30 agosto 2010

Buon 213° Compleanno Mary!

Questo post è dedicato ad una donna speciale, una tra tante. Ma questo è il suo giorno...


HAPPY BIRTHDAY TO YOU!
HAPPY BIRTHDAY TO YOU!
HAPPY BIRTHDAY DEAR MARY!
HAPPY BIRTHDAY TO YOUUUUUUUUUUUUUUU!


E.

29 agosto 2010

Blue in the Face

Anno:1995 Voto:8.0/10 Regista:Wayne Wang/Paul Auster


La tabaccheria gestita dal rude/tenero Harvey Keitel torna a fare da collante a storie straordinarie, ma decisamente il più comune possibili, in quello che è stato definito "il seguito ideale di Smoke".
Questa volta, per la maggior parte dei casi, Wang e Auster decidono di non raccontare direttamente le varie vicende: ma di lasciarle raccontare ai personaggi.
Blue in the Face, più che un film a trama, si può considerare come una raccolta di testimonianze sulla vita di Brooklyn, sulla storia del quartiere, sul baseball e molto altro ancora... tutti argomenti che si possono ascoltare entrando in un qualsiasi bar o tabaccheria. A questo proposito, devo dire che mi ha colpito e divertito la sequenza in cui Jim Jarmush decide di smettere di fumare, decidendo però di voler farsi la sua ultima sigaretta con il suo tabaccaio di fiducia, Harvey Keitel. A questo punto, da un piccola sigaretta partono vari ragionamenti sulle abitudini scandite dal fumo, sul cinema arrivando ai ricordi della prima sigaretta. Interessante notare come si sia riusciti a ricreare perfettamente, in questa e in tutte le vicende, ciò che avviene nella vita reale.

Magistrale prova di Wayne Wang e Paul Austen anche se, per poco, non riesce a superare la maestria raggiunta con il predecessore Smoke.

Di seguito vi offro un assaggio del dialogo, di cui ho parlato sopra, tra Harvey Keitel e Jim Jarmush.



E.

23 agosto 2010

Un buon libro o una buona fumata?


Ed eccomi qui, curioso di poter leggere il vostro parere su un racconto che viene narrato nel film Smoke, pellicola di cui ho già parlato in un articolo qualche tempo fa su Mr E.

"E' il 1942, ed è bloccato a Leningrado durante l'assedio. Sto parlando di uno dei momenti peggiori della storia dell'umanità, cinquemila persone morirono in quel posto.
E c'è Batkin in un appartamento che aspetta di essere ucciso da un giorno all'altro, è pieno di tabacco ma non ha le cartine. Allora, prende le pagine di un manoscritto a cui lavorava da dieci anni, dieci anni e le strappa, così per farsi una sigaretta. Era l'unica copia.
Insomma, se stai per morire cos'è più importante: un buon libro o una buona fumata?
Così, aspira e sbuffa, aspira e sbuffa poco alla volta si fuma il libro..."

Quello che mi piacerebbe è sentire la vostra opinione sulla domanda che viene posta alla fine del racconto.

E.

I'm Strining in the Rain...




23/09 esame di Lingua Spagnola I

27/09 esame di Letteratura Italiana




CAN
DAL
PUERCO
EL
GAL






E.

21 agosto 2010

Cradle of Filth: dettagli sul nuovo album

Ciao carissimi.
Oggi è finalmente stata svelata la copertina di Darkly, darkly, Venus Aversa, la nuova fatica in studio dei britannici Cradle of Filth, che potete ammirare qui sotto.



Di seguito, potete anche trovare la nuova Lilith Immaculate, il primo estratto dall'album.


Che dire... speriamo che sia ancora meglio di Godspeed on the Devil's Thunder, a mio giudizio un album più che buono anche a confronto con le ultime miserie prodotte dalla band, e di non buttare i soldi nel cesso, letteralmente, come successo con Thornography.
L'album sarà presente nei negozi di dischi a partire dal primo di novembre.


E.

20 agosto 2010

Organizer '92 pt.4

.ULTIME PAROLE DI UN UOMO DISTRUTTO.


Brian
“E fu così, cari lettori, che tornai a casa ubriaco per la prima volta. Non vi potete nemmeno immaginare la faccia che fece mia moglie sentendo il fetore di alcool che emanavo. Mi ricordo solo che la lite fu tremenda e che, dopo aver sopportato anche troppo le sue osservazioni da inguaribile bigotta, le diedi uno schiaffo bello forte sul volto. Ricordo ancora la faccia che fece quando, ripresa dalla caduta e dallo shock, cominciò a fare la valigia. Mi disse che andava ad abitare dalla madre, che tra noi due era tutto finito e che avrei ricevuto presto le carte per il divorzio. Mi disse anche che un giorno sarebbe passato il marito di sua sorella minore per prendere il resto della sua roba. Io le dissi che mi andava bene, che le avrei dato tutto quello che voleva, che tanto non mi importava più di niente. La vidi caricare la valigia in macchina e partire. Una bocca in meno da sfamare.
Nei giorni seguenti non feci altro che bere e fumare, rimanendo senza lavoro, inevitabilmente, scattò di colpo la molla dell'autolesionismo. Il negozio di liquori affianco a casa fece una piccola fortuna in quel breve periodo di tempo. La casa era ridotta ad uno schifo, non pulivo più niente e lasciavo i vestiti incrostati di sudore e sporco per terra, non curandomi più nemmeno delle più elementari pulizie. Mi ritrovai persino a mangiare solo pizza e cibo cinese. Trovai ben presto una nuova occupazione: volevo in qualche modo vendicarmi del male che avevo patito durante tutta la vita fino ad allora. Quindi elaborai un piano, più che altro era una lista delle cose da fare.
Un bel giorno mi telefonò mio cognato per sapere quando poteva venire a prendere i vestiti e i libri di Anna. Gli dissi che il giorno dopo sarebbe stato perfetto. Quando entrò in casa gli spaccai la testa con una mazza da baseball. Non ero mai riuscito a sopportarlo, lui e le sue dannate bambine. Non sapevo se fosse morto o se fosse ancora vivo, lo lasciai lì in casa, avevo ben altro da fare.
Quel giorno riuscii a dare fuoco ad un negozio di computer che vendeva il famoso Organizer '92, il motivo del mio licenziamento. Ora toccava a DaBOSS. Se MISS REGGICALZE non avesse gridato, a tal punto da svegliare il gestore del motel, quando mi vide entrare nella camera affittata da DaBOSS ora, forse, non mi troverei in prigione. Sì, volevo uccidere anche loro due. Desideravo farlo da quell'attimo in cui venni messo alla porta dal mio capo. Volevo anche riuscire a pisciare sull'altare di una Chiesa a caso della mia città, ma non si può ottenere tutto dalla vita, e tutto perché quella puttana si mise a strillare come una gallina infoiata mentre si faceva montare dal suo amante.
Suonano le quattro, mancano un paio di ore al mio rilascio. E' il momento tanto atteso.
Ci tengo a dire che non ho mai più ritrovato la fede. Non riuscivo più a inginocchiarmi ogni giorno davanti ad una croce appesa al soffitto. Non faceva più parte del mio ego. Il rifiuto è stato più che totale.
Però, devo dire che in questi quattro lunghi anni la mia mente andava spesso alle mie due nipotine grasse e dispettose. Ogni volta che ci pensavo mi veniva voglia di imparare qualcosa sulla produzione di salami... chissà, forse sarei diventato un buon salumiere”


The End

E.

