo amore

 

E.

19 febbraio 2011

Ripensando alle origini del blog

sottofondo: Eddie Vedder – Guaranteed

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Stasera sono troppo stanco per andare avanti nella scrittura del nuovo racconto, quindi eccomi qui a tentare di dar vita ad uno di quei post che tanto mi piaceva scrivere nei primi mesi di vita di questo blog. Post spontanei, eravamo solo io e il computer, solo la mia mente e le mie dita, ed il cervello forniva solo quegli elementari stimoli per permettere al mio corpo di scrivere qualcosa; per il resto… be’, forse ve lo ricorderete, erano pensieri in libertà. Come testimoniava il primo sottotitolo di questo blog, prima che si aggiungesse la frase «Esperando un Duende», quando c’era solo quel «Todo para la diversión» a testimoniare che in questo spazio non c’era posto per pensieri raffinati e ingurgitati dall’umano raziocinio per ore e ore, ma solo le prime cose che mi passavano per la testa.
Questo mi è sempre sembrato un buon esercizio, dico quello di riuscire a far ordine in un flusso di pensieri che ha come unico scopo d’esistenza la libertà di vagare dovunque voglia, almeno per quella mezz’oretta di scrittura alla sera (magari con una buona tazza di tè caldo alla vaniglia), e scrivere dell’ordine creato a questo scopo.

Ed ecco che mi si profila davanti l’immagine di quel treno che rappresentava simbolicamente quei viaggi mentali che mi facevo ogni volta che cominciavo a scrivere… quanto tempo sembra essere passato. Ricordo ancora quando scrissi nel mio primo post su Emanuele Secco’s Blog:

«Perché l’immagine del treno: il locomotore è il flusso dei miei pensieri e le rotaie rappresentano il blog. Questo blog sarà una rotaia su cui scorreranno pensieri di ogni genere e le stazioni saranno i vari articoli, spazi che potete commentare dando il via ad una discussione su ciò che le rotaie hanno portato al blog.»

Be’, devo dirvela tutta… gran bella presentazione.
No, vi sbagliate, non sto peccando di immodestia, ma dai ammettiamolo… per essere uno che non sapeva cosa stava facendo (eh sì, questo blog è il prodotto di un momento di follia) non è affatto male. Per uno che non si sarebbe mai aspettato che il suo neonato spazio virtuale sarebbe diventato una delle sue principali occupazioni; per uno che non si aspettava minimamente che con la scrittura delle sue sensazioni ed emozioni avrebbe battuto alla grande il suo blog più vecchio (fino ad abbandonarlo definitivamente o quasi, come mi piace ancora dire) quelle parole sembrano essere semplicemente la botta di culo del novello scrittore, quelle poche righe scritte bene in mezzo a tanta merdaccia. Invece, cari lettori, proprio mentre scrivo questo post con davanti quelle semplici ed innocenti parole, mi rendo conto che quel piccolo paragrafetto è stato forse un segno, una piccola traccia involontaria che la mia passione nascosta mandava in perlustrazione prima di poter finalmente uscire alla luce del sole.
Quanti bei ricordi, senza ovviamente nascondere il fatto che la lacrimuccia di ricorrenza è lì lì per scendere.

Eccolo lì, altro pensiero che mi assilla da tempo: la scrittura di una mia presentazione vera e propria. Mah, forse un giorno troverò la voglia di mettermi lì a scrivere un po’ su di me.
Per ora è tutto, e sono ben contento che il treno continui a viaggiare.

 

E.

17 febbraio 2011

Diario di Londra, giorno III

28/01/2011
Ore 09.44, GMT +00.00

Bene… colazione fatta, dio benedica la tradizionale colazione inglese, e intestino finalmente evacuato da due giorni di bagordi in quel di Londra.
Pronti per andare fino a Buckingham Palace? Ovvio!

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28/01/2011
Ore 13.07, GMT +00.00
Starbucks Coffee, near Westminster Bridge
Una mezz’ora di relax per ricaricare le pile, ovviamente da Starbucks.
Ambiente rilassante, musica jazz di sottofondo, foglio, penna e cappuccino fumante a fare da carburante al costante flusso di pensieri.

