24 dicembre 2011

Per un buon Natale…

Ci toccano gli auguri, ma prima lasciatemi dire una cosa alle persone credenti.

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Questa notte volete veramente pregare in onore di Gesù? Fatelo a casa vostra in compagnia dei vostri cari e delle persone a cui più tenete.
Provate a seguire qualche mio piccolo consiglio.

Non mettete piede in luoghi costruiti sul sangue di mille e mille e mille innocenti bruciati vivi perché considerati eretici e coi soldi della povera gente.
Non ascoltate le parole di uomini che pretendono di predicare la povertà indossando abiti riccamente addobbati e ricamati.
Boicottate il Vaticano. Si regge solo grazie ai vostri soldi e al potere di cui lo investite. Non permettetegli di controllarvi, di bloccare il vostro metro di giudizio, di manovrarvi la vita.
Non date alla Chiesa, istituzione criminale il cui intento è solo quello di arricchirsi sulle vostre spalle, questa soddisfazione.
Loro non sono dio e di certo non andrete all'inferno per aver rifiutato di piegarvi al loro volere. Cominciate a mostrargli che il benessere della vostra anima non è loro prerogativa. Cominciate a dire no a tutte le discriminazioni che portano avanti da secoli e secoli.

Detto questo, auguro a tutti coloro che credono un Buon Natale.
Per tutti gli altri... buone feste!

 

E.

22 dicembre 2011

Solo io, e la Lettera 25


Non ci credo. Sei giorni dall'ultima annotazione sono davvero troppi.
Finalmente un po' di tempo da dedicare alla mia cara MOLESKINE. Il mio diario di scrittura, lo scrigno dei miei pensieri.
È incredibile come nel giro di un paio di settimane la scrittura del romanzo abbia risucchiato ogni mio pensiero concentrandolo su di essa. Secondo lei non ho una decina di racconti vecchi da correggere, non ne ho uno da pubblicare sul blog e, soprattutto, non esiste quel foglio scritto a mano in cui riposa, ormai da una settimana, un incipit (che a mio parere è ottimo) per un altro racconto.
Niente.
Non deve esistere altro. Neanche il blog.
Ogni tanto riesco a ribellarmi a quella pila di fogli che giorno dopo giorno diventa sempre più alta, ma mi accorgo fin da subito che ogni mio pensiero è rivolto alla Lettera 25 e alla crazione di un mondo tutto mio.

...

Ecco.
I pensieri verso il romanzo sono tornati con la loro imbattibile forza, sicuri che non oserò oppormi alla loro invasione.
Niente barriere.
Niente rifugi.
Niente scuse.
Niente rimorsi.
Solo io, e la Lettera 25.
Che il blog abbia pietà di me. E anche voi (che vi sto trascurando un po' troppo).



E.

P.S.: devo finalmente decidermi a stilare, sul quaderno MOLESKINE, la lista dei personaggi. Così da non dover aprire ogni volta il taccuino e perdere così tempo prezioso a cercare le annotazioni che li riguardano tra decine e decine di apgine fitte di scrittura. Sarebbe una buona idea.



MOL1, p. 74-77

20 dicembre 2011

Lettera a Dio



Caro Dio (o come diavolo vuoi essere chiamato),
come butta?
So benissimo che è un po' di tempo che non mi rivolgo a te. Ricordo ancora l'ultima volta: è stata più di 7 anni fa, quando ti maledissi per aver permesso che mio fratello finisse sotto un treno che gli avrebbe amputato di netto il braccio sinistro e metà gamba sinistra.
So benissimo di non essere stato credente in questo periodo di tempo, o meglio, di essermi riservato il lusso del dubbio. Esiste un dio o non esiste? Di certo non sarò io a trovare una risposta alla domanda che più ha assillato l'uomo nella sua millenaria storia.

Oggi ho deciso di rivolgermi a te non per capriccio o per egoistico interesse personale, ma per chiederti una semplice cosa: fai sparire dalla faccia della Terra il fondamentalismo religioso. Guarda, te lo chiedo con tutto me stesso.
Non ne posso più di vedere un mondo governato da gente che crede in un serpente parlante, o che Noè sia riuscito a ripopolare il mondo trasportando in un arca una coppia per ogni animale.
Non ne posso più di leggere di guerre scatenate dall'odio religioso, di discriminazioni fatte in tuo nome, di persone che hanno la presunzione di assoggettare le menti degli uomini in tuo nome.
Sono profondamente convinto che tu tutto questo non lo volevi, quindi, te lo chiedo col cuore: per una volta occupati di persona della faccenda.

Ok... ciao.

Emanuele

P.S.: Un piccolo suggerimento. Per assicurarti sul fatto che quei porci retrogradi siano attaccati alla fede invece che al potere e al denaro, prova a mandarci un Gesù omosessuale. Così staremo a vedere...


E.

18 dicembre 2011

Un traguardo a lungo atteso

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«Contate le vostre pagine, ragazzi, contate... anche i romanzieri lo fanno. Bisogna vederli, quando raggiungono la pagina 100! È il capo di Horn del romanziere, la pagina cento! Arrivato lì, stappa una piccola bottiglia interiore, con discreti salti di gioia, sbuffando come un cavallo da soma, e poi via, si rituffa nel calamaio per affrontare la pagina 101. (Un cavallo da soma che si tuffa in un calamaio, grande immagine!)»1

 

Loro stappano una bottiglia mentale. Io ho appena stappato una bottiglia reale di brandy.
24 anni che aspetto questo momento. E solo negli ultimi due ci ho creduto fino in fondo.

Salute, ragazzi. Cheers!

 

E.


1. Daniel Pennac, Come un romanzo, Giacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2009, p. 98

16 dicembre 2011

Un giro alla Feltrinelli di Verona

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Per tutti gli accaniti lettori di Verona e provincia ormai non è più un mistero: il marchio Feltrinelli è tornato in città. E lo ha fatto decisamente in grande. Non tanto per quanto riguarda lo spazio totale della libreria, su due piani e con una superficie totale di 1500 metri quadrati circa, ma per la magnificenza che si respira al suo interno. Pochi passi al suo interno e ti rendi conto che il libro è l’invenzione migliore che l’uomo abbia potuto creare nella sua millenaria storia (e come darmi torto). Un po’ come capita nelle poche e piccole librerie tradizionali che ancora ci restano, ma in quei luoghi tale sensazione è ancora più forte.
Erano ormai una decina di anni, da quando chiuse il negozio di dischi Ricordi, che il marchio non puntava più su quella che, ora come ora, sta diventando sempre di più una delle città più importanti dell’intero Veneto. Come potevo io, amante della carta stampata, non recarmi nella loro nuova libreria? Diamo un’occhiata al suo interno.

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Questa è una veduta parziale del piano terra, dove potremo trovare le novità, le offerte e molti libri in lingua straniera. Insieme ad agende e un vero e proprio bar.

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Primo piano, sala di narrativa fantastica. Qui potrete trovare gialli, horror, fantasy, thriller e chi più ne ha più ne metta. Peccato però che anche qui io non sia riuscito a trovare On Writing di Stephen King, libro che cerco ormai da un paio di anni e che sembra non si stampi più.

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Secondo piano, sala di hobbistica, turismo, cinema, arte e musica. Questa sezione non è di mio particolare interesse, ma merita comunque tutta l’attenzione del mondo. E devo dire che ci ho già trovato qualche chicca da comprare assolutamente.

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Secondo piano, sala di religioni, psicologia, filosofia e scienze umane varie. Devo ripromettermi di dargli un’occhiata più approfondita.

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Secondo piano, sala di lettura. Questa sala è stata una sorta di sorpresa per me. Non avevo mai visto una cosa del genere in una libreria facente parte di una grande catena come la Feltrinelli. Sarebbe bello provare ad andarci a studiare.
Come ultime istantanee vorrei proporvi quelle scattate nel reparto musica, film e videogame.

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Vi dico subito che ho tralasciato le sale dedicate alla musica classica e alla lettura per ragazzi, ma forse potranno essere argomenti per qualche altro post :)


Bene, penso di aver finito con questa sorta di reportage. Se non ci sentiamo prima vi auguro un buon fine settimana e vi lascio con la citazione che compare sul nuovo libro di Umberto Eco, Costruire il nemico e altri scritti occasionali.

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Parole sante e tristemente vere.

 

E.

12 dicembre 2011

Untitled’s Fragments pt.2

Altri due brevi estratti dalla prima stesura della trama in lavorazione in questo periodo.

pulp

«Come da programma, pensò. Niente di nuovo. Di solito era proprio quando si trovava in cesso che gli venivano le idee migliori. Una volta, mentre stava cagando, riuscì a tessere l’intera trama per un racconto che, solo un paio di giorni dopo, avrebbe contato trenta pagine di lunghezza.
Per molte persone un cesso è questo: una fonte d’ispirazione.»