19 agosto 2010

Organizer '92 pt.3

.IL COLPO.


DaBOSS
Brian?! Hai tempo?”
Brian
Oh buongiorno. Tra poco sì... in cosa posso esserti utile?”
DaBOSS
Vieni nel mio ufficio che ti devo parlare”
Brian
Certo, devo solo finire di sbrigare questa pratica e arrivo. Questione di pochi minuti”
DaBOSS
Molto bene. Ci vediamo dopo”

    DaBOSS si avviò verso il suo ufficio, Brian lo seguì con gli occhi. “Cosa vorrà? Fa che sia quell'aumento che aspetto da due anni”, pensò mentre riportava lentamente lo sguardo sulla pratica aperta. I dati erano tutti in ordine, per una volta quelli dell'inserimento dati non avevano sbagliato a fare il loro lavoro. Bene... i conti tornavano.
    Brian si alzò, chiuse con forza la pratica che l'aveva tenuto occupato per due ore e cominciò a dirigersi a passo svogliato verso l'ufficio di DaBOSS. Ad essere onesti era un po' in ansia. Non aveva idea di cosa avrebbe parlato con DaBOSS. Non pensava di aver fatto male il suo lavoro anzi, a volte si fermava in ufficio anche oltre l'orario di lavoro per riuscire a finire di sbrigare quei maledetti fascicoli che ogni mattina trovava sulla scrivania. Sperava vivamente che si trattasse del famoso aumento.
   Finalmente arrivò davanti alla scrivania della segretaria di DaBOSS che, con i soliti modi gentili, lo invitò a entrare nell'ufficio. DaBOSS stava lavorando al computer, una novità all'interno dell'azienda.

Brian
Volevi vedermi, capo?”
DaBOSS
Sì Brian, accomodati pure”

    Brian era sempre indeciso su quale delle due sedie prendere: quella di sinistra o quella di destra? Questa volta non ci pensò su troppo e scelse la sedia di destra. DaBOSS si alzò in piedi e cominciò a camminare avanti e indietro guardando fuori dalle finestre che davano sui grattaceli di centro città. Brutto segno.

DaBOSS
Vuoi un caffè?”
Brian
Se lo prendi anche tu volentieri”
DaBOSS
MISS REGGICALZE!”

    Il caffè era decisamente un buon segno. Un paio di secondi dopo la porta dell'ufficio si aprì ed entrò la segretaria di DaBOSS. Apparve in tutto il suo erotico splendore, non a caso indossava reggicalze.

DaBOSS
Ci porti due caffè?”
MISS REGGICALZE
Certo capo! Arriva subito...”

    La segretaria uscì dall'ufficio e vi tornò un minuto dopo reggendo un vassoio di plastica bianca con sopra due tazze di caffè e svariate bustine di zucchero. MISS REGGICALZE posò il vassoio sulla scrivania di DaBOSS con pochi ma sensuali movimenti. I due si scambiarono un'occhiata d'intesa. “Chissà se questi due si ritrovano dopo il lavoro in qualche motel”, pensò Brian. A quanto ne sapeva DaBOSS era sposato, e quella segretaria rappresentava tutto il lavoro extra che gli toccava fare perché l'azienda andasse a gonfie vele. “Di certo le tue notti vanno a gonfie vele, DaBOSS”.
    La segretaria uscì dall'ufficio, lasciando i due a sorseggiare i loro rispettivi caffè. DaBOSS cominciò a fissare Brian che subito distolse lo sguardo intimorito da quegli occhi di ghiaccio.

DaBOSS
Come andiamo?”
Brian
Non male dai. Si tira avanti”
DaBOSS
Tutto bene con il lavoro? Non è che ti stanchi un po' troppo a star chinato tutto il giorno su quelle pratiche?”
Brian
Beh sì, è faticoso. Ma devo ammettere che è il lavoro che so fare e per il quale mi paghi. Quindi lo faccio, che mi affatichi o no”
DaBOSS
Brian, hai mai sentito parlare di Organizer '92?”
Brian
Sinceramente no... di cosa si tratta?”
DaBOSS
E' un software per computer che, a quanto pare, permette di sbrigare le pratiche che fai tu al giorno in soli trenta minuti”
Brian
Vuoi dire che è capace di sbrigare una decina e più di pratiche in mezz'ora?”
DaBOSS
A quanto pare sì. Ne sono venuto a conoscenza lo scorso mese, quando mi sono recato all'ultima fiera dell'elettronica in città”
Brian
Interessante... non dirmi che vuoi adottarlo qui dentro”
DaBOSS
Ci ho pensato per quasi un mese. Ho pensato a tutti i vantaggi e svantaggi che porterà l'adozione del nuovo software, e sono arrivato ad una conclusione”
Brian
Quale?”
DaBOSS
Brian, qui avremo bisogno di gente giovane e capace di usare i computer. Non posso permettermi di adottare il software e aspettare che il tuo reparto faccia dei corsi di computer per poi ripartire con l'attività. Non posso permettermelo”
Brian
(incredulo)
Cosa vorresti dire?”
DaBOSS
Ti sto licenziando, Brian. Dispiace moltissimo anche a me, ma io devo guardare al bene dell'azienda. E a questo punto tu non ci servi più”

    BOOM!
    Fu come se un masso di dieci tonnellate gli fosse caduto addosso. Adesso la sua vita era veramente andata a puttane.
Brian rimase lì, immobile, seduto sulla sedia destra davanti alla scrivania di DaBOSS. Era tutto un sogno, sì, sì, uno di quei sogni che sembrano così dannatamente reali da farti svegliare nel cuore della notte con l'ansia addosso, e a causa dei quali è difficile riaddormentarsi subito. I nervi delle sue membra attendevano un dannatissimo segnale dal cervello, ma Brian aveva spento tutto per il momento. Prima la morte della figlia, ora questo. E come si può trovare un nuovo lavoro a quarant'anni suonati, senza avere nozioni utili di informatica, ora che tutto il mondo si stava computerizzando? Come avrebbe potuto pagare le ferie che sua moglie desiderava tanto fare? Come avrebbe potuto permettersi ancora la bellissima casa in cui viveva? Chi avrebbe pagato le bollette? Di una cosa era certo: non sarebbe più entrato in una chiesa. Quel tizio che regnava lassù aveva dimostrato di fregarsene altamente di lui e della sua fede. L'avrebbe rinnegato. Si sarebbe fatto anche scomunicare per non avere più rapporti con quell'evanescente e cinica divinità. Lentamente riuscì a sollevare il braccio destro e ad afferrare il piccolo crocefisso d'oro che portava appeso al collo dai tempi della prima comunione. “Il tuo senso dell'umorismo mi fa schifo, se potessi ti attaccherei io stesso alla croce”, pensò Brian giusto pochi secondi prima di strapparsi di dosso la catenina con rabbia e gettandola per terra. DaBOSS non si aspettava un gesto del genere.

DaBOSS
Brian, ti invito a rimanere calmo. Ma cerca di capire anche le mie ragioni...”

    Solo allora Brian alzò lo sguardo verso DaBOSS. I suoi occhi erano diventati di colpo vuoti, il viso senza espressione. Si stava pian piano rassegnando al suo licenziamento. Si alzò dalla sedia, stringendo i pugni tanto da farsi male e da far diventare bianche le nocche.