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16 febbraio 2011

Il Duende è tornato, lunga vita al Duende!

sottofondo: Rhapsody of Fire – ACT V: Neve Rosso Sangue

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DUENDE: Ebbene ecco ci qui ancora, mio caro.
IO: Caro mio Duende… da quanto non sentivo più la tua voce.
DUENDE: Eh sì, è un bel pezzo.
IO: Temevo di averti perduto per sempre.
DUENDE: È impossibile, siamo fatti l’uno per l’altro; il legame che ci unisce non può essere spezzato da qualche esame per duri che possano essere.
IO: Hai proprio ragione, caro il mio folletto.
DUENDE: Be’, cos’aspetti? Al lavoro!

Devo proprio ammetterlo, ritrovare il folletto bastardo non è stato facile, affatto. Mi ero illuso che una volta finito con gli esami avrei ripreso a scrivere come un treno… quanto mi sbagliavo: non si possono accantonare un mese e mezzo di studio matto e disperatissimo in un baleno e avere la presunzione che la mente si svuoti a tal punto da permetterti di sederti davanti ad un computer e cominciare subito a lavorare. Per svuotare completamente il cervello ci è voluta quasi una settimana di cazzeggio totale, senza contare le due parti di diario finora pubblicate che mi hanno aiutato (seppur poco) a riprendere un po’ di dimestichezza con l’idea di scrivere.

Il giorno non è stato oggi, no, ma ieri e più precisamente in treno mentre leggevo il mio amato Dracula. Me ne stavo seduto su quelle orribili e maleodoranti poltrone che fanno da squallido arredamento ai fetidi vagoni dei treni regionali quando, preso da una scintilla di ispirazione, mollai il libro e, tirati fuori penna e quaderno dalla borsa, cominciai a scrivere quel nuovo racconto la cui traccia avevo in testa già da un mesetto.

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Quindi eccomi qui, con quaderno, penna, pc, monster e iTunes acceso, pronto a dar vita ad un nuovo racconto.

A presto ;-)

 

E.

14 febbraio 2011

Passi di libri, passi di vita - Arancia Meccanica

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Eh sì, oggi tocca a lui. Un libro che ho letto da poco e che è subito entrato a far parte della mia biblioteca essenziale.
Oggi parliamo un po’ di Arancia Meccanica (A Clockwork Orange) di Anthony Burgess.
Devo ammettere che cominciai a leggerlo in un periodo in cui ero preso malissimo dal film, e come dimenticarlo quel capolavoro, e che mi aspettavo una storia simile a quella portata sul grande schermo da Stanley Kubrick ma scritta comunque in un linguaggio normale… invece no, se il modo di parlare di Alex, personaggio della vicenda, vi ha divertito mentre visionavate la pellicola tranquillizzatevi: il libro è scritto praticamente nello stile, pieno di termini goliardici e che rispecchiano, in generale, il lessico di ogni giovane generazione che si affaccia sul mondo; anche se devo dire che in questi tempi sconcertanti per quanto riguarda la gioventù, un linguaggio del genere non farebbe che bene in quanto possiamo facilmente estrarne una grande cultura e conoscenza di termini appartenenti a lingue straniere che non devono per forza essere solo l’inglese.
Bon basta, magari questo discorso lo porterò avanti in un altro post.
Il passo che vorrei proporvi del libro è, ovviamente l’inizio, così che voi possiate verificare facilmente di come il linguaggio usato nel film non si discosti molto da quello con cui è stato scritto il romanzo. Ma bado alle ciance, e lasciamo la parola ad Alex:

« -Allora che si fa, eh?
   C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com’erano questi sosti, con le cose cha cambiano allampo oggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge. Non avevano la licenza per i liquori, ma non c’era ancora una legge contro l’aggiunta l’aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, così lo potevi glutare con la sistemesc o la drenacrom o il vellocet o un paio d’altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare lo Zio e Tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiano dappertutto dentro il planetario.»