«Il grasso irlandese deteneva la legge all’interno del suo locale, e sembrava proprio che i quattro sicari italiani lì presenti, tre morti e uno agonizzante, avessero compreso il suo straordinario potere solo durante lo scontro a fuoco appena terminato.
Per i quattro picciotti gli ordini erano stati semplici: strappare il BeerALot dalle grinfie di Joseph, e se qualche irlandese figlio di puttana si fosse ribellato alla transizione allora avrebbe mangiato la polvere per sempre. Peccato che don Spinelli, il loro boss, non avesse considerato l’estrema fedeltà che ogni cliente dimostrava verso Joseph»

 

E.

8 dicembre 2011

Lettera 25 pt.2

Ormai tutti avrete saputo del nuovo arrivo: una fantastica Olivetti Lettera 25 (link all’annuncio).

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Ho voluto aspettare qualche giorno prima di scrivere la seconda parte del post a lei dedicato, per avere modo di provarla per bene e avere qualcosa da dire a proposito.
Che dire, sembra magia. Sembra che la mia cara macchina da scrivere sia in possesso di un qualcosa che riesce a tenermici incollato per ore e ore, senza sentire stanchezza né niente. Solo voglia di scrivere, di passare alla pagina successiva. In questi giorni mi sono trovato a passare dalla prima alla decima pagina senza accorgermene, battendo di gran lunga quelli che erano i miei vecchi record di scrittura al computer; una sorta di conto delle pagine scritte in base al tempo, un piccolo esercizio che tengo a mente proprio per esercitarmi affinché la scrittura sia il più fluida possibile.
Il riempimento della pagina è un po’ più lento, certo, ma forse è meglio così. Si riesce a pensare meglio a ciò che si sta scrivendo, prendendo l’atto della scrittura in sé come un’onda fluida che con lentezza continua e continua nel suo incessante scorrere.

E poi, che dire a proposito della musica prodotta quando si battono i tasti. Molti lo definiscono un semplice rumore, quasi fastidioso. Per me è musica, sembra quasi che le dita diano il ritmo alla scrittura, accelerando e rallentando a seconda dell’evento o del personaggio descritto.
Per carità, non ho niente contro i laptop, strumenti che considero molto utili e che hanno risolto molti problemi agli scrittori rendendo il loro lavoro più immediato. Ma per come la vedo io la vecchia macchina da scrivere conserva ancora quel fascino del passato quasi cancellato con prepotenza dal presente. Niente margini e a capo automatici, niente rientri prestabiliti… sta tutto nelle mani dello scrittore. Egli deve anche preoccuparsi di costruirsela la pagina, scegliendo mano a mano il formato da lui preferito e con il quale si trova meglio a scrivere. Tutte cose che con un laptop si settano in pochi secondi.

Niente correzione automatica. Niente sottolineature rosse che compaiono automaticamente quando si compie un errore. Non sto qui a dirvi le varie bestemmie tirate contro il dio più vicino quando commettevo i primi errori di battitura scrivendo a macchina… ora me ne sono quasi abituato.
Niente cambio di pagina automatico. Le prime volte il fatto di dover star lì a estrarre il foglio scritto e metterne uno nuovo al suo posto può essere una grande seccatura, ma dopo un po’ di pagine scritte vi assicuro che l’operazione avverrà come in automatico.
La scrittura forse è anche questo… il controllo assoluto sulla pagina che si sta pian piano riempiendo, il battito semi-costante delle lettere che mano a mano vanno a formare una parola, una frase, una riga…

Forse sta proprio nella lentezza il fascino delle macchine da scrivere.
Forse è proprio di quel briciole di lentezza in più che avevo bisogno.
Chissà…

 

E.

6 dicembre 2011

Un ebook natalizio a favore di Wikipedia



Oggi voglio segnalarvi l'ottima iniziativa partita dalla mente di Carolina del blog Sotto i fiori di lillà.
L'idea è quella di pubblicare un ebook con racconti di Natale, per donare poi i proventi della vendita a Wikipedia, che in questi ultimi tempi non sembra passarsela proprio bene.

Qui il link alle istruzioni.
Io partecipo, e voi?
Buon divertimento!


E.

5 dicembre 2011

Lettera 25 pt.1

 

Ed ecco la mia nuova bambina…

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Oggi non riesco a dire altro. Sono troppo felice.
Domani la seconda parte del post.

 

E.

3 dicembre 2011

Citando Forrester…

macchinascrivere

Vi dirò, oggi non ho la minima idea di cosa potrà venir fuori da questo post.
Posso solo dire che sono andato fuori, mi sono fumato una sigaretta e poi mi sono seduto davanti al computer e ho selezionato la colonna sonora di Devil’s Reject per conciliare. Un secondo dopo ho cominciato a battere i tasti della tastiera.
In fondo il segreto sembra essere proprio questo, no? Sedersi davanti al computer e cominciare a scrivere. Così, come se niente fosse.
Ormai mi sono dato una specie di regola: scrivere qualcosa ogni giorno. Non importa che si tratti del progetto che sto portando avanti o di pensieri che ruzzolano per le mie sinapsi come mille criceti intenti a far girare all’infinito la loro ruota. Solo scrivere. Sia che si tratti di carta e penna, sia che si tratti di computer.
In fondo il segreto sembra essere proprio questo, no? Mantenere dita, mani e mente in esercizio. Solo così si può arrivare al punto senza tanti fronzoli. Tuttavia per questo post non vale. Possiamo considerarlo come un altro dei miei innumerevoli esercizi. Uno di quei momenti che come se niente fosse mi portano a riempire pagine su pagine della mia Moleskine.
C’è da dire una cosa: lo studio non aiuta. Ma chissenefrega, io mi sforzo lo stesso. Anche se, a dir la verità, ieri ho studiato così tanto che lo scrivere era tra i miei ultimi pensieri.
Poco male, si può sempre recuperare. D’altro canto ho studiato come un cane per avere il fine settimana libero, o quasi. Oggi ho studiato le ultime 8 pagine della settimana. Alla fine di esse non riuscivo a credere di poter avere un giorno di pausa.

Domani.
Domenica.
Divano.

Tutte parole che iniziano con la lettera D. Per i prossimi fine settimana cercherò di ricordarmele molto bene. Una sorta di legge delle 3 D. Un po’ come la legge delle 3 C del buon programmatore che avevo stilato quando ancora studiavo ad Informatica: Cibo, Cochetta, Cristina d’Avena.
Sembrerà strano, ma le canzoni dei cartoni della mia infanzia riuscivano a rilassarmi in un modo incredibile. Forse solo Into the Wild di Eddie Vedder riesce nello stesso intento e forse in minor tempo. Anche se per quest’ultimo si tratta di scrittura, non di programmazione.
Come cambiano i tempi, eh?!
Fino a due anni fa passavo ore su ore davanti allo schermo a scrivere decine e decine, se non centinaia di righe di codice. Ora passo ore su ore a scrivere decine e decine di paragrafi. Cambia la facoltà, cambia il tema di scrittura. Anche se devo dire che in rare occasioni, mentre studiavo a informatica, mi concedevo qualche ora per buttare giù delle idee fin troppo frammentate che mi venivano in mente.

Come cambiano i tempi, eh?!
Nel caso della scrittura no. Si è solo affinata, spero. Ora le idee non sono così frammentate, e la stesura è molto più spedita.
Non ha senso trovare subito la frase perfetta. Niente più ore e ore meditando su una semplice frase ad effetto. Quella arriverà, col tempo e soprattutto con la riscrittura.
Una delle cose più utili che ho imparato in questo periodo è proprio la correzione/riscrittura.
Non ha senso soffermarsi troppo su un dettaglio. È meglio buttarlo giù anche solo per cenni, la buona idea arriverà. L’importante è non far sedimentare troppo la storia che si sta scrivendo. Non lasciarla morire, prima che su carta, dentro di noi. In caso contrario il progetto andrà incontro ad una lenta e dolorosissima morte (sia per lui, ché per noi che ci abbiamo perso intere nottate cercando di portarlo alla luce).
Scrivere, questo è l’importante. Perché, come diceva William Forrester, nel film Scoprendo Forrester, «la prima stesura la devi buttare giù col cuore... e poi la riscrivi con la testa. Il concetto chiave dello scrivere è... scrivere, non è pensare».
Una semplice perla che vale molto più di mille lezioni di Scrittura Creativa tenuta il più delle volte da un incapace. O mi sbaglio?

La voglia di sigaretta sta tornando.
Dalle casse risuonano le note di Seed of Memory.
È arrivato il momento di terminare.
Il punto è stato raggiunto.

 

E.

1 dicembre 2011

Korn - Narcissistic Cannibal & Get Up

Tra gli ascolti più alti della settimana…

Narcissistic Cannibal
(ft. Skrillex and Kill The Noise)

 

Get Up
(ft. Skrillex)

Che dire, niente male come sperimentazione.