Brian
Cosa ti fa pensare che io non sia perfettamente calmo?”

    DaBOSS non si aspettava quella risposta e cominciò a temere per la propria incolumità. Chissà cos'era capace di fare un dipendente quando veniva a sapere che sarebbe stato licenziato.
   All'improvviso Brian sembrò calmarsi sul serio, le mani si rilassarono e il volto ricominciò ad assumere la solita espressione di calma indifferenza. Era tornato ad essere il solito Brian che non si sarebbe mai sognato di piantare un casino in ufficio nemmeno il giorno del suo licenziamento.

Brian
Dove devo firmare per andarmene di qui?”
DaBOSS
Veramente potresti finire la settimana”
Brian
No... me ne vado oggi”
DaBOSS
(aprendo la cartella con dentro la lettera di licenziamento)
Come preferisci. Fammi una firma qui, ed un'altra qui. Dopodiché devi firmare anche la copia del documento”
Brian
(avvicinandosi alla scrivania)
Ok...”
DaBOSS
Non sai quanto mi dispiace, Brian. Ma il bene dell'azienda viene prima di tutto per me, lo sai bene”
Brian
Non ti ho chiesto spiegazioni, DaBOSS. Va bene così, sul serio”

    Brian non lesse nemmeno il contenuto di quei fogli. Prese in mano la penna e firmò dove doveva firmare. 'Fanculo tutto.
    Rimise i fogli nella cartella gialla e li porse a DaBOSS, che con una finta espressione dispiaciuta gli porse la mano destra. Brian la strinse con vigore, il suo lavoro lì dentro era finito, avrebbe potuto anche mandare a fare in culo DaBOSS per quanto gli interessavo, ma non lo fece. I rimasugli dei sani principi che aveva seguito fino a qualche attimo prima non glielo fecero fare, anche perché non si sarebbe tolto nessun peso nel farlo. Va bene insultare, ma sempre se serve a cambiare qualcosa e a quel punto non sarebbe servito ad un bel niente. L'unico pensiero che riusciva a confortarlo era che da quel giorno non avrebbe più dovuto entrare in quel palazzo per svolgere il lavoro che per vent'anni lo aveva tenuto col culo incollato alla sedia per otto o anche dieci ore, a volte anche dodici quando faceva gli straordinari, al giorno. Non avrebbe più rivisto i suoi perfidi e spietati colleghi. Aveva subito più di qualche cattivo scherzo da loro e adesso sarebbe finalmente finita.

DaBOSS
Sicuro di star bene?”
Brian
Sì... tutto bene”
DaBOSS
Beh, questo è un addio allora”
Brian
Decisamente. Addio DaBOSS”
DaBOSS
Addio Brian”

    Pochi minuti dopo Brian era già fuori dal palazzo. Non aveva neanche salutato i suoi, ormai, ex-colleghi. Non ne aveva bisogno, tanto sapeva che non li avrebbe più rivisti.
    Adesso aveva solo voglia di bere. Guardandosi attorno vide che c'era un bar lì vicino e, con passo veloce, si diresse verso di esso.
    Ora la sua vita era andata veramente a puttane.



To be Continued...

E.

18 agosto 2010

Organizer '92 pt.2

.BUONGIORNO.

    BEEP! BEEP! BEEP! BEEP!
    Appena la sveglia cominciò ad emettere il suo fastidiosissimo segnale Brian si svegliò. Un'altra giornata lavorativa era appena iniziata. Un'altra giornata scandita dal lento incalzare della lancetta dei secondi dell'orologio a muro appeso in ufficio aveva inizio. “Devo decisamente decidermi a cambiare vita, non ce la faccio più”.
    Sua moglie stava ancora dormendo. Quanto amava quella donna. Erano sposati da una decina d'anni, eppure la amava come fosse il primo giorno. Era lei la sua ragione di vita, colei che gli permetteva di continuare ad andare avanti in quella deludente vita, e lui ringrazia Dio per avergliela fatta incontrare. Strano ma vero era stata lei a infondergli coraggio quando loro figlia morì investita da un'automobile alla dolce età di quattro anni. Dopo la morte della figlia, invece di allontanarsi l'uno dall'altro, i due sposi si unirono ancora di più per farsi forza, anche se in quel momento l'anello debole dell'unione era proprio Brian. In quell'occasione la sua fede vacillò, non riusciva a trovare una spiegazione logica alla morte della figlia. Era arrivato persino al punto di voler uccidere il tizio che aveva investito la sua amata prole, ma sua moglie riuscì a stargli vicino quel tanto che basta per riprendersi da una simile tragedia. Ora erano di nuovo felici, anche se loro figlia continuava a mancargli terribilmente.
    Brian svegliò sua moglie Anna, dopodiché si alzò dal letto e si diresse in bagno per la toeletta mattutina. Lei si diresse in cucina per preparare la colazione: caffè e toast con la marmellata. Non male per iniziare una giornata di lavoro.
    Mezz'ora dopo Brian scese giù in cucina, con lo stomaco che brontolava per il forte profumo di caffè che arrivava fino in bagno. Diede un bacio alla moglie e si sedette al tavolo della cucina. Pochi minuti dopo si sedette anche lei e riempì due tazze di caffè fumante. Brian aveva già cominciato a spalmare la marmellata ai frutti di bosco, la sua favorita, sul pane caldo e croccante.

Anna
Quand'è che prenderai qualche giorno di ferie?”
Brian
Volevo proprio parlarne oggi al principale”
Anna
Bene, bene. Che periodo avevi in mente?”
Brian
Io pensavo per inizio settembre. Così un'eventuale vacanza verrebbe a costare un attimo meno e mi godrei la nullafacenza che regna in ufficio nei caldi giorni d'agosto. Avevi già qualche idea?”
Anna
Beh sì. Quest'anno mi piacerebbe andare in Spagna. Caldo, mare e visite nei musei”
Brian
Non male, non male. Sarebbe bello andare a Barcellona allora. Hai la città e il mare in un solo colpo”
Anna
Non è una brutta idea sai? Ti amo...”

    E a quel punto lei lo baciò. Dio quant'era bello baciare Anna. Le sue labbra morbide e la lingua così sensuale mandavano Brian ogni volta nel pallone. “Ma sì, facciamola pure contenta. E che Spagna sia”, questi i miracoli che può compiere un bacio dato nel modo giusto. Ora il lavoro lo aspettava.


To be continued...


E.

17 agosto 2010

Organizer '92 pt.1

.LA VITA SECONDO BRIAN.

