29 aprile 2010

Baby, Jude pt.4

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02/07/1976 ore 00.34
Lo sguardo di zio Adolf si perdeva nell’oscurità che lo circondava finché, all’improvviso, la porta si spalancò ed apparvero le sagome di R e V. Il vecchio buttò R all’interno dello sgabuzzino, il regno indiscusso di zio Adolf. Lo sguardo gelido che traspariva dalla foto si fermò subito su R, corpo nudo e cosparso di bianche gocce di sperma sulla schiena e sulle natiche.

zio Adolf
”Il ragazzo ha avuto la solita razione oggi?”
V
”JA, mein Führer, come sempre”
zio Adolf
”Bene. Sappiamo tutti e due che certe abitudini sono inguaribili e dure a morire”
V
”Come anche molti ricordi, Führer. E se posso permettermi, non sono affatto ricordi spiacevoli”
zio Adolf
”Ottimo lavoro, SturmbannFührer. Uno dei migliori”
V
(commosso)
”Danke mein Führer…Danke…”

V chiuse la porta di scatto e l’oscurità avvolse R come una nero sudario. Meno male che filtrava uno spiraglio di luce dalla base della porta, tanto bastava per accendere le candele poste sul candelabro a sette braccia o Menorah, come probabilmente l’avrebbe chiamato uno dei tanti uomini nudi e visibilmente denutriti che comparivano su circa una ventina di foto appiccicate alle pareti dello sgabuzzino. Chissà se anche a loro toccò subire ciò che suo nonno gli faceva ogni giorno da qualche mese. Non poteva saperlo, ma forse la risposta risiedeva in quelle vecchie foto ingiallite dal passare del tempo.
La luce delle candele cominciò a splendere, finalmente l’oscurità ritrasse un poco il suo mantello dal corpo nudo e violato di R. A quel punto cominciarono a sgorgare le lacrime. Lacrime amare che pareva non si stancassero mai di rigare le lisce guance di R. Lacrime amare che andavano ogni volta a bagnare il lurido pavimento del cencioso sgabuzzino.
R si stese a terra, si raccolse in posizione fetale e continuò piangere. Non riusciva a smettere. Non riusciva a fermarle quelle dannate lacrime. Non riusciva a capacitarsi del fatto che suo nonno gli facesse subire quell’orrore senza nome ogni giorno. Non riusciva nemmeno a parlarne con qualcuno. E con chi avrebbe potuto farlo?

zio Adolf
”Ciao piccolo ebreo”
R
(singhiozzando)
”Lasciami in pace tu…”
zio Adolf
”Ti sembra questo il modo di parlare al tuo caro zio Adolf?”
R
(asciugandosi le lacrime)
”Ti parlo come mi pare e piace. Soprattutto perché tu non sei reale”
zio Adolf
”Lasciamo perdere per un momento ciò che è reale e ciò che non lo è. Anzi, discutiamone. E’ reale o no ciò che tuo nonno ti fa?”
R
”Sì”
zio Adolf
”E allora vedi?! Ciò che tuo nonno ti fa subire non sarebbe concepibile in altri luoghi, ma qui sì. Quindi sono reale anch’io? Certo che sì…non sei d’accordo?”
R
(rimane in silenzio)
zio Adolf
”Vedo che non hai capito. Io sono allo stesso livello degli stupri che tuo nonno ti costringe a subire ogni giorno, con un tocco di gioia da parte mia. Io sono reale in questa casa”
R
”No…per me non lo sei”
zio Adolf
”Infatti mi stai parlando. Stai interloquendo con una foto attaccata al muro. In altri posti questo la direbbe lunga sul tuo stato mentale”
R
”Stai zitto!”
zio Adolf
”Guarda guarda là! Oh tuo nonno si è divertito eh?! Riesco a sentire il puzzo di quello sperma fin qui. Come mi piacerebbe divertirmi con te”
R
(scoppiando in lacrime)
”Basta! Taci! Taci! Taci!”
zio Adolf
“Guardatemi, guardatemi. Sono una piccola checchina ebrea che si fa scopare dal nonno a gratis”
R
(piangendo e tappandosi le orecchie)
”Vattene!”
zio Adolf
”Lo sai che non me ne andrò finché non sarai tu ad uscire da questa stanza”