 

E.

29 novembre 2011

Moccia, Twilight e Brosio. I tre rovina librerie.

sottofondo: Dixie Cups – Chapel of Love

Dopo una bella serata passata ai mercatini di Norimberga, in quel di Verona, non ci può essere conclusione migliore del reparto trovi-tutti-i-libri-a-2-o-3-euro di una libreria a caso sempre in quel di Verona.

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Peccato che in ogni libreria, si vada incontro a certe disgrazie. Qualcosa sembra accumunare diversi libri provenienti da diverse parti del mondo ma trattanti temi comuni…

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Solo che al posto di un cazzo di lucchetto uno dei protagonisti preferisce succhiare gargarozzi.
In un’altra stanza, la catastrofe è ancora in agguato…

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Anche se il peggio doveva ancora arrivare. E l’accoppiata col volume affianco è tutta un dire.

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In certi casi, anche se è una cosa che aborro, potrebbe valere un buon rogo purificatore. Così, tanto per riscaldarsi un po’ in una gelida serata autunnale. Bevendo un buon bicchiere di brulè magari.

 

E.

27 novembre 2011

L'écriture est un oiseau rebelle

La folgorazione secondo Stephen King

 

sottofondo: Bizet – L’amour est un oiseau rebelle

paulsheldon

Da qualche giorno mi sono rimesso a leggere Misery di Stephen King.
Secondo i miei calcoli dovrebbe essere la quarta volta che lo leggo, proprio perché penso che il caro Stephen, quando si tratta di storie riguardanti la sua stessa professione, dia il meglio di sé in quanto a scrittura. Infatti sono profondamente convinto del fatto che questo libro comparirà in uno dei prossimi appuntamenti della rubrica Passi di libri, passi di vita.

L’altra sera ero steso sul letto a leggere, immerso profondamente nella stanza in cui giace il dolorante Paul Sheldon, protagonista del romanzo, e sono stato colpito da un estratto; e, pensando al post di qualche giorno fa, ho deciso di riportarlo sul blog.
A voi:

«Si aggirava per la casa, da una stanza all’altra, appesantito dal libro, ma più che appesantito gravido, sentendo cominciare le doglie. In precedenza, quello stesso giorno, aveva ritrovato sotto un cuscino del divano un reggiseno di Joan, che pure se n’era andata ormai da più di tre mesi e tanto bastasse a dimostrare l’efficienza del servizio di pulizia; ricordava d’aver sentito il frusciare del traffico di New York e, debolmente, il suonare monotono della campana di una chiesa che richiamava i fedeli a messa.
Si era seduto.
Come sempre, il felice sollievo dell’inizio, simile alla caduta in una voragine colma di luce accecante.
Come sempre, la triste consapevolezza che non avrebbe scritto bene come avrebbe voluto scrivere.
Come sempre, il terrore di non essere capace di arrivare fino alla fine, di lanciarsi a capofitto contro un muro bianco.
Come sempre, la meravigliosa gioiosa eccitante sensazione della partenza per un viaggio.»1

Semplicemente perfetto.

 

E.


1. Stephen King, Misery, Sperling & Kupfer Editori S.p.A., 1988, p. 53

25 novembre 2011

Untitled's fragments pt.1


«Walt si svegliò di soprassalto, la stanza buia, e si accorse con piacere che con la mano destra teneva ben saldo uno dei seni di Margareth.
Il contatto con quella calda morbidezza riuscì a tranquillizzarlo per un attimo. Tuttavia, l’inquietudine provocata dall’incubo appena terminato continuava senza sosta ad arrovellargli il cervello. Ancora quella sensazione di deja vù. Ancora quel senso di paura, come se si trattasse di un passato ormai dimenticato.»

Scusate, ma non riuscivo a trattenere l'emozione che mi ha provocato realizzare che i lavori si sono finalmente avviati.
Se vi fa piacere, e se vi può interessare, ogni tanto provvederò a postare qualche breve estratto. Ditemi pure cosa ne pensate e non abbiate paura nel rivolgermi anche qualche critica. Alla fine siamo qui anche per imparare gli uni dagli altri.

A presto,


E.

23 novembre 2011

Camminando e scrivendo

sottofondo: Anathema - Crestfallen


Voglia di una giornata libera, da passare per le strade di Verona.
Solo io e il mio taccuino. Camminando e scrivendo.
Nulla di più.
Niente musica, niente interferenze di alcun tipo.
Solo io e la scrittura.
Raccogliendo spunti, buttando giù qualche schizzo, immergendomi tra la gente e la sua città.
Non male come idea...


E.


MOL1, p. 40

21 novembre 2011

Ritrovati i taccuini inediti di Bram Stoker


Ritrovati i taccuini privati di Bram Stoker, contenenti vari appunti sul suo lavoro di scrittore. I taccuini ricoprono il periodo che va dal 1871 al 1881, quando Stoker ancora viveva a Dublino (sua città natale) e stava finendo di frequentare il Trinity College per poi impiegarsi in una società commerciale.
Sembra che questi taccuini riusciranno a svelare qualcosa in più sul famosissimo Dracula, senz'altro l'opera più famosa di Stoker, e a confermarlo è stato proprio Dacre Stoker, suo pronipote, affermando che il periodo preso in esame dai rinvenuti scritti «presentava alcuni lati non chiari sui quali ora è possibile fare luce, definendo in particolare chi influenzò la sua opera e i numerosi punti di contatto tra la sua reale esperienza e la figura di Jonathan Harker, avvocato che nel romanzo compie il viaggio in Transilvania».

Per quanto riguarda il contenuto dei taccuini, qualche informazione in più ci viene dalla The Robson Press, casa editrice che si occuperà di curare l'edizione a stampa. «The notebooks reveal the intimate Stoker -his attachment to Dublin and his life in that city. [They are] replete with observations on co-workers, classmates, friends, family members and the Dublin streets, and [the] various notes and anecdotes emit Stoker's rich Irish sense of humour».
La pubblicazione di The Lost Journals of Bram Stoker, questo il titolo originale, non potrà non entusiasmare i fan del padre di tutti i vampiri in quanto, sempre basandoci sulle dichiarazioni fatte dalla Robson, «the astute reader of Dracula will immediately recognise the aide-memoire technique displayed in the notebooks, which recalls similar notations made by Jonathan Harker—himself a compulsive note-taker».

Che dire, un occasione per conoscere meglio uno scrittore che ha saputo farci sognare, terrorizzandoci con un personaggio figlio delle superstizioni e delle leggende popolari dall'uomo primitivo fino ad oggi. Altroché Twilight, qui non si parla di vampiri che luccicano come tante Lelly Kelly alla luce del sole.

Per la pubblicazione, dovremo aspettare fino al 2012, in occasione del centenario della morte dello scrittore. Sarebbe interessante procurarsi la copia in lingua originale e poi, semmai, accompagnarla con quella tradotta (se verrà mai tradotta).


E.


Se vi interessa la mia "recensione" di Dracula potete trovarla qui.

20 novembre 2011

Marsilio Editori: Blogger di tutta Italia, a voi la parola



Oggi voglio presentarvi l'iniziativa della Marsilio Editori, che ha scelto di regalare un ebook a tutti i blogger che decidono di leggerlo e recensirlo.
L'iniziativa si chiama Blogger di tutta Italia: a voi la parola. Quali sono i requisiti? Pochi e semplici punti:
  1. avere un blog aperto da almeno un anno e con una frequenza di pubblicazione di almeno un post a settimana;
  2. impegnarsi a pubblicizzare l'iniziativa appena ricevuto l'ebook (sono un attimo in ritardo, ma penso che riusciranno a perdonarmi);
  3. impegnarsi a recensire l'ebook una volta letto (comincerò a leggerlo il prima possibile).
Si può scegliere tra due titoli disponibili: la mia scelta è ricaduta su Blacklands di Belinda Bauer. Non so, anche solo la copertina mi ispirava, comunque vi farò sapere al più presto i miei pareri a riguardo.

Sbrigatevi! L'iniziativa è valida per i primi 100 blogger che faranno richiesta di partecipazione!
Non mi resta che augurarvi BUONA LETTURA!


E.

19 novembre 2011

7 links, 7 posts

post

Era un po’ di tempo che non seguivo i post-catena che si aggirano tra i blog di noi blogger. Ma sì dai, divertiamoci un po’, ringraziando Alice per avermi passato la palla.

Le regole: possiamo mettere in evidenza 7 vecchi post del nostro blog, che rientrino nelle categorie elencate, dandone ovviamente un minimo di motivazione, e fatto ciò passare la palla ad altri 7 blog.