Avevo ragione o no?! Non sembra di vedere il film?
Comunque, se inizialmente non capirete niente di ciò che v’è scritto non preoccupatevi, ho notato che al primo capitolo si fa un po’ di fatica ad entrare nell’universo linguistico propostoci, al secondo si comincia effettivamente a capire ciò che abbiamo davanti agli occhi e poi, al terzo, tutto è molto più semplice perché si comincia a parlare come il caro e buon vecchio Alex.
Ah, e se proprio non bastasse quello che ho scritto per farvi uscire di casa e andare a comprarlo senza neanche finire di leggere questo post, posso dirvi che l’edizione in mio possesso (Einaudi, Torino, 2010) contiene anche un’intervista al regista Stanley Kubrick (riposa in pace, Maestro) e una testimonianza di Anthony Burgess.

Bene, penso di non avere altro da dire.
A presto, miei cari drughi…

 

E.

13 febbraio 2011

Donne, sono con voi!

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Oggi è il giorno in cui centinaia di migliaia (per non dire milioni) di donne sono scese in piazza per difendere i propri diritti, mostrarsi forti e difendere la propria immagine; immagine che ogni giorno viene letteralmente sputtanata da puttane e puttanelle varie capaci solo di aprire le proprie luride gambe al primo che gli promette la tanta agognata fama e di siliconarsi le labbra solo per poter far meglio un pompino all’anzianotto stempiato e panzone di turno, ma che dalla sua parte ha il fatto di essere pieno di soldi.
Visto che per fare un nuovo post non vorrei rischiare di ripetermi, vi ripubblico un mio vecchio articolo che scrissi qualche mese fa per Mr. E.

Inutile dire che questa mia sorta di orazione è dedicata a Noemi Letizia e a tutte coloro che rientrano nelle categoria sotto citate.

Per tutte le altre: avete la mia più sincera stima.

Noemi un anno dopo - Nonleggerlo

Siamo il paese...
in cui una donna, per essere sotto i riflettori e avere un futuro assicurato, deve far vedere le tette e fottersi qualcuno di importante;
in cui una donna, anche se ha solo 19 anni, ricorre alla chirurgia estetica per sentirsi bella e grande, ma non sa che il cervello non si può pompare con il silicone;
in cui "ma sì, in culo la scuola, meglio una donna bella e stupida ad una affascinante ma scomodamente intelligente";
in cui si vuole sapere tutto sulla lei che si è fatta e rifatta il lui;
in cui il senso della decenza è andato allegramente a puttane;
in cui una donna può distruggere con due parole in croce tutto il lavoro fatto da coloro che si sono battute per la parità dei sessi... in culo alle pari opportunità, insomma;
in cui una ex igienista dentale, e non solo di quello, dice che le vere armi della donna sono la bellezza e la sensualità;
in cui se la donna vuole lavorare prima le si chiede se ha intenzione di sposarsi e avere figli;
in cui è anche colpa di noi uomini... che accettiamo che le cose rimangano così.

Grazie a tutte voi... mi fate schifo...

 

E.

Ringrazio Wil (Non Leggere Questo Blog) per la foto.

Novecento

sottofondo: Ennio Morricone – The Legend of the Pianist On the Ocean

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Mirando.
Vagando.
Sognando.
Sperando.

Oh tu, suonatore di piano,
due mani per braccio,
nere escrescenze
e bianche fondamenta
sulla tua nave di legno e ferro.

Soave melodia fumosa,
richiami jazz nel mentre,
cascate di note
e ondate di arpeggi.

Quella è la tua nave,
il timone il pianoforte,
l’albero maestro il tuo corpo,
le dita i marinai,
i tasti le mille cime,
i piedi i rematori,
i pedali lunghi e legnosi remi.
La melodia è una scarica di cannoni,
dritta nel cuore dell’auditore,
breccia nell’anima dello spettatore,
specchio di vita
e ricordo di meraviglioso benessere.

Ormeggiamo, maestro,
la realtà ci attende,
non più onde né burrasche,
ma un breve anonimato
prima di ricominciare a farli sognare.

No, i miei sogni sono qui,
la mia casa è la mia prigione,
le speranze altrui il mio cibo,
le storie altrui la mia vita,
le lacrime delle donne nei miei occhi,
gli applausi scroscianti il mio battito.
Navigando mi nutro
e il mare ondeggia in me
facendo risuonare la voce sulla nave
quali marinai son le mie dita,
il mio corpo l’albero maestro
e i tasti le mille cime.