    Brian sapeva che la sua vita stava pian piano andando a puttane. Sapeva che la sua quarantennale esistenza stava scivolando sempre più velocemente su un piano inclinato fino alla totale ed inevitabile caduta. Non sapeva quando e come la sua vita sarebbe precipitata nel baratro che si stava aprendo, buio e profondo, apposta per lui, ma si rendeva conto che non stava facendo niente per tentare di cambiare la sorte che il fato gli aveva riservato. E come si fa a cambiare qualcosa che è già stato scritto?
    Brian credeva in Dio. Era una delle poche cose che gli rimanevano. Credeva nella Santa Provvidenza e che le vie del Signore sono infinite. Cristo, credeva persino nella resurrezione. In poche parole, Brian era un credente coi fiocchi. Non per far bella figura davanti alla società benpensante o altro, ma perché ci credeva sul serio, come un bambino che aspetta sveglio tutta la notte per riuscire a sentire il rumore di zoccoli di renna che si posano sulle tegole e il suono dei campanellini di Babbo Natale.
    Il nostro amico aveva anche un lavoro, piaga della sua vita di adulto: passava tutto il giorno davanti ad una scrivania all'interno di un palazzo che era sede di una nota compagnia di assicurazioni. Dipendente sottopagato e maltrattato dai colleghi, ma Brian non se ne lamentava troppo. Era convinto che quello schifo di impiego facesse parte delle prove a cui ti sottopone il Signore per scoprire se credi veramente in lui e quanto è forte la tua devozione nei suoi confronti. Tutto sommato era contento di provare a Dio quanto forte fosse la sua fede.
    Un'altra di quelle che potevano venire definite piaghe nella vita di Brian erano i parenti: sempre attaccati al culo e irrispettosi della sua intimità. Ogni giorno se li trovava per casa. Parenti finché vuoi... ma diavolo, lasciatemi un po' in pace. Non ce la faceva più nemmeno a sentire le voci squillanti delle sorelle di sua moglie, per non parlare dei discorsi idioti e decisamente infantili fatti dai fratelli di lui. Sembrava esistere solo lo sport e la fica, come se non ne avessero già una da poter usare a piacimento. Tante volte Brian, sentendo i discorsi dei suoi fratelli, immaginava di prendere in mano una mazza da baseball e fracassarla contro la testa di uno di loro come esempio per gli altri. Ma quelli che Brian detestava dal profondo del cuore erano, come li chiamava lui, i “quattro porcellini”: l'allegra famigliola modello comprensiva della sorella minore di sua moglie, marito e due tra le più odiose bambine che il mondo avesse mai prodotto. Non era una famiglia, era uno schifo nel senso meno lato del termine: marito e moglie che viziavano fino all'osso le due bambine, due gemelle entrambe grasse(per la verità erano enormi), con i capelli a caschetto e brutte come la fame. Anzi, la fame si sarebbe offesa davanti ad un simile confronto. Le due pargole non facevano altro che litigare tra loro e lasciare in giro per casa pezzi di carta stagnola che avevano precedentemente coperto le loro merendine ipercaloriche. Brian non poteva sopportarle, e più di una volta aveva sognato di appenderle per i piedi al soffitto della sua cantina, aspettare qualche mese e poi trovare al loro posto dei ricchi e succulenti salami pronti per essere affettati e mangiati.
   Ma tutti i pensieri di vendetta andavano contro la sua fede, quindi non dava mai sfogo ai suoi propositi, standosene muto a sentire i maiali grugnire. Lui era fatto così, preferiva subire che reagire, e ovviamente la gente ne approfittava.
  

To be continued...


E.

14 agosto 2010

Lavori in corso... revisioni, ri-scritture e caccia al Duende


Giorni di lavoro intenso. Posso dire di aver in parte trovato quel Duende del quale, in un vecchio post, esprimevo la mancanza. Ma l'effettiva cattura di questo mio desiderato e dispettoso amico è ancora lontana.
Si cresce di giorno in giorno. Come dire che la scoperta del Duende è sempre più vicina. Ci vorrà il suo tempo, ma io sono qui... e non vedo l'ora di pescarlo con i polpacci nella morsa che ho predisposto all'interno dei miei circuiti cerebrali.

Vi sarete accorti che in questi giorni sto procedendo con una revisione e ri-stesura dei miei primi racconti. E' stata una scelta quasi obbligata in quanto ho deciso di provare a pubblicarli sul sito Scrivendo.it e, al momento della rilettura prima dell'invio del materiale al sito sopraccitato, mi sono accorto che più di qualcosa non andava. in questi giorni sto procedendo per questa via. E pian piano mi accorgo di vari errori, non solo di battitura, commessi nella scrittura.
Sono passati pochi mesi, ma sembrano anni. Scrivendo, scrivendo e scrivendo, ormai non prendendola più solo come passione, ho fatto pratica e acquisita un po' di esperienza. Ormai la scrittura è fluida, anche se mi capita ancora di bloccarmi su delle sciocchezze solo perché voglio che sia tutto perfetto; ma questi espedienti fanno parte delle manie sane e non di ognuno di noi.

Bon. Per oggi dovrei riuscire a finire la riscrittura, alla fine lo sto riscrivendo quasi da capo, di "Non sarà perché sei l'uomo nero". Un racconto che, lo ammetto, scrissi un po' troppo in fretta; infatti solo ora mi soddisfa appieno.

Ah sì, un ultima cosa: date un occhiata a questo link e fatevi quattro risate nel parlare con un'"intelligenza artificiale".

E.

10 agosto 2010

Code of Honor

Dedicated to Oscar, Giorgio and also to my sweety love-delicious…

 

“The Blood is the life,

and the music is the mind…”

BLSLAWSNon serve dire altro… o no?!

 

E.

9 agosto 2010

Quando anche il Leader(Maximo) fece una battuta da nerd…

7516_152067578536_151783423536_2447578_1370614_n Dedicated to Fil

Ci sono momenti nella vita in cui non puoi fare a meno di staccare i jack, prendere su la chitarra e abbandonare la sala prove per mettere le tue cose in ordine e prepararti ad andar via.
Più o meno quello che è successo ieri verso la fine delle prove con i Soul Guardian, quando il Fil viene fuori con questa battuta:

Un videogioco gioca ad un altro videogioco. Dopo pochi minuti, il videogioco perde la partita e l’altro gli dice –Povero, non piangere. Ti CONSOLE io se vuoi-

Ho fatto bene o no a metter via la chitarra e tutto il resto?

E.

7 agosto 2010

L.E.G. ovvero un nuovo modo per dare sfogo alla mia passione

cf_the_bloggers_dilemma

Ciao ciao ciao cari.
Sono lieto di annunciarvi la nascita di un nuovo progetto: L.E.G. Un blog il quale unico scopo sarà quello di pubblicare racconti. Ma la particolarità del progetto sta nel fatto che le storie verranno scritte a sei mani. Da me, Giulia e Gigi. Una nuova occasione per dare sfogo alla mia passione: scrivere.
Abbiamo già cominciato a buttare giù qualcosa e il risultato, ai miei occhi, è entusiasmante.
Che dire, in bocca al lupo a noi!

E.