1. Il post il cui successo mi ha stupito: sotto questa voce mi tocca nominare Rammstein: scrivo alla redazione dell’Arena. Una lettera aperta prontamente cestinata dal quotidiano veronese, ma pubblicata poi sul giornale della cittadina nella quale vivo :)

2. Il mio post più popolare: I am the lizard king. I can do anything, con 889 visualizzazioni di pagina. Un omaggio a Jim Morrison che ha sollevato una critica, ma che a me va benissimo così.

3. Il mio post più controverso: non saprei davvero che link mettere in questo punto. Visto che è uno dei post più inutili che io abbia mai scritto, eccovi Netlog, come disse il grande Fantozzi….

4. Il mio post più utile: potrei mettere tutti quelli riguardanti le tradizioni friulane, però penso che S. Maria Assunta. Da pieve a Duomo di Gemona del Friuli sia uno dei più utili che io abbia mai scritto. Mettiamoci quel po’ di legame affettivo con la mia cittadina natale che non manca mai.

5. Il post che secondo me non ha avuto l'attenzione che meritava: sicuramente L’ombra del passato, poesia in cui credo molto ma che sembra non aver riscosso molto successo (forse perché in quel periodo non ero molto presente su blogger).

6. Il mio post più bello: uno dei miei primi, O me! O life!, un omaggio a Walt Whitman che voglio far conoscere anche a coloro che mi seguono da poco.

7. Il post di cui vado più fiera: Il sogno eretico, e non dico altro.

E ora i 7 blog a cui passo la palla:
1) La Quadratura del Cerchio
2) L'Odorosa Pantera
3) La mia pioggia in un giorno d’estate
4) That’s me in the Kitchen

Siccome siete troppi troppi le ultime tre posizioni le lascio a voi. Chi vuole se le prenda pure. Quando lo fate ditemelo che vi inserisco nella lista.

5)
6)
7)

 

E.

16 novembre 2011

Delle paure di un aspirante scrittore

scrittura creativa

È un po’ di tempo che mi sveglio con la sensazione di essere vuoto. Completamente.
Dormo quelle cinque o sei ore e al momento del risveglio non riesco a trovare un motivo valido per abbandonare il mio morbido e caldo giaciglio.
Mi sento vuoto. Senza niente da dire. È come se tutto quello ho dentro io l’abbia esaurito già da un pezzo. Niente più emozioni, niente più pensieri. Solo un grande nulla che pian piano si impossessa della mia inerme figura.
Ho paura che si tratti di qualcosa di irreversibile, di un gioco impossibile da fermare che pian piano mi ridurrà a uno stupido caprone, a uniformarmi con la dannata massa.

Non voglio. Devo sforzarmi, questa non è una battaglia che si vince rimanendo inermi.
Decido, come volontario, di scendere sul campo di battaglia per fronteggiare lo schieramento avversario. Io, solo contro mille e mille aggressioni sistematiche, prodotte da un sistema che non permette alla mente umana di vagare libera nelle sue verdi praterie.
Ci vogliono far credere che lo scopo della vita sia l’avere tutto e subito, senza controllo, senza pause, senza il tempo necessario per permettere al pensiero di stare al passo con gli eventi e, di conseguenza, formulare qualche obiezione a riguardo.
Vogliono farci credere che la creatività umana spetti solo a pochi eletti, privando un giovane volenteroso dei mezzi di cui abbisogna per stupire il mondo con la sua nuova invenzione, con i suoi sogni.
Per non parlare di coloro che vanno fieri della loro professione di critici. Boriose teste di cazzo i cui unici obiettivi sembrano essere l’annichilimento delle giovani speranze e la conservazione, in quanto tale, del mondo di loro competenza. Dalle loro parole traspare paura e odio nei riguardi delle novità che potrebbero cambiare totalmente il loro metro di giudizio infangato dalla preservazione dell’antico, del già letto e già visto.
C’è da dire, però, che non sono tutti così. Una speranza per la novità continua a persistere, anche con il continuo scontro con il passato, con la conservazione di un’immagine positiva e bigotta del mondo in cui viviamo. Le loro controparti, dall’alto dei loro gradi, vengono comunque tenute più in considerazione, per il semplice motivo che fanno parte esse stesse di quel sistema marcio e corrotto di cui si vantano di essere i rappresentanti.
Sento continuamente voci che annunciano la caduta di questo sistema, ma finché il denaro continuerà a essere il suo principale alimento sarà impossibile cercare di cambiare le cose. La tua invenzione porta profitti? No? Allora non c’è spazio per essa, a meno che non si riesca, in qualche modo, a uniformarla al mercato, colui che domina la nostra vita.
La parola d’ordine è standardizzare. Non si pensa più alla particolarità di un’opera, alla sua unicità. Tutto deve essere conforme allo standard che riesce a vendere. «Sì, interessante, ma va un po’ troppo fuori dai canoni… non siamo sicuri che potrebbe vendere». Cosa può esserci di più avvilente?

Forse il mio senso di vuoto è provocato proprio dalla mentalità dominante che vi ho appena descritto. Un cancro così esteso che molte volte riesce a uccidere persino le semplici ispirazioni che possono cogliermi durante una camminata per le strade di una città.
Paura che la creazione alla quale sto lavorando possa venire additata come inutile, non vendibile e quindi da scartare.
Bisogna essere forti per resistere a tutto questo, e ho sempre pensato di riuscirci. Tuttavia, a volte, queste paure riescono a cogliermi nei momenti in cui, probabilmente, il mio ego è così assorto nei suoi pensieri da abbassare le difese esterne.
È una battaglia continua, e c’è il rischio che la voglia di abbandonare la propria posizione riesca a convincermi definitivamente nel farlo.
So però che voglio tentare, a costo di perdere tutto ciò per cui porto avanti la mia passione. Anche perché la vittoria, o la sconfitta, non sono da considerarsi onorevoli se prima non si ha lottato.

 

E.

14 novembre 2011

Il fuoco arde, una croce si leva sulla piazza

"Il diritto dell'intolleranza è quindi assurdo e barbaro; è il diritto delle tigri; anzi, è anche più orribile, perché le tigri non sbranano che per mangiare, mentre noi ci siamo sterminati per dei paragrafi"
Voltaire

jc1

Ho visto con molto piacere che molti di voi hanno tentato di indovinare il significato del disegno da me postato qualche giorno fa. E con ancora più piacere ho osservato che nessuno di voi, sia su Facebook ché sul blog, è arrivato alla soluzione.

Dunque, dunque, dunque.
Il titolo provvisorio che ho dato alla mia “opera” è Il messia messo al rogo dai suoi stessi servi. Ammetto che l’idea di partenza era la rappresentazione di me stesso su quel rogo, ma poi cambiai idea in favore di una figura decisamente più celebre e che conferisse al disegno un significato molto più forte.
A questo punto avrete capito che il giustiziato è niente popò di meno che Gesù Cristo, messia, nella mia rappresentazione, messo al rogo dai suoi stessi servi. Non parlo, ovviamente, di coloro che sentono la fede come un sentimento intimo, privato e che realmente credono nel messaggio lasciatoci dalla figura di Cristo, un messaggio di grande tolleranza e altruismo, che mette in evidenza i valori essenziali per l’uomo: la pace, l’amore, la tolleranza e il perdono.

Personalmente punto il dito contro coloro che approfittano della religione per influenzare le menti dei “sottoposti”, che vogliono più di ogni altra cosa l’assoggettamento dei governi al loro credo e la diffusione, anche a costo della cancellazione di intere culture, della religione che rappresentano. Uomini che non hanno alcun rispetto per la vita umana, che tentano di influenzare il libero arbitrio umano stabilendo paletti a questa o a quell’altra cosa, bollando di peccato atti che rendono l’uomo veramente libero in quanto facenti parte della sua natura.
giordano_bruno_rogoPorci che discriminano il diverso, bollandolo di eresia solo per il semplice fatto che non la pensa come loro o perché semplicemente non crede nel loro dio. Ripudiano la sacrosanta diversità della vita, rifiutando di accettare il fatto che una persona non deve per forza accoppiarsi o sentirsi felice con persone del sesso opposto.
Criminali che, se succedesse, ci lascerebbero marcire su un letto per anni e anni, predicando il volere del loro dio sul nostro corpo ridotto ad un vegetale. Questa non è libertà… se permettete, in quanto essere umano, vorrei essere libero di fare ciò che voglio con il mio corpo se succedesse qualche danno irreparabile.
Ignoranti che parlano dei sacri valori della famiglia, senza nemmeno sapere cosa vuol dire averla una famiglia, con il mutuo da pagare e i bambini da mantenere.
Ipocriti che predicano la pace nel mondo e la volontà di aiutare il prossimo, senza mai sfilarsi uno dei loro anelli d’oro e donandolo alle comunità meno abbienti e che letteralmente muoiono di fame. Senza ricordarsi che la maggior parte delle guerre nella storia sono state provocate proprio dalla fede.