Quando morirò la nave mi seguirà,
e quando lei affonderà
io la seguirò negli abissi,
ma la mia musica
continuerà a navigare in voi
con me al costante comando,
continuando a farvi ricordare la mia prigione,
la mia anima,
la mia speranza,
la mia solitudine.

E la mia musica…
continuerà a farvi sognare...

Danny Boodman T.D.Lemon Novecento

 

 

Vorrei ringraziare Alessandro Baricco e Giuseppe Tornatore, il primo per aver scritto il fantastico Novecento, testo che mi ha profondamente colpito e che mi ha fatto emozionare come pochi sono riusciti, e il secondo per averlo portato sullo schermo creando una pellicola che mi ha fatto letteralmente sognare.

 

E.

11 febbraio 2011

Diario di Londra, giorno II

27/01/2011
Ore 08.01, GMT +00.00

Ed eccoci qua, svegli, pimpanti, in attesa della colazione e pronti ad affrontare una nuova giornata in quel di Londra.
See you!

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27/01/2011
Ore 12.30, GMT +00.00
Regent’s Park

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Pace,
natura,
acqua che scorre,
ricordi di giovinezza.

Tra gli alberi,
secolari abitanti del parco,
l’infante sepolto in me,
riaffiora in un tripudio di gioia

e passioni ormai dimenticate.
Ah, come sarebbe pacifico il mondo
se solo ogni uomo
si sentisse pacifico come mi sento,
seduto e contemplante,
io ora.

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10 febbraio 2011

Diario di Londra, giorno I

26/01/2011
Ore 10.04, GMT +00.00

Diario e aereo, con Bohemian Rhapsody a fare da sottofondo, almeno per il momento, al mio ritorno a Londra.
La fida Pilot mi accompagna nella scrittura… il volo concilia.
Non sono ancora in Inghilterra, ma ho regolato lo stesso l’orologio, forse è semplicemente l’ardente desiderio di ritrovarmi a rimirare quella splendida città che mi fa essere così previdente ed accorto verso i piccoli dettaglio. E metà viaggio se n’è appena andata.
Questo diario, a cui mi sto apprestando a dare un degno inizio, era diventato una vera ossessione. Penso che la grande voglia di trovarmi a Londra dipendesse anche da lui, da queste bianche pagine che pian piano, lettera dopo lettera, vado a riempire.

Ma sì dai, parliamo un po’ del pre-partenza. La sveglia ha suonato alle 4.30 di questa mattina, ma l’eccitazione non ha dato spazio alcuno alla stanchezza. Poco più di un’ora dopo eravamo già in partenza per raggiungere l’aeroporto di Bergamo, luogo di congiungimento con il resto della comitiva: Giovanni, Giorgia, Anna, Alex e Ilaria. Devo dire che si è creato subito un ottimo feeling tra tutti i compagni di viaggio.

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8 febbraio 2011

Primo premio per il blog… e un grazie a tutti voi

Questi sono decisamente i post più difficili da scrivere. Certo, quando l’ispirazione ti prende e devi scrivere una poesia o un racconto o semplicemente un post in cui esprimere i tuoi pensieri è semplice, ma nulla è più difficile che scrivere un post in cui devi parlare di un premio ricevuto.

Ebbene sì, il blog ha ricevuto il suo primo premio: il Kreative Blogger Award; e di questo devo ringraziare la mia cara amica Giulia, creatrice del blog L’Odorosa Pantera.

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Che dire, non so come esprimere la mia felicità per aver ricevuto questo premio, ma sono anche sicuro che, al di là delle medaglie, la vera forza del blog siete voi, miei fedeli lettori, che in pochi mesi vi siete moltiplicati a dismisura (almeno per quelle che erano le mie iniziali mire per questo sito).
Bon… sembra che la parte difficile del post sia finita. Adesso inizia la parte divertente e che, sono sicuro, scorrerà liscia come l’olio.
Le condizioni per ricevere effettivamente il premio sono: scrivere 10 cose su di me e assegnare il premio ad altri 10 blog che secondo me ne sono meritevoli.