Intanto, in salotto, V ascoltava con piacere gli urli di suo nipote. Dopo il sesso, l’ascoltare un po’ di sano delirio lo rilassava molto. Questa volta decise di accompagnare quegli urli con un disco adatto. Si alzò a fatica dalla poltrona e arrivò allo scaffale su cui teneva i suoi vinili, i suoi tesori. Cominciò a scorrere le dita sulle copertine rigide finché trovò quello che faceva al caso suo: il “Nessun Dorma”.
La puntina venne appoggiata sul bordo del disco che girava. V si accese una sigaretta e cominciò a gustarsela.
“Nessun Dorma…Nessun Dorma…”
Le note composte da Puccini cominciarono a risuonare nel salotto, incastonandosi perfettamente con la dolce luce soffusa e tremolante emanata dal caminetto. Il vecchio si mise davanti al caminetto, gustandosi la sua sigaretta, ad ammirare le fiamme. Chiuse gli occhi, e dopo pochi secondi li riaprì: si trovava in un teatro, davanti ad una platea molto affollata ed avvolta dalle fiamme. Lui era il direttore d’orchestra, ed il tenore, insieme a suo nipote R incatenato e sanguinante, si esibiva sul palco seguendo la suadente musica che lui dirigeva. Le urla di R si incastonavano stupendamente con la voce del tenore ed il sottofondo di violini. Un sorriso di compiacimento apparve sul volto di V mentre la sua ombra, proiettata sul palcoscenico dalle fiamme che avvolgevano gli spettatori della platea, sembrava quella del direttore d’orchestra degli Inferi.
“VIINCEEEEEEEEEEEEEEEERRRROOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!”
Un esplosione di musica, voce e urla strazianti di bambino.
Un trionfo.
La musica e le urla cessarono, e il sorriso di compiacimento rimase stampato sul viso di V come una cicatrice.

To be continued…

E.

27 aprile 2010

Grindhouse: quando anche un fake trailer ha un certo stile…e qui ce ne sono cinque!

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Oggi pomeriggio me ne sono andato a spasso per il web, Ovviamente, la prima scelta ricade su YouTube, e cosa scopro?! Eh Eh!
Molti di voi avranno presente il fake trailer di Machete, inserito all’inizio del film Grindhouse: Planet Terror. Bene, oggi ho scoperto che, nei paesi anglofoni, i fake trailer inseriti nel ciclo Grindhouse sono ben cinque! E secondo voi potevo fare a meno di mostrarveli?! NO!

MACHETE
Regia: Robert Rodriguez
Cast: Danny Trejo, Cheech Marin, Jeff Fahey


DON’T!
Regia: Edgar Wright
Cast: Jason Isaacs, Simon Pegg, Nick Frost


WEREWOLF WOMEN OF THE SS
Regia: Rob Zombie
Cast: Nicolas Cage, Udo Kier, Sheri Moon Zombie, Tom Towles, Sybil Danning, Bill Moseley


THANKSGIVING
Regia: Eli Roth
Cast: Jay Hernandez, Michael Biehn


HOBO WITH A SHOTGUN
Regia: Jason Eisener, John Davies, Rob Cotterill
Cast: David Brunt

E.

Infradito & Armani, los favoritos de James Hetfield

Hetfield in Milan

Dire che l’immagine si commenta da sola: F-A-N-T-A-S-T-I-C-A!!! E io che mi ritenevo “strano” a mettermi le magliette di Spongebob o a girare per casa in accappatoio e pantofole con i cuoricini. Per chi non lo sapesse, il bellimbusto in infradito è James Hetfield, cantante dei Metallica, in tenuta I Love Shopping.

E.

24 aprile 2010

It’s a Good Day to Die….ma crepa!!!!!!!!

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Piccola pausa dai racconti. Stop per un paio di post.
L’altro giorno stavo navigando a vela per il web e, cercando non mi ricordo che, ho scoperto l’esistenza di un capolavoro(?) del cinema: Starship Troopers 3(2007). Non voglio essere troppo cattivo…ma ce n’era bisogno? Il primo film era una mezza fetecchia, una fuffetta fatta anche benino per quello(gli effetti speciali erano molto belli per i tempi). Se il primo era fuffetta, il secondo è fuffa totale, per dirla tutta non mi ricordo neanche la storia tanto mi ha entusiasmato(che culo eh?!).

Ma non sono qui per criticare un film(il terzo) i cui effetti speciali sembrano presi dal primo Starcraft, in cui torna il pornostar/colonnello Johnny Rico, in cui gli insetti sono più finti che in un film degli anni ‘30(aspettatevi la recensione)…NO! Sono qui per portarvi a conoscenza dell’unica genialata che c’è nel film.
E allora ecco a voi il mitico Sky Marshall con la sua “It’s a Good Day to Die”. Canzone che, se si aggiungessero le chitarre elettriche, e ci fosse Eric Adams alla voce, potrebbe passare benissimo per una canzone dei Manowar. Devo ringraziare questa fuffa di film: da oggi il mio mentore sarà lo Sky Marshall!!!
Buon ascolto ;-) It’s a good day….

E.

20 aprile 2010

Baby, Jude pt.3

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01/07/1976 ore 21.00
V sedeva sulla sua poltrona in salotto. Il fumo della sigaretta che stava fumando fluiva in aria formando dolci e sensuali curve.
Erano passate parecchie ore dal momento in cui aveva visto R scomparire nel campo di granturco. Ma lo sapeva: sarebbe stato ritrovato da qualche proprietario delle fattorie vicine; su questo non aveva dubbi.
Proprio in quel momento sentì bussare.
V si alzò lentamente dalla poltrona e si avviò con passo tremante, segno dei suoi sessantacinque anni, verso la porta d’ingresso.