Baby, Jude pt.9

babyjude_thumb7_thumb2_thumb

Nulla
Il suo corpo è nudo e sudato. L’oscurità lo avvolge.
“C’è qualcuno?”
La sua voce si perde nel buio, senza ottenere risposta. Il suo urlo non presenta il solito suono squillante e fastidioso, è come smorzata da un’atmosfera troppo pesante anche per far trasparire la sua voce. Non esiste il benché minimo eco.
Fa caldo. Il ragazzo si passa una mano per asciugarsi la fronte fradicia di sudore. Dai suoi capelli cadono piccole gocce di sudore. Non fanno rumore quando toccano terra. Sempre che di terra si possa parlare. Sembra che il nulla l’abbia inghiottito.
“C’è nessuno?”. Il secondo urlo fa la stessa fine del primo, smorzato da quella invisibile e impalpabile pesantezza.
Non c’è luce, non c’è ombra. C’è solo il nulla che lo avvolge e lo tiene stretto come una trave di faggio in una morsa.
All’improvviso un fascio di luce proveniente dall’alto lo avvolge e la temperatura si abbassa drasticamente. Bastano pochi secondi perché il ragazzo si senta gelare fino alle ossa, piccoli frammenti di ghiaccio cominciano a comparire sui suoi capelli. I respiri pensanti di lui producono fasci di vapore che, uno ad uno lo avvolgono dalla testa ai piedi.
Dal vapore si comincia ad intravedere qualcosa che cambia nell’oscurità. Il nulla comincia a schiarirsi, fino a scomparire del tutto materializzando intorno al ragazzo un ambiente nuovo: sembra un ufficio. Dalla finestra si vedono corridoi di filo spinato, baracche di legno e pochi edifici in pietra. Da uno di questi edifici spuntano due comignoli alti e neri, in mattoni anche questi, dai quali esce un fumo nero come il nulla che fino a poco prima avvolgeva l’esile e nuda figura di R. Il tutto è coperto di candida neve proveniente da un cielo più grigio che mai.
Il ragazzo comincia a guardarsi attorno: alle pareti dell’ufficio sono appese molte foto in bianco e nero, incorniciate, raffiguranti uomini nudi e visibilmente denutriti messi in fila uno affianco all’altro, come una foto segnaletica di gruppo. Quello che colpisce la sua attenzione, però, è un ritratto appeso alla sua destra: è più grande di tutte le foto presenti nell’ufficio, anche la cornice è di miglior fattura, e ritrae un uomo con dei ridicoli baffetti, i capelli pettinati con la riga a destra, in uniforme bruna e svastica al braccio sinistro. Non è la figura a far raggelare R, ma gli occhi del ritratto… sono fissi su di lui e sono lucidi, come se stessero beneficiando di vita propria.
Il ragazzo fa per indietreggiare, ma si accorge che non riesce a muovere i piedi. Abbassa lo sguardo e nota che il ghiaccio avvolge le sue gambe fino al ginocchio, impossibile riuscire a camminare intrappolato com’è.

INDEFINITO
“Finalmente ci hai raggiunti”

Compare una sagoma alta e scura che però si mantiene fuori dalla luce che ancora avvolge il corpo nudo e tremante di R.

R
“Chi è?!”

Questa volta la sua voce riesce a trovare via libera nell’atmosfera che poco a poco si fa sempre meno pesante. Però il freddo rimane eccome. La sagoma, si riesce a distinguere una figura umana con indosso un qualsiasi cappello da ufficiale, fa un passo verso R mantenendosi però al di fuori del recinto di luce. Al suo avvicinarsi, la temperatura sembra irrigidirsi ancora di più, ma la sagoma non sembra soffrirne.

INDEFINITO
(urlando)
“Chiamami per grado brutto pezzente. Io sono Sturmbannführer, e tu sei un cane ebreo”

L’immediata reazione di R è quella di rispondergli con qualche insulto, ma l’autorità sprigionata da quella voce e la paura che prova in quel momento prendono il controllo delle labbra, pian piano fino al cervello, fino a dominare in pieno le sue capacità articolative. Il ragazzo ormai è un giocattolo completamente succube alla volontà del suo potente interlocutore.

R
(intimorito)
“Come desidera, Sturmbannführer”
Sturmbannführer
“Così va meglio. Da oggi tu sarai il numero 655321. Mi hai sentito, teppa?”
R
“Sì, Sturmbannführer…”
Sturmbannführer
“Molto bene. Bisogna imporre la disciplina a voi ratti ebrei. Non avete rispetto di niente e di nessuno. Avete fatto in modo che il nostro paese mostrasse le chiappe per farsi montare a turno dai paesi avversari e ovviamente inferiori, ed ecco quello che vi meritate adesso che vi abbiamo scovati uno ad uno: o rimanere tre giorni e tre notti appesi per il collo o venire impallettati per bene al Muro della Morte oppure venir soffocati dal gas che abbiamo creato apposta per voi. Devo ammettere che la terza è la pena che preferisco. Voi siete un nugolo di anime dannate, e noi siamo la legge del divino contrappasso”

Una scintilla di follia risplende per un attimo negli occhi della sagoma. R non sa cosa dire. Non sa dove si trova. Cosa ci fa lui, tutto nudo, davanti a quel pazzo?
Lo Sturmbannführer continua a riversare parole su parole offendendo gli ebrei, quella che chiama “razza impura e meritevole di tortura e giusta morte”, ed elogiando il suo popolo, quello che chiama “razza ariana”. La mente di R ormai si è trasferita altrove, non può più ascoltare i deliri emanati da quella scura sagoma.

Sturmbannführer
“Ora veniamo a noi… Devi sapere che l’onore di entrare in questo ufficio è riservato a pochi. Che cosa pensi che si faccia qui dentro?”
R
“Non ne ho idea, Sturmbannführer”
Sturmbannführer
“Qui dentro ci entrano solo gli ebrei che mi piacciono, e che potrei decidere di mantenere in vita per un po’. Ma solo se fanno i bravi…”

R non riesce a capire ciò che la sagoma gli sta dicendo. Fare i bravi? Ma che significa?!
In quel momento la sagoma fa un nuovo passo verso il ragazzo, entrando pian piano nel recinto di luce. Appaiono due stivali di pelle nera tirata completamente a lucido.
Un altro passo e appaiono i pantaloni grigi di un’uniforme da ufficiale nazista.
Un altro passo e compare il busto dell’uomo che si nascondeva nell’ombra, al petto ha appuntata una svastica che splende di luce propria. Il viso rimane coperto dalle tenebre tranne per quella scintilla di insana follia che continua a splendergli negli occhi.
La sagoma si ferma.
Le mani dell’ufficiale raggiungono i pantaloni della divisa. La cintura si slega. I pantaloni si aprono. Le mutande si abbassano.
R si ritrova davanti al pene eretto dell’ufficiale nazista. Tutt’a un tratto una risata comincia a rimbombare nell’ufficio ancora avvolto dall’ombra. In quel momento R capisce tutto.

Sturmbannführer
“Vieni qui piccolo ebreo!”

Il ghiaccio che intrappola i piedi del ragazzo si scioglie in un battibaleno, senza nemmeno lasciare qualche goccia d’acqua sul pavimento. R non riesce lo stesso a muoversi, la sua mente e i suoi organi sono ora preda dell’ufficiale nazista.
Pochi secondi ed il corpo del ragazzo viene scaraventato contro la scrivania, viene rialzato e posizionato a novanta gradi con le braccia appoggiate al piano, piedi a terra e gambe aperte.
R lo sente entrare con forza. Il dolore si impadronisce del suo corpo. Le lacrime si fanno strada attraverso gli occhi.
Avanti e indietro, avanti e indietro. Ad ogni spinta fa sempre più male, e con la coda dell’occhio il piccolo ebreo riesce a vedere l’ufficiale nazista godere come un vecchio porco in calore, manca solo la lingua di fuori. Gli cadono perfino delle gocce di sudore sul vecchio volto rugoso.
L’ufficiale spinge ancora più forte.
L’urlo del ragazzo echeggia tra le pareti, riuscendo a coprire la risata che ormai da qualche minuto continua ad echeggiare all’interno dell’ufficio.