 

10 Facts about Emanuele

  1. Amo leggere, soprattutto d’estate mentre sono immerso in un bagno di acqua fredda che mi fa dimenticare almeno per un paio d’ore la torrida calura giornaliera;
  2. Amo il freddo e i paesi freddi, come caldo amo solo quello che si prova entrando in casa dopo una passeggiata condita di aria gelata. Questo mio amore per il freddo deriva anche dal fatto che d’estate, condizionatore o non, non riesco a dormire molto;
  3. Sono friulano e fiero di esserlo (pur non sapendone parlare la lingua), ma allo stesso tempo mi trovo bene viaggiando e abituandomi ai vari usi e costumi che incontro;
  4. Vorrei vivere all’estero: le mie città favorite a questo scopo sono Budapest e Londra;
  5. Qui mi ricollego al punto 5: amo la città di Budapest, questo perché ci ho vissuto 3 anni quando ero piccolo e sono stati senza dubbio i migliori anni della mia infanzia;
  6. Mi trovo a mio agio a tavola, ma non solo da semplice divoratore di pietanze, ma anche da cuoco. Mi piace infatti spadellare di tanto in tanto, anche per non farmi prendere dal panico quando sono solo in casa e mi devo far da mangiare (in queste occasioni so tranquillamente farmi dei pasti più che decenti). Quando mi trovo a cucinare non faccio mai la spesa, mi arrangio con ciò che ho in frigo (da questi momenti derivano i miei panini senape, formaggio e cetriolini in agrodolce… una vera chicca);
  7. Una cosa che adoro profondamente è sedermi alla scrivania e scrivere fumandomi una buona sigaretta… è inutile, il fumo aiuta a pensare;
  8. Un’altra cosa che mi aiuta a pensare è senz’altro un buon tè… anche se scrivere preso dai fasti dell’eccitazione derivati dalla bevuta di una buona Monster non ha prezzo (devo riprovare l’esperienza con la Dr Pepper);
  9. La disposizione della mia scrivania, frutto di anni di studi, è composta da due parti: la parte studio, piena di libri e materiale dell’università, e poi l’angolo cazzeggio, la cui opera massima è l’altare dello svacco (magari nei prossimi giorni ve ne proporrò una foto);
  10. Ed eccoci all’ultimo punto: mi infiammo facilmente… penso di vivere in un costante stato di nervi tesi come la più tirata delle corde di violino. Proprio per questo spesso dico cose che non dovrei neanche pensare, pentendomene amaramente solo dopo.

 

I 10 blog che intendo premiare

  1. Lola’s Travels: il blog della mia fidanzata, che mette in evidenza senz’altro il suo incredibile talento, ma che forse sarebbe bene aggiornare un po’ più spesso :-)
  2. cose da libri: blog della mia cara amica Anna con cui, dai commenti che lascio, nasce sempre un’amabile scambio di mail;
  3. La mia pioggia in un giorno d’estate: scrittura e lettura come passioni massime, questa è Veronica, mia compagna di università e che si è rivelato una fantastica persona;
  4. L’Odorosa Pantera: la mia cara amica Giulia vi farà emozionare con le sue poesie e i suoi pensieri. Un blog che è più una sorta di diario personale e che non mancherà di emozionarvi;
  5. La Quadratura del Cerchio: fotografia e scrittura, queste le specialità del mio caro Mirko. Chissà, potrebbe diventare il moderno William Blake per quanto concerne l’unione tra scritto e immagini;
  6. il linkazzo del skritore: ebbene sì, Zio Scriba è il massimo sia come scrittore che come fan;
  7. Come quando fuori piove: blog scoperto da poco ma che non manca di farmi emozionare e divertire. Leggendo i vari articoli, e grazie alla buonissima grafica, vi sembrerà di sfogliare un diario cartaceo;
  8. RECENSIONI METAL: blogger da poco, ma caro amico e ottimo recensore di cd metal;
  9. A Blob of Color: colori e pittura, questo è il mondo di Cristina. Lo seguo da poco ma ne apprezzo molto sia struttura che contenuti;
  10. Una finestra di fronte: che dire, amo la cucina!

 

Bene, penso di aver finito. Ancora grazie a tutti e… beh, continuiamo pure questa fantastica avventura che è il blog.

 

 

E.