V
“Chi è?!”
Mr. FARMER
”Sono Mr. FARMER…ho una sorpresa per te…”
V
”Riguarda per caso un povero cucciolo trovatello che hai trovato, sempre per caso, nel tuo campo?!”
Mr. FARMER
”Esatto”
R
”Si, sono io nonno”
Mr. FARMER
”E adesso V, che ne dici di farmi entrare e magari offrirmi qualcosa con cui mi possa sciacquare la gola?”
V
(aprendo la porta)
”Ma certo…prego prego…”

Quando l’uscio fu completamente aperto si trovò davanti un tremante e sudicio R, pieno di graffi sul viso, sulle mani e sulle gambe, segno della lunga corsa attraverso il campo di granturco.

V
”Con te facciamo i conti più tardi. Ora, vai a lavarti!”

R entrò in casa e si diresse subito in bagno, al piano di sopra. V lo seguì con sguardo severo finché non fu certo che il ragazzo fosse veramente diretto verso il bagno. Quando sentì la porta del cesso chiudersi si girò verso Mr. FARMER che era ancora fermo sul portico.

V
”Ma prego mio caro, entra pure che ti offro un po’ di sciacquabudella”
Mr. FARMER
”Tu mi tenti, vecchio porco. Lo sai bene che non posso resistere alla tua brodaglia”

Dopo 5 minuti V e Mr. FARMER erano seduti al tavolo della cucina, tracannando Whiskey e parlando spensieratamente del tentativo di fuga di R. Il giradischi suonava una dolce melodia, era la famosissima “Das ist Berlin” di Marlene Dietrich.

Mr. FARMER
”Certo che i ragazzi di oggi non sono mai contenti di niente. Non riesco a capire come facciano a non capire di essere così fortunati a non vivere negli anni Quaranta”
V
”Eh lo so. Non si riesce a capire cosa gli passi per la testa certe volte. Se avessi fatto una cosa del genere ai miei genitori, pace all’anima loro, non ne sarei uscito sano una volta tornato a casa”
Mr. FARMER
”Dovrebbero solo provarla, la guerra, anche solo per capire il valore della casa e della famiglia”
V
”Devo comunque ammettere che R non è come tutti gli altri ragazzi. Cristo, ha perso i suoi genitori. Non sai quanta fatica faccio ad accompagnarlo, ogni volta che vuole, in cimitero. Ogni volta mi viene da piangere solo a pensare ai suoi poveri genitori”
Mr. FARMER
”Ma scusa, hai mai provato a portarlo da uno psicologo?! Alla fine è come un trattore. Se è rotto lo porti dal meccanico”
V
(ridendo)
“Che contadinotto del cazzo che sei”
Mr. FARMER
“Infierisci infierisci”
V
”No beh, scherzi a parte. Niente stronzate, niente santoni. Secondo me la cosa migliore da fare, con un bambino di quell’età, è lasciarlo giocare libero e spensierato. Senza farlo intaccare troppo presto dalle preoccupazioni di questa vita che ti riserva merda anche se non la cerchi”
Mr. FARMER
”Amen fratello. Sai, mi sarebbe piaciuto avere un nonno come te…”

I due cominciarono a ridere e brindarono per l’ennesima volta ai vecchi tempi.

Quando R uscì da bagno, Mr. FARMER se n’era già andato da un pezzo. Sembrava però che il nonno si fosse fermato ancora in salotto, seduto sulla sua poltrona preferita a tracannare Whiskey e fumare una sigaretta dietro l’altra. Meglio così, forse non l’avrebbe visto per quella sera.
Si diresse allora verso la propria camera. Le vecchie assi di legno del pavimento scricchiolavano sotto i suoi furtivi passi.
Non accese nemmeno la luce della sua camera, era sufficiente il raggio di luna che entrava dalla finestra aperta. Si buttò a letto…ancora nudo. Dalla finestra entrava una lieve brezza fresca che gli carezzava la pelle nuda e ancora un po’ umida. Era bellissimo. Si stiracchiò a lungo e poi rimase steso sul letto, senza nemmeno infilarsi sotto le coperte, godendo semplicemente di quella lieve brezza serale.
Era così rilassato che cominciava a lasciarsi alle spalle quello schifo di giornata come se non fosse mai esistita.
Era così rilassato che non sentì nemmeno il nonno che si alzava dalla poltrona e che saliva le scale.
All’improvviso la luce della camera si accese. R si destò a fatica dallo stato di dormiveglia in cui era, girò la testa e si trovò davanti suo nonno, appoggiato con la spalla sinistra allo stipite della porta. Il vecchio porco gli fissava il corpo nudo ed invitante, massaggiandosi il pacco con la mano destra.

V
”Siamo già pronti a far festa eh?!”

Certe abitudini sono inguaribili…ma R urlò lo stesso.

To be continued…

E.

18 aprile 2010

Lo, There do I See my Father…

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Lo, there do I see my father.
Lo, there do I see my mother.
And my sister and my brother
Lo, there do I see the line of my people
Back to the beginning.
Lo, they do call to me,
They bid me take my place among them
In the halls of Valhalla
Where the brave may live
forever.