Un ultimo appunto voglio dedicarlo a tutti coloro usano la fede solo come manifesto di buona personalità. Quando vi fate vedere in chiesa, sventolando in aria la banconota dedicata alle offerte, solo per dimostrare al mondo che siete delle brave persone fate schifo. Sappiamo tutti che nel privato siete le peggio persone che esistano al mondo, invidiosi e bigotti come siete.

Basta, mi fermo qui che è meglio.
Lo so, forse potrei aver peccato d’intolleranza, ma nei riguardi di questi criminali penso che la tolleranza non è bene accetta. Se i loro deliri non avessero avuto, e non abbiano tuttora, pesanti ripercussioni nella vita di tutti i giorni probabilmente lascerei correre, ma il guaio è che i loro pregiudizi, le loro paure e la loro ignoranza hanno messo in ginocchio il mondo per troppo tempo.

 

E.


Un grazie ai Riul Doamnei per avermi ispirato.

13 novembre 2011

Moleskine!

moleskine

«Il mio primo Moleskine Pocket in copertina rigida.
Non so ancora cosa dire, tuttavia sono certo che questo taccuino, insieme alla fida Pilot, mi accompagnerà nelle mie uscite fuori casa. Visto che in una giornata la maggior parte delle ore le passo in Università, tra autobus, biblioteca e lezioni, penso che mi troverò a cambiare spesso taccuino (il portafogli ringrazia).
Che dire… sono contento.
Questo taccuino sembra essere magico: mi basta guardarlo per provare una voglia irrefrenabile di scrivere.
Da solo, mi do il benvenuto nel mondo Moleskine1

Questa la nota introduttiva alla mia prima Moleskine. Avevo in mente qualcosa di grandioso, pomposo, la citazione del secolo… e alla fine questo è stato quanto sono riuscito a scrivere.
Dopo un giorno ero arrivato al punto di non sopportare più la vista di quella prima pagina bianca e di starle davanti con la penna in mano e in attesa dell’idea brillante che avrebbe cambiato il corso della mia vita.
Optai per un pensiero scritto di getto, senza pensarci troppo. Istintivo, questa era la parola d’ordine. E devo dire che la scrittura di getto sta portando i suoi frutti su quel magico taccuino. Ci sono dei giorni in cui mi trovo a riempire pagine su pagine solo di pensieri che trovano nella penna un agevole mezzo per poter essere trasmessi.
Forse sarò malato, ma mi sono letteralmente innamorato del mio nuovo taccuino. Lo porto sempre con me, e con me vive ogni istante della mia vita. Attende solo che io lo apra per dare forma ai pensieri.
E così, insieme al quaderno, sempre dello stesso marchio, regalatomi dai miei compagni di università (cosa per la quale li ringrazierò a vita) e che userò per le parti di scrittura più consistenti, ora ho anche un pratico taccuino.

Di certo posso dirvi che non me ne frega niente del senso di appartenenza sviluppatosi attorno a questo marchio, un po’ come con la Apple, e del possedere un oggetto che rappresenta «un simbolo di nomadismo contemporaneo»2. Mi interessa solo il sacrosanto fatto di aver comprato un buon taccuino, certo un po’ caro, che risponde però alla mie esigenze e con il quale riesco a scrivere molto bene (nel senso di comfort, non di contenuti).

Tra l’altro, avrete notato che negli ultimi post compare la sigla MOL1 da qualche parte. Bene, è la sigla che rappresenta il nuovo taccuino di cui sto parlando, e mano a mano che ne comprerò altri il progressivo aumenterà. Chissà che io non riesca nell’impresa di creare un’enciclopedia del mio pensiero, magari con un bell’indice per ricercare facilmente appunti e schemi vari.

Bene, penso che per oggi sia tutto.
Vi lascio con il mio pensiero di ieri sera, scritto appena arrivò la notizia riguardo le dimissioni di Silvio Berlusconi:

«12 novembre 2011, ore 21.42: Un brivido mi corre lungo tutto il corpo. La consapevolezza di aver assistito ad un fatto storico è forte, matura quanto basta. Questo è un evento che potrò raccontare ai miei figli. E sono sicuro che la mia mente farà di tutto per non dimenticarsi questo momento.»3

 

E.


Ah sì, il disegno propostovi l’altro giorno rappresenta Gesù messo al rogo dai suoi stessi servi. Magari ci scriverò un post cercando di darvene una spiegazione.

1. MOL1, p. 1
2. Moleskine, libretto contenuto nella tasca interna di ogni prodotto Moleskine (sezione in lingua italiana)
3. MOL1, pp. 24-25

11 novembre 2011

Nuovo video dei Rammstein: “Mein Land”

Nuovo video e nuova canzone per i teutonici Rammstein!

La canzone in sé non è niente di che (è comunque ascoltabile); su questo aspetto i Rammstein potevano dare un po' di più. Tuttavia, per quanto riguarda il video, be', fa spezzare!

 

E.

10 novembre 2011

Aspettando il bus. Tra auto e scolari

 

villafranca

Oggi per andare alla fermata dell’autobus decisi di non ascoltare musica. So benissimo che quella dell’iPod è un’abitudine che serve a tenermi compagnia mentre cammino, ma quando scesi dalla macchina mi accorsi di non averne voglia.
Così, fino alle 8.15 circa, per una ventina di minuti mi sono immerso tra i rumori mattutini di Villafranca, cittadina che mi capita sempre più di rado di vedere nelle ore di maggior attività.
Ero fermo alla fermata del bus, fumando una sigaretta, e cercando di catturare più particolari possibili.
Non so ancora se dirmi o no soddisfatto di questa esplorazione uditiva e visiva, so solo che il rumore del traffico copriva ogni cosa.
Ebbene sì, alle 8 del mattino, in quel di Villafranca, vi sono già degli ingorghi tali da tappare, in un unico serpentone di automobili e motorini, gran parte della cittadina. E ogni mattina un po’ di questa coda devo sorbirmela pure io per poter parcheggiare in un buco. Un giorno mi sono persino messo a osservare ogni macchina che passava. Be’, l’80% degli esseri umani tappati come Simmenthal nelle loro auto sempre più grandi era costituita dall’accoppiata genitore-figlio. La mammina che porta il figlioletto a scuola in macchina, anche se la loro casa dista poco meno di 100 metri 100 dal luogo di detenz… ehm… di educazione del pupo. Ma lasciamo perdere questo discorso, me ne sono già occupato in un altro post.

Possibile che per una volta che decido di liberarmi un po’ le orecchie dalla musica devo essere investito da un simile frastuono?
È inutile, in ogni luogo in cui ci rechiamo veniamo sistematicamente investiti dai rumori che odiamo nel profondo, che nuocciono alla nostra tranquillità,  che tuttavia ci sforziamo di catalogare sotto la voce necessari.
Non riusciamo a riposarci nemmeno facendo un viaggio, quella pausa che per tutto l’anno lavorativo attendiamo con ansia. Anche nei momenti di pausa tutto deve essere programmato al minuto, schedato in un archivio e attuato il più in fretta possibile.
Da quando siamo piccoli, fino alla nostra morte, la vita viene programmata; le nostre esistenze inzuppate di impegni e ricorrenze molte volte inutili. Parlo delle sempre più numerose attività alle quali condanniamo l’innocenza dei nostri figli e la salute mentale dei nostri padri di famiglia.
La soluzione sembra semplice: imparare che c’è anche il tempo del non fare un cazzo. Quei momenti in cui ci stendiamo sul divano, liberiamo la mente, e non pensiamo a nient’altro che non sia stare sdraiati su quel cazzo di divano. Quei momenti in cui l’unico pensiero deve essere il proprio benessere, ‘fanculo gli altri; senza eccedere però.
Purtroppo è la società del troppo avere e averlo subito che ci ha insegnato la frenesia. L’essere umano, per continuare a vivere, deve per forza tenersi occupato.
Soldi, soldi, soldi. Non vi è più la mentalità di colui che si accontenta di quello che ha (sempre che le sue condizioni siano dignitose). Bisogna arricchirsi e farlo in fretta.
Dobbiamo tornare ad accontentarci di quello che abbiamo, senza dover per forza accumulare, accumulare e accumulare in un enorme circolo vizioso la quale fine è l’inevitabile instabilità mentale. Una famiglia riesce a sfamarsi, a pagare il mutuo e a togliersi qualche sfizio? Ok, va benissimo così, non andiamo oltre.
Certo è che questi tempi bui non riescono a farci accontentare, anche perché molte volte quel poco che abbiamo non serve nemmeno a comprare un paio di scarpe per i nostri figli.

Inizialmente ho odiato il frastuono prodotto dal traffico, ma il solo pensare che dietro a quello ci saranno state persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese mi ha calmato. Sono salito sull’autobus, ho acceso l’iPod e mi sono messo a scrivere. Pensando ad un futuro che si rivela essere sempre più improponibile e in parte spaventoso…

 

E.