7 febbraio 2011

Pippe mentali del novello scrittore

sottofondo: Eddie Vedder – Hard Sun

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A volte, mentre sono impegnato nella scrittura, mi chiedo cosa voglio in realtà trasmettere ai pochi ma buoni lettori ai quali sottopongo le mie creazioni. Fin qui tutto bene… è pienamente legittimo e non può destare alcun dubbio.
Però, come per incanto, arrivano le domande che mi arrovellano il gulliver già impegnato nella stesura di una storia che possa apparire per lo meno decente, ed è proprio in questi momenti che le mie dita si fermano e il cervello corre avanti e indietro ponendosi mille problemi e perdendosi in mille pippe mentali quali, fra le più gettonate, “piacerà?” o “forse non è un po’ troppo?” oppure ancora “non è che adesso mi prendono per un esaltato?”. Poi finisce tutto, e il piacere per la scrittura prende il sopravvento rendendo futili tutti questi dubbi.

Provate a pensarci: non vi è mai capitato di pensare, mentre siete lì ormai da ore a trascrivere quella trama che faticosamente avete elaborato nella vostra testa, se quello che state scrivendo sia o no lo specchio di voi stessi?
Vi siete mai chiesti se mentre scrivete vi sentite qualcun’altro?
Vi siete mai chiesti se lo scritto che volete proporre al vostro pubblico rispecchi anche solo in minima parte l’umiltà che sentite dentro di voi?

Quello che posso dire è che non scrivo per farvi pensare ad argomenti elevati (non ho di certo questa pretesa) o per mettermi in mostra ed erigermi a guida spirituale della nuova generazione di intellettuali (cosa che odio in un blogger), ma per divertire prima di tutto me stesso; per buttare giù anche solo il più sintetico degli incipit di quelle storie che ho sempre voluto e che non ho mai avuto la possibilità di leggere o di vedere (perché non le ho ancora scoperte o perché non sono mai state prese in considerazione da altri autori o registi).
Certo è che, però, il fatto di scrivere una storia (per corta che sia), pubblicarla e vedere che la gente la apprezza… beh… ti fa sentire bene, portando via anche solo per un momento i sentimenti di inutilità che qualche volta ci assaltano. Anche solo un buon commento può cambiarti la giornata (se poi l’apprezzamento arriva dai tuoi amici, non può non essere il massimo).
Vedere che il lavoro in cui metti tutto te stesso e nel quale cerchi di essere il più sincero possibile è la più grande gratificazione che si possa ricevere.

Quindi, il mio invito è: siate il più sinceri possibile con me, se vi fa schifo ciò che scrivo ditemelo pure, sono qui anche per incassare le critiche (troppo facile che tutto vada bene al primo colpo) e magari, se la critica è buona, migliorare grazie a essa.
Bon, ho finito.

Voto all’inutilità di questo post: 10+

 

E.

6 febbraio 2011

Proiezione antica

sottofondo: Inglorious Basterds Soundtrack – One Silver Dollar

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Buia la sala,
si apre il sipario…

Proiezionista! Accendi le tue macchine!

Luce bianca, accecante,
sinfonia in sottofondo,
immagini bicolori regnano…
nessun colore per questa proiezione.

Fotogrammi di desideri,
prospettive di saggezza,
pellicole di vita.

Sala semivuota,
rosse poltrone comode
e pareti di porpora rivestite.

Io e pochi altri,
unici spettatori in sala,
catturati dalla magia
e dalla nostalgia
per quel passato così dolce,
così armonioso,
così luminoso,
e così ricco di emozioni.

Amanti del passato,
consci della sua irresistibile beltà,
della sua nascosta agonia,
del suo essere tutt'ora attuale,
del suo insano conservatorismo,
del fatto che mai tornerà di nuovo;
consci che dal passato poco è cambiato
e che l’uomo,
stupido e privo di coscienza,
non lo erige,
nonostante la sua grandezza,
a suo unico e assoluto maestro.

Si accendono le luci,
sala vuota,
rosse poltrone comode
e pareti di porpora rivestite.

Io,
unico spettatore in sala,
a mirare, oltre lo schermo,
la mia proiezione antica;
consapevole del fatto
che per nulla al mondo la perderei.

 

 

E.