Ecco, là io vedo mio padre
Ecco, là io vedo mia madre
E le mie sorelle e i miei fratelli,
Ecco, là io vedo tutti i miei parenti defunti
Dal principio alla fine.
Ecco, ora chiamano me,
Mi invitano a prendere posto in mezzo a loro
Nella sala del Valhalla
Dove l'impavido può vivere per sempre.


Come dimenticarsi della preghiera normanna presente nel film “Il 13° Guerriero”.
Parole forti, dure. Prodotto di un popolo duro, credente in una religione i cui valori vengono tramandati e radicati nell’animo della persona. Parole che, con la loro forza, possono spazzare via tutte le preghiere della religione cristiana. Ovviamente non sto dicendo che la religione cristiana è spazzatura, anzi. Per come la vedo io ogni religione può essere imperfetta in quanto creata dall’uomo, imperfetto anche lui…ma questo è un altro discorso. 
Queste sono quelle parole che riescono a far innamorare un uomo, parole che non rimangono rinchiuse nella loro astrattezza, ma che abbracciano la dimensione terrena in cui il credente vive dandogli un sottofondo mistico. Tanto per dire: gli dei delle religioni cosiddette “pagane” erano tutte figure rappresentanti ciò che l’uomo vedeva ogni giorno. Non erano semplici divinità che dopo aver creato il mondo se ne stavano là in alto ad osservare e giudicare. Erano divinità che aiutavano l’umanità nel lavoro, nei momenti di svago e nella guerra; che si ritrovavano in tutti gli aspetti della vita, e non solo in Chiesa o in qualche crocifisso appeso al muro. Sto dicendo che abbiamo bisogno di parole del genere per aver la forza di andare avanti di giorno in giorno e non solo di privazioni, negazioni e parvenze di peccato. Con la paura l’uomo non vive una vita a lui consona. Come può un uomo vivere una vita serena se gli viene detto che ad ogni angolo si nasconde un peccato mortale o baggianate simili? Riusciamo a pensare ad un peccato più atroce del lavaggio di cervello o la storpiatura della realtà? 
Per come la vedo io sono da condannare quelle persone che hanno ridotto la Fede all’andare in Chiesa tutte le domeniche e poco altro. Esistono sempre le eccezioni, ovviamente, ma quanti di voi hanno visto o sentito persone che vanno a Messa solo per farsi notare? Oppure che ci vanno solo per non fare in modo che il paese sparli di loro? Quanti di loro credono veramente? E perché io non posso essere sacerdote di me stesso? Siamo ridotti al punto che un uomo non sposato, e che non conosce le vere problematiche di una famiglia, consiglia le famiglie che si ritrovano con problemi più grandi di loro…paradosso.

E.

14 aprile 2010

Baby, Jude pt.2

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01/07/1976 ore 15.35
Il pallone da calcio rimbalzava sul prato tagliato di fresco. L’ombra dei pini e la leggera brezza autunnale erano per R un toccasana dopo una mattinata passata a scuola.
R non aveva molti amici. Da quando i genitori erano morti non riusciva a socializzare molto facilmente. I pochi amici che aveva erano solo quelle amicizie scolastiche, inutili, che si sviluppano tra i banchi di scuola: qualche parola ogni tanto, ma niente di più.
Perciò la palla rimbalzava sempre contro un muretto o un tronco di pino. Ma per ora R stava bene così: la solitudine gli riusciva spontanea e non lo avrebbe di certo aiutato il raccontare a qualcuno ciò che accadeva dentro quella casa…o meglio, nello sgabuzzino.
Le ore passate a fissare tutte quelle facce in bianco e nero, al lume di candela, in compagnia di un crocifisso trafitto da svariati chiodi, rappresentavano per lui una buona parte della giornata. Giornate che parevano tutte uguali. Di certo non erano adatte ad un bambino della sua età. Ma questo R non lo sapeva, e stava cominciando ad accettare quella realtà come se fosse la normale routine della vita di ogni essere umano.
Quando il nonno lo chiamava in casa, R non poteva nemmeno correre a nascondersi nell’enorme distesa di granturco che si estendeva per diversi chilometri quadrati dietro a casa sua; il nonno l’avrebbe trovato e allora sarebbero stati dolori. Meglio subire in silenzio ciò che gli veniva fatto piuttosto che subire una qualche punizione ben peggiore.
Ancora immerso nei suoi pensieri, R diede un calcio tremendo al pallone che andò a finire tra il granturco.
Uff! Proprio lì doveva finire”.
Con passo svogliato, R si incamminò nella stessa direzione che aveva preso il pallone e si addentrò nella fitta giungla di granturco.
Dopo cinque minuti buoni riuscì a trovare il pallone. C’era qualcosa di strano però…un cinguettio acuto.
R si chinò, raccolse la palla e rimase quasi stupefatto nello scoprire che sotto di essa vi era un passerotto. Il povero uccellino sembrava avere un’ala spezzata, perché si muoveva molto disordinatamente rimanendo comunque a terra.
R rimase a guardarlo per qualche minuto ancora, finché non allungo il piede destro e calpestò con forza l’aletta spezzata del passerotto. Il cinguettio si fece più acuto e frenetico. A quel punto R tolse il piede dall’ala, sollevò il pallone sopra la testa e, facendo appello a tutte le sue forze, lo lanciò contro il passerotto ferito.
Il cinguettio svanì. Ora si udiva solo il rumore soffice e caldo che fa il vento quando scuote i campi coltivati.
R si chinò, raccolse la palla e non rimase stupefatto di quello che vide: il passerotto era completamente schiacciato; gli organi interni erano fuoriusciti in parte dal becco ed il resto del corpicino sembrava appena fuoriuscito da un ciclostile.
Di sicuro qualche micio apprezzerà il lavoro che ho fatto”.