MOL1, pp. 16-19

9 novembre 2011

Of Misery and the Final Hope

sottofondo: Riul Doamnei – Of Misery and the Final Hope

 

Stamattina ero in autobus, come sempre ormai.
Ho tirato fuori la fida Moleskine, convinto che stesse arrivando qualche perla di saggezza (ma dai XD), ho scritto la data e mi sono preparato in posa io-so-fico-che-in-autobus-scrifo. Ed ecco che la penna ha cominciato a muoversi da sola.
Non ho scritto, no, ho disegnato.
Non mi capitava da tanto e tanto tempo di disegnare.

jc1

So benissimo che non è il capolavoro del secolo, perciò siate clementi con la mia “opera”.

 

E.


MOL1, p. 15

8 novembre 2011

Non siete stato voi!

«L’autorità dimentica un re morente»
Alfred Tennyson

A ognuno la libera interpretazione…

 

E.

7 novembre 2011

Lacrymosa

sottofondo: Evanescence – Lacrymosa

lacrymosa

Debole lume
feriscimi gli occhi,
brucia la memoria
ed essicca il pianto.
Lacrime amare, disperate,
vitale essenza per i fiori,
bagnano una stoffa
percorsa da ragnatele.

Inginocchiato e straziante
dinnanzi al bianco marmo,
capitale testimonianza di una vita,
equilibrio spezzato dal pianto.

Questo il nostro destino,
niente danze né musiche,
niente portoni celesti,
solo lacrimosa realtà…

“Disperato”, urlo,
“il mio cuore sepolto”,
lacrimosa perdita
di una vita insieme.
“Il nostro lascito,
oh mia sventurata sposa,
nel legno e nella terra
seguirà il tuo fato”
.

 

E.

5 novembre 2011

4 novembre 2011, Genova invasa dalle acque

Un altro novembre da incubo da includere negli annali

alluvione genova

Qualche giorno fa era toccato alle Cinque Terre, adesso il disastro è accaduto a Genova. Fiumi che straripano, piene che invadono la città ad una velocità impressionante, automobili che vengono spazzate via, esseri umani travolti dalla furia della natura.
Sembra che in Italia i giorni compresi da fine ottobre a inizio novembre siano puntualmente dedicati a qualche tragedia. Ricordiamo l’inondazione in Veneto, l’anno scorso, o quelle di Torino, Firenze, Genova e molte altre località italiane. E tutto perché chi di dovere non vuole rendersi conto del fatto che la natura non è un qualcosa di impotente che assiste ai nostri soprusi senza batture ciglio; o forse fa solo finta di essere così inconsapevole, tanto quello che interessa è solo il denaro.
E in tutto questo sembra che l’uomo non abbia colpa. Sembrano essere tragedie che nessuno poteva prevedere o al massimo prevenire. È sempre e solo colpa della natura, perfida e insensibile verso l’essere umano, incapace di lasciarlo vivere in pace e flagellandolo con continui disastri.

Quale cifra ci restituirà i morti e i dispersi delle Cinque Terre?
Quale mazzetta riuscirà a ricoprire la memoria delle morti che ieri hanno segnato il disastro di Genova?
Quale porco assetato di potere riuscirà per un’altra volta a cancellare la memoria di questi eventi speculandoci sopra?

In queste ore le persone che contano appaiono come strizzate e gettate a terra dal dolore. Il loro finto cordoglio è atto solo a mascherare la loro finta incompetenza dovuta ad interessi economici a scapito del territorio che amministrano. E mentre un nano afferma davanti ai leader europei che nel suo Paese la crisi economica mondiale non si avverte, l’Italia viene messa ancora in ginocchio dall’ennesima tragedia.
Non dimentichiamoci di queste tragedie… in fondo l’acqua ha sempre provocato disastri, ma solo quando si è vista sbarrare la strada dall’attività incontrollata dell’uomo.

Vorrei esprimere la mia vicinanza alle popolazioni colpite da questi disastri, dedicando loro la mia poesia Rabbia e acqua. So perfettamente che i versi in questione li composi pensando ad una specifica tragedia dimenticata, ma le parole da me scritte sembrano essere perfette anche per molti altri disastri.

 

E.

3 novembre 2011

Parafrasare e investigare: talenti sprecati n° 34 e 35

girolamo

‎"Il Petrarca, per le assidue e fortunate indagini alla ricerca di antichi codici, che restituissero opere smarrite o contribuissero alla miglior conoscenza delle già note, e per le riflessioni, abbondantemente disseminate nelle opere latine, su questioni attributive, testuali, esegetiche, paleografiche e codicologiche, merita senza dubbio il titolo di iniziatore della filologia umanistica"1

Si può dire che la mia giornata sia iniziata con questo paragrafo.
Mi trovavo seduto in autobus, il libro di Filologia Italiana sulle ginocchia e matita in mano, solida spada pronta a ferire di grigio le pagine in lettura. La solita e immancabile vecchietta mi fissa i capelli e la barba con una faccia che sa tanto di io-alla-tua-età-pensavo-ad-andare-in-chiesa-a-soddisfare-mio-marito-e-a-non-contraddirlo-mai. Io le rispondo con sospiri che tanto sanno di bella-giovinezza-del-cazzo-che-hai-passato-pensa-che-a-farti-i-cazzi-tuoi-potresti-vivere-cent’anni. Ma torniamo al libro: tutto bene per quanto riguarda l’introduzione, senza contare poi le prime 3 pagine del primo capitolo. Quand’ecco che il maledetto paragrafo fa la sua comparsa.
Lo leggo la prima volta e mi rendo conto di non averci capito niente. Provo ancora e ancora, finché alla quarta volta riesco nell’impresa alla quale ogni studente degno di chiamarsi tale arriva quando si ritrova a dover decifrare un testo d’esame: riconoscere le parti salienti del discorso, cancellare quelle inutili e rielaborare. Il primo prodotto di tale impresa è questo: «Petrarca, buga buga, bla bla bla antichi codici, yadda yadda umpalumpa sgnaggallatta shakkallakkamuddafakka, bla bla bla umanistica».
Meglio rileggere va’. Il secondo risultato è molto più convincente del primo: «Il Petrarca, per le assidue e fortunate indagini alla ricerca di antichi codici, merita senza dubbio il titolo di iniziatore della filologia umanistica. Il suo lavoro, concentrato su opere latine e questioni testuali, codicologiche e paleografiche, era rivolto alla miglior conoscenza delle opere già note e al recupero di quelle scomparse».
Molto meglio, nevvero?! Ma diamo un’occhiata al terzo risultato dell’elaborazione: «Il Petrarca, per le assidue e fortunate indagini alla ricerca di antichi codici, merita senza dubbio il titolo di iniziatore della filologia umanistica». Finalmente ci siamo. Mission accomplished!
Perché togliere tutto il resto? Per la sua inutilità. In poche parole: se mi dici che Petrarca è da considerare l’iniziatore della filologia umanistica, perché spiegarmi tutto quello che faceva se il lavoro di un filologo me l’hai già spiegato nell’introduzione? Mistero degno di Emilio Fede. Perché solo chi è Fede e lecca deretani può arrivare a capire certe cose (sto divagando, lo so).

Alzo lo sguardo e mi accorgo che è già ora di scendere dal bus. Tempo venti minuti e sono al bar universitario a fumare una cicca insieme a Luca e Barbara, il ché vuol dire una decina di minuti a parlare di film prima di cominciare il mio lavoro in biblioteca… optimus! Ed è proprio in quest’ultima che la giornata ha trovato il suo culmine in idiozia. Andiamo con ordine.

Sono seduto alla scrivania, quand’ecco un professore entrare in biblioteca tutto trafelato. Mi spiega, per metà a gesti e per l’altra a frasi sconnesse in stile essere subumano, che tal opera in quattro volumi del tal autore del tal anno del tal editore e con tal collocazione non si trova più.
Immaginate la mia espressione? Ecco… di più. Non riesco a credere a ciò che sento. Gli chiedo maggiori spiegazioni, solo così riesco a fargli uscire dalla bocca piccole e piccole frasi di senso compiuto… più o meno così: «Nell’ufficio accanto al mio dovrebbe esserci tal opera di tal autore di tal anno di tal editore e con tal collocazione. Ho guardato nell’armadio e non c’è più. Sono quattro volumi molto vistosi. Non si possono dare via perché sono solo da consultazione. Non riesco a capire come abbiano fatto a sparire».
Lo tranquillizzo fin da subito subito, chiedendogli di ripetermi l’esatta collocazione dei volumi e che appena avrò sistemato i rimanenti fantasmini sulla scrivania mi sarei occupato del caso.
Ho chiamato Chi l’ha visto?
Ho chiesto aiuto a Horatio Caine e ai suoi occhiali da sole?
Ho pregato affinché dio inviasse presso di me Don Matteo?
No… ho indossato una parrucca bionda e un vecchio vestito da vecchia-vecchiaI’m FletcherMrs. Fletcher!