14/08/1979 ore 00.01
Il turno di notte in ospedale sembrava non finire più. Era sempre così da un anno a questa parte. L’Infermiera Love non ce la faceva più. Aveva cominciato la professione con la passione più sfrenata che un essere umano potesse presentare, ma ora era stanca. Possibile che toccasse sempre a lei il turno più pesante?! Doveva imparare a impuntarsi e a farsi valere, ma non ne era capace. Non da quando quel porco di suo marito l’aveva mollata per una puttanella che lavorava in uno strip-bar. Quella sporca puttana a quell’ora stava senz’altro strusciando le tette contro qualche cliente troppo ubriaco e disperato per capire che otto dollari per una birra e trenta per una palpata a quelle tettone flaccide sono troppi. Ma suo marito non sembrava lamentarsi della sua nuova vita, almeno non con lei.
Ah, brutti pensieri. Meglio pensare a finire il giro della corsia.
Nelle camere 1, 2, 3 e 4 era tutto a posto. I pazienti stavano bene. Ora toccava alla 6, dato che la 5 era vuota.
Accelerando il passo, l’Infermiera Love arrivò alla stanza 6 e vi entrò. In ogni camera, quando si mettevano i pazienti a letto, si teneva sempre una luce molto debole per facilitare il compito delle infermiere del turno notturno. “Un giorno o l’altro devo ringraziare il genio che ha avuto questa bella pensata”, pensò l’infermiera mentre si avvicinava al letto sul quale stava sdraiato R.
“Povero ragazzo, guarda come si è ridotto”.
Si era affezionata ad R, anche se non avevano avuto ancora l’occasione di scambiare quattro chiacchiere insieme. Il paziente dormiva da giorni e giorni, ma non era in coma. Era come caduto in un sonno ristoratore per riprendersi da chissà quale stress.
L’infermiera si fermò un attimo a guardare il volto del ragazzo. La parte destra del giovane viso era parzialmente nascosta da una fasciatura che gli copriva la ferita. Aveva applicato lei stessa quella medicazione e, come tutte le infermiere che fanno bene il loro lavoro, ne andava fiera. Era una fasciatura perfetta, né troppo stretta né troppo larga… perfetta. “Mi sa che ti toccherà portare i segni di quella ferita per tutta la vita, piccolo caro”. Il taglio era bello profondo e partiva dalla fronte per poi arrivare fino alla guancia destra, disegnando una sorta di arco sul quel bel visino. Meno male, però, che il giovane aveva la testa più dura di quello che ci si sarebbe potuti aspettare. Non presentava la benché minima frattura nel punto in cui era stato colpito.
L’Infermiera Love si accorse che si era attardata troppo a fissare il paziente, doveva ancora finire il turno. Si girò verso il tavolo che si trovava a destra del letto e vi posò le varie cartelle cliniche, estraendo dopo qualche secondo quella relativa ad R.
Si girò nuovamente verso R dando un’occhiata a ciò che era scritto sui vari fogli. Alzò gli occhi per controllare nuovamente il paziente, e per poco gridò per quello che vide.
R era steso poggiato sulla spalla destra con tutti i muscoli che sembravano contratti per un unico grande sforzo. Due occhi sgranati che fissavano intensamente l’infermiera. L’ago della flebo, tirato dalla posizione in cui il ragazzo versava, era uscito dalla vena. Un rivolo di sangue stava ora rigando il braccio del ragazzo cadendo sulle linde lenzuola.
Il ragazzo aprì la bocca e gridò. R si era svegliato.

To be continued…

E.

5 agosto 2010

Baby, Jude pt.8

babyjude_thumb7_thumb2_thumb

10/08/1979 ore 01.12
Era veramente tardi, ma per un amico si fa questo ed altro. Soprattutto se quell’amico ha il suo unico nipote in ospedale. Sono cose che si fanno con piacere, anche se si ha la certezza che il favore non verrà per forza ricambiato, ma va bene così. Certe cose scorrono lisce solo se le lasci andare e non pensi a tutte le possibili conseguenze, per la maggior parte dei casi delle grandissime stronzate, che potrebbero afferrare la tua vita e strizzarla come uno straccio stretto dal pugno chiuso di una vecchia lavandaia.
Davvero una bella serata, forse un po’ deprimente all’inizio. Ma sulle cause dell’iniziale apatia non ci si può lamentare, cose che succedono a chiunque.
Tenendo il volante con la mano sinistra, Mr. FARMER estrasse dal pacchetto una sigaretta e, dopo aver strofinato il fiammifero sulla striscia di cartavetrata che aveva appositamente fissato sopra l’autoradio, la accese. In quel momento un cerino ancora fumante uscì volando dal finestrino dalla parte guidatore.
Chissà se G era ancora sveglia. In quei pochi giorni passati da quando era tornata dal padre non aveva fatto che piangere tutto il giorno, chiusa nella sua nuova camera ancora spoglia dal passaggio delle varie passioni giovanili. A volte verso le cinque del mattino, orario perfetto per iniziare una giornata di lavoro nei campi, Mr. FARMER la trovava stesa sul letto, ancora vestita e con il bel viso macchiato di lacrime di disperazione.
Doveva avere pazienza: la morte di una madre non è cosa facile da buttar giù.
Con gli occhi fissi sulla vecchia strada, Mr. FARMER cominciò a pensare a L, e a come avrebbe potuto funzionare il loro matrimonio se solo lui non avesse voluto condurre a tutti i costi la vita di campagna. Invece che abitare nella vecchia fattoria di famiglia si sarebbe trasferito in una casetta di una zona residenziale di una grande città, sua moglie gli avrebbe preparato le frittelle tutte le mattine e gli avrebbe dato il buongiorno con il sorriso sulle labbra e un bicchiere di succo d’arancia in mano. Poi lui si sarebbe recato in ufficio, lasciando la moglie sola in casa ad occuparsi delle faccende domestiche e della spesa giornaliera. Di pomeriggio, L sarebbe andata a trovare le amiche che non facevano altro che scambiarsi le ricette delle torte più buone del mondo, sostenendo sempre che il segreto era quel pizzico di noce moscata in più. G avrebbe avuto tanti amici, e col passare degli anni avrebbe passato anche un mucchio di fidanzatini dagli ormoni impazziti, visto che è una bella e intelligente ragazzina. Alla sera, Mr. FARMER sarebbe tornato a casa e si sarebbe messo a tavola con le due persone che tanto amava e adorava. Dopo cena si sarebbe tenuta la consueta e insapore scopatina con la mogliettina che pian piano diventava sempre più fredda e poi a letto presto che la mattina dopo sarebbe ripartito il solito giro. Una sintesi perfetta del Sogno Americano.
“Mille volte meglio sentire il puzzo del letame e della benzina agricola”, pensò Mr. FARMER con una nota di disgusto e buttando fuori dal finestrino la sigaretta ormai ridotta ad un mozzicone. Dopo pochi minuti la macchina imboccò il polveroso viale di casa.
“Spero solo che questa notte G si decida a dormire come si deve”.