V
“Ragazzo! Torna in casa!”

In quel momento tutti i pensieri riguardanti l’accettazione di ciò che gli faceva fare il nonno scomparirono dalla mente di R. Succedeva sempre così, e la paura cominciò a farlo tremare come una foglia secca scossa dal vento di novembre, come sempre. Non voleva andare dal nonno. Non voleva ripetere ancora quelle cose disgustose. Non voleva passare ancora delle ore dentro lo sgabuzzino.
Senza rendersene conto, R cominciò a correre.

V
“Ragazzo! Non farmelo ripetere! Il nonno ha bisogno di te!”

La voce del nonno andava perdendosi nel vento. Ora R era a quasi cinquecento metri dalla casa…e voleva allontanarsi ancora e ancora e ancora. Non si era nemmeno preso il disturbo di prendere con sé il pallone, forse non ne avrebbe avuto bisogno durante la fuga. Mentre correva, pensando a tutte le cose che si lasciava dietro, cominciarono a comparire delle lacrime, che ben presto andarono a bagnargli le guance.
Forse questo primo tentativo di fuga sarebbe andato a buon fine.
R lo sperava. Lo sperava con tutto il cuore…

To be continued…

E.

13 aprile 2010

Ritorno alle origini: tra libri, racconti, studio e titoli del cazzo

SVACCO

Veramente tanto tempo che non scrivo un post di svacco. Non mi ricordo nemmeno l’ultima volta che mi sono seduto alla poltrona con la voglia di scrivere e basta, senza pensare all’argomento, senza freni al cervello e fottendosene di quello che sarebbe venuto fuori.

Frankenstein-halloween ilmulino Ed eccoci qua: ricominciate le lezioni. Oggi ho dormito per tre quarti d’ora buoni durante la lezione di Letteratura Inglese I. Comunque lo studio sembra andar bene: ho già letto “Frankenstein”, una buona fetta de “Il Mulino sulla Floss” e studiato una buona parte del programma di Letteratura Spagnola I. Manca solo che mi decida a star dietro al B1 di Spagnolo e all’esame di Lingua Inglese I. GNAAAAAAAAAAAA!

“Baby, Jude” ha subito il rallentamento che temevo. Non riesco ad andare avanti. E’ già una settimana che provo a scrivere la seconda parte, ma è inutile. Ci riproverò anche stasera però.
Senza freni, senza freni…non posso, non voglio fermarmi.
In questi giorni mi è tornata la voglia di andare su al Vajont. A passare una giornata in compagnia della mia donna e ricordando tutto quello che successe quel tragico 9 ottobre del 1963. Ho persino riletto il libro di Tina Merlin, “Sulla Pelle Viva”.

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Ci vorrebbe un viaggetto. Non voglio certo una meta all’estero. Mi basterebbe una settimanella al mare, in compagnia della mia fidanzata e degli amici. Una settimana all’insegna del divertimento e dello svacco. Una settimana piena di birra, cibo e fancazzismo assoluto. Una settimana in cui lasciare alla porta l’anno appena passato.
E poi, di corsa sui libri per passare i pochi esami che mancheranno al completamento di questo primo anno ad editoria. Come vedete è un circolo vizioso…
Non l’hai messo dentro…finché non l’hai messo dentro…

E.

8 aprile 2010

Non sarà perché sei l’uomo nero?

pubblicato su Scrivendo.it


Ed eccomi qui da voi carissimi. Questa sera mi sono rimesso a guardare “La Macchina del Capo”, spettacolo teatrale di Marco Paolini(attore italiano che apprezzo moltissimo). Guardandone l’inizio mi è venuto in mente un mio vecchio post su Mr E’s Archive, in cui raccontavo un fatto a cui avevo assistito una mattina in stazione. E così ho deciso di romanzare, in qualche modo, il tutto.
Il titolo ovviamente l’ho preso dallo spezzone iniziale dello spettacolo.