(n.b. l’ascolto del video è funzionale alla lettura del post!)

Come un’ammuffita scrittrice-indagatrice-portasfiga-incapace-di-pensare-ai-cazzi-propri mi metto a scartabellare l’intero archivio cartaceo dei libri ancora in prestito. Bene, tra professori e studenti non ce l’ha nessuno e sembra proprio che le regola della consultazione sia stata rispettata. Perfetto.
Entro nella scena del crimine, e due cose attraggono la mia attenzione: la luce è spenta e una scala a quattro gradini è sistemata affianco dell’armadio. Noto subito che la scala, per posizione-forza-del-vento-gittata-impronte-digitali punta verso un’anta sulla quale è affisso un cartello riportante la scritta “ROM ITA CONS B”. Controllo il bigliettino in mio possesso… la collocazione dei volumi scomparsi sarebbe “ROM ITA CONS A III 89” (incredibile, la ricordo ancora XD). Qui gatta ci cova.
Comincio ad aprire ad una a una le varie ante, scorrendo velocemente i vari numeri di serie, ma senza trovare quello che cerco. Intanto arriva anche il professore a farmi compagnia e comincia a dirmi che non è sicuro di aver guardato bene in qualche anta.
All’improvviso la folgorazione. Con uno scatto sono in piedi e apro l’anta più in alto che riesco a trovare di fronte a me.
Eccoli lì, i 4 volumi…

La faccia del prof è una di quelle che mi ricorderò per tutta la vita. Tra lo sbalordito e il consapevole di aver fatto una figura di merda.
Richiudo le ante e gli dico che non deve preoccuparsi, un altro caso risolto per Mrs. Fletcher!

signoragiallofinale

 

E.


L’immagine di testata è un estratto preso centralmente di San Girolamo nello studio di Antonello da Messina (1474-75) e conservato presso National Gallery, London.
1. Bruno Bentivoglio, Paola Vecchi Galli, Filologia Italiana, Bruno Mondadori Editori, Milano, 2010, p. 11

2 novembre 2011

ATV, Dersut e Fnac. Il mio portafogli minacciato

autobusverona

E da domani si ricomincerà a versare una quota fissa per un abbonamento ai mezzi pubblici. Per novembre ho deciso di provare l’autobus, ergo sono 40 e rotti euro per arrivare fino a Verona (una ventina di chilometri in tutto).
L’unico aspetto positivo è che con l’autobus dovrò scendere in corso Porta Nuova e così farmi una passeggiata di una ventina di minuti (a stare larghi) fino in università. Non è un problema: primo perché mi troverei ad attraversare il bellissimo centro di Verona, secondo perché fa sempre bene mantenersi in moto; e visto che mi sono messo un po’ a “dieta” e che non ho tempo per andare regolarmente in palestra ho scelto di camminare. Non pensate che me ne stia lamentando, no no no no, lo faccio di buon grado.
Meglio così dai. Forse riuscirò ad avere qualche spunto in più provando a cambiare mezzo di locomozione e passeggiando per le vie di Verona; ovviamente la mia fida Moleskine sarà sempre nella borsa, pronta a contenere i miei appunti di universitario pendolare.

Quello che più mi preoccupa non è il fatto di dover rivedere i miei orari mattutini (a partire da domani, mi devo sbrigare), ma piuttosto il fatto che mi troverò a passare, nelle mie passeggiate in centro, nelle vicinanze sia di un Dersut ché della Fnac. Ahinoi! Povere le mie già magre finanze!
So già che non riuscirò sempre a resistere alla tentazione di entrare in caffetteria e gustarmi un buon Caffè Cocco, sforzo abbastanza inutile se contiamo anche le eccellenti brioches che ti propongono e il cui profumo ti avvolge le narici portandoti a galleggiare a mezz’aria in preda a una crisi mistica. L’ultima volta che ci ho fatto colazione mi sono reso conto del fatto che se tale caffetteria aprisse nelle vicine-prossime-immediate-vicinanze dell’università farebbe soldi a palate. Avete presente i soldi che fa Starbucks? Ecco, una cosa del genere.
Almeno per la libro-musico-tecnologa Fnac la soluzione c’è: portarsi via sempre i soldi contati. Seguendo le sacre orme di zio Paperone.
Triste rimedio.

 

E.


Eh sì… ho proprio idea che il Dersut, nei rari casi in cui ci andrò, diventerà un luogo ideale per la scrittura.

31 ottobre 2011

È giunto Halloween!


sottofondo: Danny Elfman – This is Halloween
jackolantern01
Dopo il fermo forzato di 7 ore a cui mi ha obbligato Google nella giornata di ieri, rieccomi qua!
Qualcuno di voi si aspettava un post riguardante il libro sulle tradizioni italiane legate ad Halloween che sto leggendo. Mi dispiace ma non sono riuscito a finirlo in tempo, ma tra qualche giorno dovrei riuscire a parlarne.
Forse qualcuno di voi si aspettava un post in cui avrei parlato della vera origina di Halloween. Posso dirvi che per quello c’è il mio articolo di oggi su frews.it.
Vi domanderete allora, ma cosa hai preparato per oggi? Presto fatto!
In questi giorni ho lavorato ad una sorta di riedizione del racconto di Halloween che pubblicai su questo blog l’anno scorso. Aveva proprio bisogno di una correzione fatta bene, e visto che si avvicinava Halloween non ho potuto resistere. Di seguito trovate i link: parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Quale modo migliore per festeggiare questa festa con un bel racconto a tema?
Per quelli di voi che si sono persi il mio post di ieri, a causa di Google, ecco il link.
Bene, non mi resta che finire di scrivere per andare ad aiutare la mia santa morosa che sta lavorando come una matta per preparare i dolci per la cena di stasera :)
happyhalloween
Buon Halloween a tutti!

E.

30 ottobre 2011

Leggende friulane
La danza dei muarz

jackolanternprocessione
Vista la ricorrenza che cade domani, e il numero di consensi che ho ricevuto per il precedente post, direi che cosa buona e giusta è pubblicare una bella leggenda friulana a tema.
Con la leggenda di oggi siamo a Gorizia. Non è la mia zona di nascita, ma la leggenda mi ha affascinato così tanto che non potevo fare a meno di proporvela.

«Il giorno dei morti i goriziani rivolgono il pensiero ai poveri defunti. È credenza che per due notti le anime vadano a visitare brevemente le loro vecchie case, vagando per i corridoi, intrufolandosi negli angoli ed in quei luoghi che erano stati loro cari in vita. Poi, raccolti in processione, raggiungono il camposanto e scompaiono. Hanno l’aspetto di immagini bianche o di fiammelle.
Una volta, in un villaggio friulano, una vecchia, spinta dalla curiosità, volle assistere alla processione delle anime. La sera, quando la campana aveva già suonato per la seconda volta, suo figlio si recò in chiesa, assieme agli altri contadini, per dare – come è usanza – altri due rintocchi di campana in memoria dei defunti. Intanto in casa la vecchia madre pregava il rosario dei muarz. Quando il figlio tornò a casa, ella tagliò il pane dei muarz che poi, secondo il rito, viene mangiato con una preghiera.
Al prolungato suono della campana del paese i defunti si risvegliarono. Mentre il figlio andò a dormire, la donna rimase alla finestra con gli occhi fissi nel buio. Quando suonò la mezzanotte si sporse dalla finestra.
Da lontano avanzava il corteo di spiriti avvolti in vesti candide. La donna riconobbe molti di coloro che le passavano davanti, ma tutti procedevano muti verso la chiesa. Allora cominciò ad aver paura, chiuse la finestra e si coricò. Il giorno dopo raccontò al figlio l’accaduto della notte. Egli si preoccupò molto per la madre e temette per la sua vita. Dopo qualche giorno infatti la vecchia s’ammalò e morì.
È questa la pena per chi osa spiare la segreta processione notturna dei morti»1
Spero che la lettura sia stata di vostro gradimento.
A domani!

E.

1. Anton von Mailly, Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie, Editrice Goriziana, Gorizia, 1986, pp. 62-63

28 ottobre 2011

La stella Alpina, tra corali e leggende

sottofondo: Arturo Zardini – Stelutis Alpinis

Ringrazio in anticipo Gianna e Rosetta per avermi ispirato questo post. Grazie!