1 febbraio 2011

Passi di libri, passi di vita - Dracula

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Ogni volta che mi chiedono quale sia il mio libro preferito in assoluto, la risposta è una sola: Dracula di Bram Stoker.
La prima volta che tentai di leggerlo ero in quinta elementare. Lo mollai al capitolo 4, tanta era la paura che mi incutevano anche solo le prime pagine pregne di descrizione oscure e traspiranti del terrore di Jonathan Harker nel vivere nel castello del Conte. Non ne volevo più sapere, devo essere sincero, non riuscivo più ad affrontarlo; mettete di vedere un bambino di dieci anni che trema di paura leggendo un libro.
Come se non bastasse, lo stesso anno tentai persino di vedere il film di Francis Ford Coppola, ma anche con quello provai un terrore tale da convincermi di non volerne più sentir parlare per qualche anno.
Riprovai a leggerlo un anno dopo… e a quel punto fu amore. Non so cosa cambiò in me, so solo che il terrore che avevo provato la prima volta si era trasformato in piacere assoluto dei sensi e che il mio andare avanti con la storia aumentava sempre più in me la curiosità di scoprire pian piano lo svolgersi degli eventi descritti. Era fatta… avevo trovato il libro della mia vita.
Da quel giorno ho letto il mio amato Dracula la bellezza di 13 volte se non erro. E credo che sarebbe anche ora di passare alla XIV.

Bene, il frammento che voglio proporvi è estratto dal capitolo 3: ci troviamo in Transilvania e Jonathan Harker si trova già nel castello del Conte vampiro. Ed è poco prima di questa piccola parte che Jonathan comincia a notare alcune cose strane a proposito del ricco gentiluomo che lo sta ospitando. Posso anche aggiungere che questa parte è anche una delle scene più famose della letteratura gotica e dell’orrore in generale:

«Mentre mi sporgevo dalla finestra, il mio sguardo è stato attratto da qualcosa che si muoveva un piano sotto al mio e verso sinistra, là dove pensavo che, stando alla disposizione delle stanze, si dovessero trovare le finestre di quella del Conte. La finestra alla quale mi affacciavo era alta e profonda, con il davanzale di pietra che, per quanto logorato dal tempo, era ancora intero; da lungo tempo però mancavano gli infissi. Tenendomi al riparo dello stipite, ho guardato con maggior attenzione.
   Quella che avevo scorto era la testa del Conte che si sporgeva dalla finestra. Non ne vedevo il volto, ma lo riconoscevo dal collo e dal movimento di spalle e braccia. E comunque, non avrei potuto sbagliarmi sulle mani che avevo avuto tante occasioni di studiare. Dapprima ne sono stato interessato e alquanto divertito, poiché è straordinario come un prigioniero possa distrarsi con un nonnulla. Ma questa mia prima impressione si è tramutata in ripugnanza e in terrore, allorché ho visto l’uomo tutto quanto uscire lentamente dalla finestra, e prendere a strisciare giù per il muro del castello, al di sopra dello spaventevole abisso; a faccia in giù, il mantello aperto a guisa di due grandi ali.»

Mi è bastato aprire il libro per farmi venire voglia di leggerlo un’altra volta. Sì, ormai è deciso… lo ricomincerò appena mi stenderò a letto.
Ah, quanti ricordi e quante disavventure ho passato insieme a questo libro, quanti bei momenti passati a sfogliarlo e risfogliarlo, quante volte ho assaporato gli eleganti periodi di cui è composto sussurrandone a fior di labbra ogni singola parola; quante volte dopo aver spento la luce per andare a dormire sentivo le voci delle tre mogli vampire invitarmi a prendere parte ad un’orgia con un tragico e sanguinoso finale; quante volte, sempre al buio, mi è parso di intravedere l’ombra del Conte aggirarsi per la mia stanza alla ricerca anche solo di una goccia di sangue. Sono certo che anche questa volta proverò le stesse identiche emozioni.

E anche stanotte, prima di posare questo amato volume sul comodino, ne accarezzerò lievemente la copertina, ammirandone la figura stampataci sopra, e gli darò la buonanotte sussurrando queste semplici parole:

«Denn die Toten reiten schnell»

(trad. «Poiché i morti cavalcano lesti»)

 

E.