E sul mio treno, papi o re, saranno tutti uguali a me...”
                                          Marco Paolini, La Macchina del Capo
 

Erano le sette e venti del mattino. L'aria fresca del mattino, che a settembre inoltrato comincia a farsi quasi fredda, cercava di penetrare tra i vestiti. Questo piaceva ad E, lui adorava il freddo.
Quella mattina E si era svegliato alle sei, doccia e preparazione della sua persona compresa la borsa dei libri in poco più di venti minuti, per riuscire a prendere il treno Villafranca-Verona delle sette. Ora era lì che aspettava che arrivasse il treno con a bordo la sua donna per poi recarsi in università insieme a lei.
In quei giorni ci si doveva ancora abituare alla sveglia di buon ora. Per prenderci la mano E aveva adottato il vezzo di ascoltare musica dal suo iPod, così almeno si sarebbe svegliato quel tanto che bastava per riuscire a non sbagliare treno: una delle cose più fastidiose che esistono al mondo. Una volta, preso il treno per tornare a casa, E cominciò a leggere un libro. Le poltrone erano così comode e la giornata era stata così sfiancante che il ragazzo si addormentò, risvegliandosi solo a Rivoltella, una stazione fantasma a venti chilometri da casa. Quel giorno gli ci volle un'altra ora per poter varcare finalmente l'uscio di casa. Che fastidio quando capitano episodi simili.
Meglio non pensarci, ora lui era lì per aspettare la sua donna. E ovviamente per prepararsi psicologicamente ad un'altra giornata di lezioni. Pensava già all'ottima colazione che avrebbe fatto al bar dell'università: cornetto e cappuccino, un appuntamento quasi fisso per gli amanti del genere, sempre se hai soldi abbastanza. Altroché i pasti frugali e insipidi, che E chiamava “il mattiniero”, fatti ai tempi delle scuole superiori quando per colazione si intendeva o una schiacciatina o un Mars, con sciacquata di gola di Coca Cola, comprati ai distributori automatici.
Che bella la vita dell'universitario. Sono le piccole cose come la colazione che ti aiutano ad andare avanti in una giornata di studio e lezioni. Sono quelle le cose che possono cambiarti completamente la giornata e portarla a tuo favore. La colazione è importante, a volte anche più del pranzo. Ovviamente dopo la colazione rimani basito fissando il malloppo che ti devi studiare quel giorno, ma ti consoli pensando che hai scelto tu quella tortura e che è tutto per il tuo bene futuro.

VOCE DELLA STAZIONE
Il treno regionale 2... 7... 0... 3... 6... 3... diretto a Mantova partirà dal binario 10, invece che dal binario 6”

“Grazie VOCE DELLA STAZIONE, ho un altro treno di pendolari da veder partire”.
Ad E piaceva assistere alla partenza di un treno. Gli piaceva notare anche i più piccoli particolari delle persone che si affrettavano a salirvi o anche di quelle che erano già sedute sulle poltrone a leggere il giornale. Ecco, il quotidiano era il suo particolare preferito. E si divertiva a vedere salire sul treno i vari tipi di lettori: le persone più anziane con “il Giornale”, “Libero” o “Il Corriere della Sera” sotto braccio(tanto E sapeva che poi avrebbero letto solo le notizie sullo sport) e poi i giovani che leggevano “l'Unità” o “La Repubblica” o “Il Fatto Quotidiano” anche mentre camminavano, non dando troppa importanza al fatto di dover salire in tempo sul treno: meglio essere in ritardo che non informati. Ogni volta che vedeva queste scene, E ghignava divertito e passava subito al passeggero successivo.
Questa volta il treno per Mantova partiva dal binario vicino al suo, quindi E poté godersi il solito spettacolo: i controllori che fanno avanti e indietro, le donne che chiedono una mano per far salire le enormi valigie che si portano appresso(ma che ci metteranno dentro?!), gli anziani che sgambettavano qua e la per non far tardi e i soliti bell'imbusti con la loro sigaretta in una mano ed il biglietto in bella vista in quell'altra. Anche E decise di accendersi una sigaretta. Buona.

VOCE DELLA STAZIONE
Il treno regionale 2... 7... 0... 3... 6... 3... diretto a Mantova è in partenza dal binario 10”

“Ormai ci siamo”, pensò E controllando l'ora sul cellulare. Pochi minuti e non vi erano più persone sulla banchina. Stava per partire sul serio.
Si accendono i motori. Il solito puzzo di carburante bruciato entra nelle narici di E, facendogli apparire salutare la sigaretta che tiene tra le labbra.
Sul treno, il controllore si posiziona dietro le porte ancora aperte per dare il segnale di chiusura. Proprio in quel momento, dal sottopassaggio compaiono tre ragazzi di colore, visibilmente senza fiato, che corrono verso il treno ormai in partenza. Il controllore non ha ancora dato il segnale, le porte sono aperte. Nella corsa i ragazzi neri (che per comodità si chiameremo R1, R2 e R3) riescono a infilarsi le mani in tasca e ad estrarre i biglietti. Erano già convalidati. E a quel punto accadde una cosa che E non si sarebbe mai aspettato di vedere in una stazione dei treni: il controllore diede il segnale di chiusura porte e le porte del treno si chiusero davanti a lui. Per poco R1 non ci andò a sbattere contro. Ma il treno non era ancora partito. R1, R2 ed R3 cominciarono a battere le mani contro le porte del treno, ma non ricevettero risposta dal controllore che, nel frattempo, cominciò a dirigersi verso la cabina di guida.
“Fa che il controllore non l'abbia fatto apposta”, pensò E tentato di andare verso il treno per richiamare l'attenzione del controllore verso i tre ragazzi rimasti chiusi fuori.
Con uno scatto R2 raggiunse il finestrino precedente a quello dell'autista aggrappandosi alla sbarra di ferro che in quel punto sporge.