Mr. FARMER entrò in casa e chiuse la porta pian piano per evitare di fare troppo rumore nel caso che G si fosse messa a dormire. Non sentiva alcun rumore. Molto bene.
Mentre saliva le scale in punta di piedi, sempre per evitare di far troppo baccano, sentì dei debolissimi gemiti. G era ancora sveglia. Quando arrivò davanti alla porta chiusa della camera di sua figlia, i lievi lamenti inondarono le sue orecchie, riempiendolo di una tristezza infinita. Gli occhi gli si inumidirono. Lentamente aprì la porta.
La piccola lampada posta sul comodino affianco al letto emanava una luce debole, contro la quale si stagliava la figura di G, seduta sul letto e con i piedi a terra, che tremava per il troppo pianto.

Mr. FARMER
(con tono apprensivo)
“Ciao tesoro… vuoi che ti porti un bicchiere di latte caldo?”

La figlia non rispose, continuava a singhiozzare disperatamente in preda al pianto.

Mr. FARMER
(con tono apprensivo)
“Tesoro… ti ho chiesto se vuoi del latte caldo…”

Ancora nessuna risposta.
Molto lentamente Mr. FARMER si avvicinò al letto su cui stava seduta G e, arrivato davanti a lei, le si sedette affianco. Il materasso era veramente morbido. Passarono pochi ma lunghissimi minuti di silenzio, rotti soltanto dall’infantile disperazione di G.
Ormai straziato da quei deboli lamenti, Mr. FARMER posò il braccio destro sulle spalle della figlia e la attirò a sé. L’abbracciò calorosamente, e mentre la teneva stretta la confortava con le solite frasi che si dicono ai giovani quando muore un caro: “la mamma è in un posto migliore”, “la mamma ti voleva bene”, “non è stata colpa tua”, ecc.
A quel punto, i deboli gemiti si trasformarono in una cascata di lacrime amare. A volte le coccole servono, e se somministrate nella dose giusta fanno il loro effetto quasi immediatamente, ovvio che il momento di estremo sfogo c’è sempre. Dopo pochi minuti i lamenti si quietarono e G levò lo sguardo incrociando gli occhi del padre. I bellissimi occhi verdi della ragazzina erano umidi di pianto, e vedendo questo a Mr. FARMER si strinse il cuore in una morsa di dolore.

Mr. FARMER
“Va meglio ora?”
G
(singhiozzando debolmente)
“Un pochino sì…”
Mr. FARMER
“Sappi che io sono qui per te. Siamo finalmente sotto lo stesso tetto. Io e te, senza interferenze”

La figlia lo abbracciò. Era un abbraccio che veniva da dentro, quel genere di gesti spontanei e sinceri che difficilmente si scordano durante tutta una vita.
Ora dovevano andare avanti, tutti e due. Non potevano piangere sul latte versato, la vita continua… con o senza le persone care.

Mr. FARMER
“Sai, prima sono stato dal mio vicino V. E mi ha detto che gli piacerebbe che tu e suo nipote R facciate amicizia, sempre se si rimetterà dal brutto colpo che ha preso”
G
“Mi piacerebbe moltissimo… non conosco ancora nessuno qui. Ci sono solo campi su campi su campi. E quando vai a lavorare mi sento sempre molto sola”
Mr. FARMER
“Piccola mia… lo so che questo è un bel cambiamento per te. Ma la vita va avanti. Bisogna tirare avanti, nonostante i sacrifici che la vita richiede”
G
“Sì papà, lo so… Ma mi manca la mamma”

Da quella semplice ammissione di debolezza, nella mente di Mr. FARMER cominciarono a scorrere le immagini degli anni di matrimonio con L. Pochi ma intensi anni, spazzati via dalla poca attitudine che L nutriva per la dura vita di campagna. Si ricordava come se fosse ieri il giorno in cui la moglie gli si parò davanti, tenendo la figlia di sei anni per mano, annunciandogli il suo addio definitivo alla vita agricola. La lite fu furibonda e Mr. FARMER non ebbe nemmeno il tempo di salutare l’amata figlia. Quello verso cui agitò la mano fu solo il polverone sollevato dalla macchina della moglie che fuggiva da quella che lei giudicava essere una vita senza stimoli e passioni.
Il giorno della separazione cominciò il lento ma inesorabile declino di Mr. FARMER. Un declino dettato dall’alcool e dal lavoro. In cuor suo non aveva mai smesso di amare L e di pensare costantemente a G, ma sapeva che non avrebbe mai ottenuto l’affidamento della figlia. La madre era quella più qualificata: si era trovata un lavoro per bene e stava con un omettino per bene dell’alta società. Per quanto amasse ancora L, Mr. FARMER non fece una piega quando dovette firmare le carte del divorzio. Entrò nello studio dell’avvocato, firmò e se ne andò via, prendendo con sé solo le specifiche che riguardavano gli alimenti che ogni mese avrebbe dovuto versare alla moglie per il mantenimento della figlia. Quella stessa figlia che ora lo guardava con dolcezza infinita.

Mr. FARMER
“La mamma manca a tutti e due, tesoro mio. Ma non dobbiamo arrenderci. Non dobbiamo farci vedere deboli da questa vita. Dobbiamo ritrovare la forza di rialzarci nonostante tutte le volte che veniamo messi al tappeto”
G
“Sì papa… ti prometto che da oggi non piangerò più”
Mr. FARMER
“Tesoro mio… non ho mai detto che non ti voglio vedere piangere. Sappi che non c’è nulla di male. Mi dispiace solo di vederti disperare tutte le notti, senza uscire dalla tua camera e senza conoscere la tua nuova casa e la tua nuova vita”
G
(asciugandosi le ultime lacrime)
“Ti voglio bene papà”
Mr. FARMER
“Te ne voglio anch’io, tesoro”

Mr. FARMER si alzò dal letto, e lasciò che la figlia ci si sdraiasse sopra, pronta per la prima sana dormita nella nuova casa. Senza far rumore si diresse verso la porta della camera e, una volta arrivato sull’uscio di essa, si girò per dare un’ultima occhiata a G.

Mr. FARMER
“Domani comincerà una vita migliore… per tutti e due”
G
“Buonanotte papà”
Mr. FARMER
“Buonanotte tesoro”

La luce della camera si spense.
Mr. FARMER chiuse la porta della camera di G e in punta di piedi andò in camera sua.
Pochi minuti dopo era già steso a letto. Voleva leggere qualche pagina del nuovo romanzo che aveva comprato da pochi giorni, ma il cervello gli rispose con un secco “NO!”. Cominciò a pensare alle poche ma sincere parole che sua figlia gli aveva rivolto poco prima. A quel punto il contadino cominciò a piangere, tenendosi una mano premuta contro la bocca per non far fuoriuscire il benché minimo lamento.
“Domani smetto di bere… è una promessa, tesoro mio”.
La luce della camera si spense, e tutta la fattoria diede finalmente la sua buonanotte al mondo.

To be continued…

E.