Ho sempre pensato di dare spazio alle leggende e tradizioni della mia terra su questo blog. La voglia è scattata l’altro ieri leggendo il blog di Gianna e il post sulla leggenda riguardante il crisantemo. In quel momento mi chiesi: be’, io potrei riportare un po’ di materiale sulla stella alpina. Ed eccomi qui.

stella alpina

Come non potevo partire da questo fiore. Splendido nella sua semplicità. Simbolo di coraggio e determinazione per gli alpini e per tutti coloro che riescono a coglierlo; per esempio, sono numerosi i casi di paracadutisti tedeschi che durante la seconda guerra mondiale portavano ben visibile sulla giacca una stella alpina.
Possiamo definirlo il simbolo della montagna, il fiore più bello che si possa trovare in alta quota (e secondo me un’assoluta meraviglia).
La tradizione popolare ha voluto che anche questo splendido fiore venisse rivestito di un’aura mistica, divenendo così il protagonista di numerose leggende e canzoni. Quei bianchi petali sembrano fatti apposto per sopportare il peso di storie e storie che per secoli si sono raccontate su di essi.
Quella che vi voglio riportare oggi è una leggenda di montagna, diffusa più o meno su tutto l’arco alpino:

«Una giovane della valle aveva sposato un montanaro gagliardo che, come tutti quelli del paese, conosceva ed amava con tutta l'anima la sua montagna. Saliva spesso verso i ghiacciai, per cogliere il profumatissimo genepi, la pianta fortemente aromatica che serve ai liquoristi per fabbricare il famoso liquore dello stesso nome, e vi andava anche per dare la caccia alle marmotte, delle quali vendeva poi la pelle ai viaggiatori della città. I due sposi vivevano modestamente dei guadagni di lui, ma poiché si volevano tanto bene, erano felici come principi. Un giorno il giovane sposo partì come aveva fatto tante altre volte per la montagna, ma non fece più ritorno.
Invano la moglie lo attese per tre giorni successivi; nessuno lo aveva visto sulla montagna e nessuno sapeva dare notizie di dove fosse andato a finire. Allora la povera sposa, prese sulle spalle il sacco anche lei e salì verso il ghiacciaio per vedere di rintracciarlo.
Scorse ad una ad una tutte le cime,esaminò le valli, cercò con l'occhio ansioso nel fondo di tutti i crepacci e finalmente lo rinvenne. Ma ahimè lo trovò morto,proprio fra due lastroni di ghiaccio.Allora,affranta dal dolore, la povera sposa sedette sulla sporgenza della roccia e non pensò più di ritornare verso casa. Si mise a piangere e a lamentarsi per tutta la sera e per tutta la notte. All'alba, quando s'imbiancò il cielo, i suoi capelli e le ciglia erano coperte di un velo di brina, come una peluria d'argento.
"Signore" disse la sposa rivolgendo gli occhi al cielo, "Io non ho il coraggio di staccarmi da mio marito, lasciatemi qui, sulla balza di questa rupe, perché io possa vederlo sempre nel suo letto eterno di ghiaccio." Iddio ebbe pietà della sposa innamorata e la convertì nel fiore più caratteristico e più bello delle Alpi, la stella alpina»

 

Oltre che a leggende, la stella alpina ha ispirato anche molte canzoni popolari. Quella che vi propongo è forse la più famosa di tutte: Stelutis Alpinis, brano composto da Arturo Zardini durante la prima guerra mondiale. Consideratelo un po’ come un inno per gli abitanti del Friuli.

« Se tu vens cà sù ta' cretis,
là che lôr mi àn soterât,
al è un splàz plen di stelutis:
dal miò sanc 'l è stât bagnât.

Par segnâl une crosute
jé scolpide lì tal cret:
fra chês stelis nàs l'arbute,
sot di lôr jo duâr cuièt.

Ciol sù, ciol une stelute:
je 'a ricuarde il néstri ben,
tu 'i darâs 'ne bussadute,
e po' plàtile tal sen.

Quant che a ciase tu sês sole
e di cûr tu preis par me,
il miò spirt atòr ti svole:
jo e la stele sin cun té. »

« Se tu vieni quassù tra le rocce,
laddove mi hanno sepolto,
c'è uno spiazzo pieno di stelle alpine:
dal mio sangue è stato bagnato.

Come segno una piccola croce
è scolpita lì nella roccia:
fra quelle stelle nasce l'erbetta,
sotto di loro io dormo sereno.

Cogli cogli una piccola stella:
a ricordo del nostro amore.
Dalle un bacio,
e poi nascondila in seno.

Quando a casa tu sei sola
e di cuore preghi per me
il mio spirito ti aleggia intorno
io e la stella siamo con te. »

 

Se avete gradito questo post io potrei, ogni tanto, pubblicare qualche leggenda friulana. Penso che sia cosa buona e giusta dare un po’ di spazio alle leggende della nostra terra, racconti fantastici che pian piano stanno scomparendo.
A presto,

 

E.

26 ottobre 2011

Passi di libri, passi di vita - Sulla pelle viva

sulla_viva

Per introdurre questo libro mi affido ad alcune parole firmate da Giampaolo Pansa, facenti parte dell’introduzione.

«Sulla pelle viva è un libro sul potere e sui mostri che può generare. L’arroganza di troppi poteri forti. L’assenza di controlli. La ricerca del profitto a tutti i costi. La complicità di tanti organi dello Stato. I silenzi della stampa. L’umiliazione dei semplici. La ricerca vana di una giustizia. Il crollo della fiducia di una repubblica dei giusti. C’è tutto questo nel racconto di Tina. E sta in questo la modernità bruciante del suo libro»1

Non ci sarebbe nient’altro da dire, vero?! Proviamoci…
Il libro che oggi vi propongo è Sulla pelle viva, come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont.
L’autrice, Tina Merlin, ci guida attraverso i retroscena della catastrofe del Vajont illustrandoci, grazie anche all’ausilio di documenti ufficiali e processuali, non il disastro in sé (quella terribile notte del 9 ottobre del ‘63) ma l’intera storia degli espropri e della costruzione della diga. La narrazione, infatti, comincia nel 1956, anno in cui cominciarono le infamità da parte della SADE contro le popolazioni della valle. Via via ci vengono mostrate le prove riguardanti la prevedibilità di ciò che sarebbe accaduto e di come, il potere forte della società idroelettrica, si a rimasto muto pensando solo ai suoi interessi economici, letteralmente fregandosene delle popolazione che tale catastrofe sarebbe andata a colpire.

Tina, in questo libro, riesce con estrema maestria e guidarci attraverso un mondo fatto di usurpatori e stupri contro il pubblico interesse. Si potrebbe bollare quest’opera etichettandola come un documento puramente fazioso, ma è proprio la vita di Tina Merlin a svelarci la verità a riguardo; sto parlando del processo da lei vinto contro la SADE quando si vide, come giornalista dell’Unità e a causa di un articolo riguardante il Vajont datato 5 maggio 1959, imputata di “pubblicare notizie false, atte a turbare l’ordine pubblico” (fonti originali). Tina lavorava all’Unità, sì, ma seguiva l’interesse della popolazione scagliandosi contro alla democristiana SADE.
Ma bando alle ciance e diamo spazio a qualche estratto (come è mia abitudine):

«Resterà un monumento a vergogna perenne della scienza e della politica. Un connubio che legava strettissimamente, vent’anni fa, quasi tutti gli accademici illustri al potere economico, in questo caso al monopolio elettrico della SADE. Che a sua volta si serviva del potere politico, in questo caso tutto democristiano, per realizzare grandi imprese a scopo di pubblica utilità – si fa per dire – dalle quali ricavava o avrebbe ricavato enormi profitti. In compenso il potere politico era al sicuro sostenuto e foraggiato da coloro ai quali si prostituiva. La regola era – ed è ancora – come in tutti gli affari vantaggiosi, quella dello scambio.»2

«La Società Adriatica di Elettricità arriva  in forze a Erto nel 1956. Tecnici, operai, macchine, strumenti. È l’anno precedente l’inizio della costruzione della diga, vanto degli imprenditori elettrici veneziani, dei tecnici, degli scienziati che concorsero, in perfetta divisione di ruoli e di prebende, alla portata a termine dell’opera, dal progetto alla realizzazione. Nel 1956 la SADE ha quasi tutte le carte in regola, o almeno così fa capire: la concessione governativa per la derivazione delle acque del Vajont, i progetti di costruzione del bacino artificiale e della diga, terreni pubblici del Comune di Erto già espropriati e che sono destinati ad andare sott’acqua.»3

Questa lettura non vi lascerà indifferenti al caso. Vi sentirete indignati come non mai di fronte all’ennesima testimonianza riguardante il vizio dei potenti di agire indisturbati con la complicità di coloro che dovrebbero pensare alla nostra vita e al nostro benessere.
Sono innumerevoli le volte in cui lo Stato italiano, preso dal suo istinto di autoconservazione, ha tentato e tenta ancora di far cadere la tragedia del Vajont nell’oblio della dimenticanza. Questo libro è un invito a non dimenticare, a mantenere sempre viva la voce del ricordo. Proprio per questo vi invito a leggerlo.

 

E.


1. Tina Merlin, Sulla pelle viva, Cierre Edizioni, Sommacampagna, 2001, p. 17
2. Ibidem, p. 21
3. Ibidem, p. 38