R2
Capo! Facci salire! Abbiamo il biglietto!”

Nessuna risposta. Sembrava che quella mattina per il controllore non fosse passata la fatina dell'udito.

R2
Facci salire, capo! Dobbiamo andare al lavoro!”

Questa volta una reazione la ottengono. Come risposta il controllore apre il finestrino, sporge la testa e comincia a inveire contro R2.

CONTROLLORE
”Parti! Vai via! Negro di merda! Sei buono solo a sputare per terra come un maiale! Mettiti una cravatta e vai a lavorare, pezzente!”

A quel punto il treno partì e il ragazzo di colore ebbe la prontezza di abbandonare la salda presa che lo ancorava alla barra di ferro.
E cominciò a sentire una strana sensazione dentro di lui. Si vergognava. Non immaginava che si potesse arrivare a tanto. Non immaginava nemmeno che certe cose potessero accadere nel suo paese che si definiva libero e accogliente. Gli sembrava di vivere in un America a caso degli anni '50. Non riusciva ancora a crederci. Rimase ancora per qualche minuto a fissare il treno che lentamente prendeva velocità e si allontanava dalla stazione di Verona Porta Nuova. Si vergognò persino di condividere con il controllore la nazionalità che tanto amava e di cui era tanto orgoglioso. Gli era capitato spesso di assistere alla cacciata dai treni di persone sprovviste di biglietto ed E, in questi casi, ha sempre condiviso questa applicazione della legge: se non hai il biglietto non hai il diritto di stare sul treno in mezzo ad altre persone che magari hanno più problemi di te, ma che hanno regolarmente pagato. Ma se un essere umano è dotato di regolare biglietto convalidato ha tutto il diritto di godersi il viaggio in treno per il quale ha pagato... anche se ha la pelle verde e bianca.
Mentre pensava a queste cose E vide che il treno proveniente da Legnago, sul quale viaggiava la sua dolce metà, stava arrivando. “Adesso le racconto tutto... magari ci scriverò anche qualcosa”, pensò E buttando via la sigaretta ormai ridotta ad un mozzicone e preparandosi a dare il buongiorno a colei che tra poco sarebbe scesa.

E.

6 aprile 2010

Regression

Miei adoratissimi! Finalmente mi sono deciso a pubblicare il racconto che ho presentato qualche mese fa per il corso Creative Writing.
Le prime righe sono solo una sorta di presentazione, richiesta per giunta dalla professoressa che sosteneva il corso. So che l’intero racconto non è un granché e che è pure abbastanza scontato(sembra scritto da un bambino), ma lo ritengo lo stesso molto importante in quanto mi ha ridato la voglia di scrivere. Spero che lo apprezziate :-)


Funeral_Fog_by_UnchainMyHeart
Funeral Fog by UnchainMyHeart

“This story is dedicated to my grandmother.
This is a dream that has persecuted me for many years after my grandmother’s death. I’ve chosen that dream because I think that it is a piece of a mystery that persecutes all the mankind from age to age: the binomial God-Suffering”


Regression

The fire lights up my face and my mind starts to go away. The smoke of my cigarette flies up to the air, like a dream catcher that brings my thoughts to escape in an another dimension.
Life, death, everything starts to rotate on my brain in a sort of trance, a mind soup that enlarge a sort of void sensation.

Things of my past life invades all the parts of my body, making me feel bad and sick, but only one of that memories has the force to pass through my ego and destroy it: my grandmother’s funeral. I perfectly remember that event, better than other ones.
In that day the sky was covered by black clouds and the wind was blowing like a Odin’s scream.
The funeral took place in my grandmother’s hometown, a small village on the Alps of Friuli Venezia Giulia. When the priest finished the Mass I started to cry, and I felt that tears began to run down on my face; even though I was only 9 years old, I knew that I wouldn’t have seen her again. I knew that she would have read no more fables to me…she wouldn’t have played with me… Why does God want you in heaven? Why does he make me feel bad like this?
In that moment my mother hugged me, and she started to encourage me; she told me about angels, absence of pain, sainthood, God and paradise. But her words were useless…my faith was severely tested in that day. At the end of the funeral I damned God, ‘cause he stole me an earth’s angel to bring him to his Right.

Shit! The cigarette burned my fingers!
Damn…what a pain.
Damn…My glass of wine is empty!
Snorting I rise up from the armchair directing myself towards the kitchen, when a voice starts to call me on my back. ”Emanuele…Emanuele”…I recognize it. I turn myself back and, suddenly, my grandmother appears in front of me, in a smoking black cloud. Her figure is surrounded by a brilliant white light and she’s dressed with a white shroud.
“It’s not possible, you’re dead!” I scream to her when she starts to come towards me.
“Believe me, everything is possible…”, her voice sounds like the blowing of wind, “I come here for you, my baby. I’m proud about you…and you’re strong enough to know the truth..”.
I can’t believe that, my grandmother is in front of me twelve years after her death. I can’t think brilliantly and the only words that can go out trough my mouth are “The truth? About what?”. She rises up the arms towards me and, after a minute, she says “About my death…Don’t blame God for it. It was the cancer that have stolen me…”. In that moment she starts to dissolve herself and, in about a minute, she vanishes in the air.
Now I know the truth.
Now I can be forgiven by God.
Now I can stop with alcohol.
Thank you Grandmother…now I can start to live again.