3 agosto 2010

Baby, Jude pt.7

babyjude_thumb7_thumb2_thumb

09/08/1979 ore 23.00
Mr. FARMER tracannò l’ennesimo bicchiere di Whiskey, guance rosse e occhi stanchi.
Quella mattina aveva deciso che avrebbe fatto visita al suo vicino di fattoria V, per parlare un po’ dell’incidente di R e così cercare di tirarlo su di morale. Poi non vedeva l’ora di parlargli anche di un altro argomento, ma per ora il più importante era R.
Era già da un’ora che erano lì seduti a bere, e la conversazione non era stata delle più brillanti, non reggeva il minimo confronto con quelle lunghe chiacchierate che i due si facevano di tanto in tanto davanti ad una bottiglia di buon Whiskey e con musica rilassante come sottofondo.
“Quasi quasi è meglio se alzo i tacchi e lo lascio in pace a pensare”, pensò Mr. FARMER, versandosi un paio di dita di buon sciacquabudella nel bicchiere. Avrebbe dovuto capire da subito che il vecchio non era in vena di parlare, soprattutto dopo ciò che era successo al ragazzo, veramente una brutta gatta da pelare. Diede un rapido sguardo a V. Il vecchio non sembrava essere in cattiva salute, ma lo sguardo fisso sulla bottiglia di Whiskey non era molto rassicurante. C’era una scintilla in quegli occhi, sembrava una nota di inquietudine, quell’angoscia che ti mangia dentro, quella derivante dal portare sul groppone segreti orribili che non puoi svelare nemmeno ad un amico fidato.
La situazione stava diventando insostenibile, l’aria si stava facendo pesante. Silenzio imbarazzante. Ora l’unico rumore era il ticchettio dell’orologio a muro appeso in cucina sopra al frigorifero.
TIC TAC TIC TAC TIC TAC…
“Basta! Comincio a vuotare il sacco per primo, vediamo se si riprende”

Mr. FARMER
“Lo sai che ho ottenuto l’affidamento di G?”
V
(come riprendendosi da un’apnea mentale)
“Ah sì?! Aspetta… stai parlando di tua figlia?”
Mr. FARMER
“Eh già…”
V
“E come hai fatto a spuntarla contro il giudice e la tua ex-moglie? Non aveva forse detto che la madre era l’unica idonea a far crescere la piccola?”
Mr. FARMER
“E’ così infatti. Ma vedi, tre giorni fa mi è arrivata una telefonata dal mio avvocato: in quattro e quattr’otto, senza lasciarmi il tempo di parlare o replicare, mi ha detto che la mia ex era morta e che il far crescere G sarebbe stato compito mio”
V
“L morta? E come è successo?”
Mr. FARMER
“La polizia sospetta che si tratti di suicidio, ma le prove confermano la loro tesi in modo inoppugnabile. L è stata trovata sul pavimento del salotto, con una 38 in mano e un foro di proiettile in mezzo alla fronte… Mi hanno anche detto che la ferita presenta tutti i segni di essere stata fatta a bruciapelo, quindi non dovrebbero esserci dubbi secondo me”
V
“E G come ha reagito?”
Mr. FARMER
“E’ stata proprio lei a trovarla, povera piccola. Quella mattina si è svegliata per fare colazione e si è trovata davanti a quello scempio”
V
“Mio Dio… e ora?”
Mr. FARMER
“Eh, il giorno stesso è entrata in casa mia. Povera bambina, non fa che piangere per tutto il giorno. Se ne sta chiusa in camera sua e piange, piange e piange. Non so se portarla da uno psicologo o che altro. Tu che dici?”
V
“Beh, prima di tutto evita gli psicologi, sono solo una mandria di bonaccioni pervertiti che si eccitano ad ascoltare le turbe mentali dei loro pazienti. Se poi il paziente in cura è attraente una bella scopata consolatoria, ma che verrà definita come parte essenziale del cammino curativo, è garantita”
Mr. FARMER
“Ma dai… molte persone hanno detto di aver risolto tutti i propri problemi consultandoli”
V
“No, no, no, no… ascoltami. Ho io una cura migliore: l’amicizia con un altro ragazzino che si sente solo. Proviamo a far conoscere mio nipote a G, sempre sperando che R si svegli dallo stato in cui versa, e poi vedrai che iniziando a giocare e ad abbandonarsi alla spensieratezza infantile che li dovrebbe accumunare, e che dovrebbe essere parte integrante di ogni bambino, cominceranno a mettere da parte il passato e a pensare al futuro con gioia”
Mr. FARMER
“Quante belle parole… ma ne sei sicuro?”
V
“Ne sono certo, quasi”
Mr. FARMER
“E allora proviamo a fare così…”
V
“Tu come ti senti?”
Mr. FARMER
“Ancora non lo so, sinceramente… ho sempre pensato a L con amore, ma ora come ora non so ancora cosa provare…”
V
“E’ normale quando una persona cara viene a mancare così di punto in bianco, non ti devi preoccupare più di tanto”
Mr. FARMER
“Una persona cara… Diavolo! Mi ha mollato in mezzo alla merda e dopo sette anni dal divorzio mi ritrovo ad amarla ancora”
V
“Cose che capitano… d’altronde in un divorzio c’è sempre uno dei due che ne esce con il cuore spezzato”
Mr. FARMER
“Non penso sai, ma di sicuro questa volta è andata così…”
V
“Ti va di parlarne?”
Mr. FARMER
“Farei volentieri a meno, ma un altro bicchiere di quello lo prendo”
V
“E allora brindiamo…”
Mr. FARMER
“Era ora, vecchio della malora”

I bicchieri tintinnarono, ed un lungo sorso di buon sciacquabudella cadde attraverso le gole dei due. Veramente buono.
L’atmosfera si era finalmente rilassata, la conversazione era cominciata e stavano tutti e due molto meglio. La sensazione che provoca il ghiaccio che comincia a squagliarsi in piccole gocce dopo un silenzio imbarazzante, come quello di poco prima, è una sensazione unica al mondo. Ti rilassa a tal punto da non provare più paura per quello che potresti dire dopo qualche goccetto di troppo. Adesso anche la musica sembrava avere nuova profondità e sonorità rispetto a prima.
Una sigaretta avrebbe ravvivato ancora di più l’atmosfera. I due, contemporaneamente, presero i rispettivi pacchetti dal tavolo. Pall Mall Rosse per Mr. FARMER e Lucky Strike per V. Sempre contemporaneamente, i due sfregarono i fiammiferi e si accesero il rispettivo palo della vittoria. Estasiante. Il fumo saliva seducente e sensuale, disegnando mille curve di donna nella sua lunga e lenta salita verso l’infinito.

Mr. FARMER
“Allora dimmi… come sta R?”
V
“Mah, le condizioni sembrano stabili. Continua a dormire. Non è in coma né in altre cazzate del genere. Dorme e basta”
Mr. FARMER
“Quindi sembra che non sia successo niente di grave?”
V
“No pare proprio di no. La botta alla testa è abbastanza brutta, ma il dottore, a seguito dei vari esami eseguiti sul testone di R, mi ha detto che guarirà in fretta. La mazza di quel cazzo di amico di mio nipote ha solo beccato il punticino esatto per fargli perdere quasi tutta la memoria, o almeno spero che non sia tutta”
Mr. FARMER
“Stavo ripensando a quello che ho detto una sera da te: che questi ragazzi dovrebbero vivere durante la guerra per capire cos’è la famiglia e imparare ad accontentarsi delle semplicità che la vita offre. Beh, penso che i nostri due ragazzi abbiano subito fin troppo per sentirsi dire altre cose di questo tipo”
V
“Esatto! Un brindisi ai nostri due ragazzi. E ad una lunga amicizia”
Mr. FARMER
“Parole sante, vecchio mio. Parole sante…”

I bicchieri tintinnarono tra loro per la seconda volta in pochi minuti. Le ennesime sorsate di Whiskey si riversarono dentro i corpi dei due amici. Veramente buono.

To be continued…

E.