E.

4 aprile 2010

Baby, Jude pt.1

babyjude Non lo so come funziona il mio cervello. Oggi pomeriggio non avevo niente da fare e quindi decisi di pensare ad un nuovo racconto. Dalla piccola idea che avevo, risalente a due giorni fa, è venuta fuori una storia che mi fa paura. Non riesco ancora a capire come mi sia riuscito di pensare una tale storia. Giudicate voi…

 


CAPITOLO 1: V

01/10/1975 ore 12.35

PRETE
”...e dona loro eterno riposo, o Signore. Il giusto sarà sempre ricordato, non temerà annunzio di sventura. Assolvi, Signore, le anime di tutti i defunti da tutti i vincoli dei loro peccati, possano meritare di evitare il giudizio finale per la tua grazia, e godano beati della luce eterna”

Se ne erano andati, tutti e due, e io avevo solo 8 anni. I miei genitori erano morti a causa di un incidente stradale. La polizia sostenne che fossero ubriachi al momento dell'impatto e che non si fossero accorti quasi di niente. Io li vidi i loro corpi: schiacciati dalle lamiere contorte, con la testa piegata in avanti e le cinture di sicurezza ancora allacciate. Mia madre, al posto di guida, non aveva più una porzione di cranio e il grigio cervello, a momenti, avrebbe fatto cucù e le sarebbe caduto in grembo.
Mio padre invece non aveva più né il braccio né la gamba destra; li ritrovarono, più tardi, ad un centinaio di metri più in là del luogo dell'impatto.
In Chiesa hanno dovuto chiudere le bare per non rendere partecipi anche gli altri parenti dell'orribile scempio che erano i corpi martoriati dei miei. La cerimonia non riuscii a mandarla giù. Il prete parlò di morte come punto essenziale dell'esistenza umana...beh, che si fotta. Devo ammettere che la sensibilità dei preti in queste occasioni è davvero deplorevole. 'Fanculo anche a loro.


01/10/1977 ore 14.30
La svastica appuntata al petto del vecchio scintillava della luce proveniente dalle finestrelle dello scantinato. Il scintillio seguiva il ritmo dei movimenti. Non c’è nome per definire ciò che V stava facendo subire a suo nipote R.

V
”Ah…Ah…piccolo sporco ebreo…fai contento il tuo comandante…”
R
(singhiozzando)
”Sì…il mio comandante…”
V
(assestando una frustata alla schiena di R)
”Devi chiamarmi per grado, piccolo cencioso ebreo del cazzo…se no ti sbatto nello sgabuzzino…”
R
(singhiozzando)
”Ja, Sturmbannführer…”

Ogni giorno era così. Appena R tornava da scuola V gli si parava davanti, vestito con una vecchia uniforme delle SS, e lo portava giù in scantinato, dove lo faceva vestire con una camicia a strisce completa di fascia da braccio con impressa la Stella di David, e praticava su di lui le più perverse fantasie sessuali.
In questo momento, V lo stava montando da dietro. Le lacrime che versava il ragazzino lo facevano eccitare ancora di più. Cominciò a muoversi sempre più velocemente, facendo scivolare con forza il pene all’interno dell’ano del bambino, il quale cominciò a emettere dei piccoli gridolini di dolore. Dopo pochi istanti se ne venne sulla schiena di R. Qualche goccia di sperma finì a terra.

V
“Uff…Leccalo…leccalo tutto…”
R
“Nonno ti prego, no…”
V
“Leccalo brutto idiota…e chiamami per grado!”
R
”No, questa volta no. Ti prego nonno, ti prego…”
V
(frustando la schiena di R)
“Leccalo! Leccalo! Lo sai che quando ti lamenti così fai proprio schifo? Leccalo! Leccalo!”
R
(piangendo di dolore)
“Ja, Sturmbannführer…”

A quel punto R cominciò a leccare tutto lo sperma dal pavimento dello scantinato e V stette a guardarlo finché non finì. Non erano mancate le volte in cui V se ne era venuto dritto in faccia, o in bocca, al bambino. Lo eccitava la pantomima che inscenavano.
Normalmente, dopo esserselo scopato, V chiudeva R in uno sgabuzzino tappezzato di foto di Adolf Hitler e dei maggiori vertici del partito Nazionalsocialista tedesco; tra queste vi era anche qualche foto pornografica dell’epoca e qualcuna che ritraeva degli uomini nudi e completamente denutriti che si coprivano le parti intime.
Molte volte invece adorava farsi fare un pompino e basta.

To be continued…

E.