31 ottobre 2010

La gnot dai muarz pt.1 - Prologo




      “Foglia morta ed arancione,
       cadi scossa dal vento.
       A terra la zucca ghignante
       attende le sue orde di mostri ridenti.

       Questa notte i morti cavalcheranno veloci,
       al suon di campanelli e rituali moderni,
       sentendo le strillanti
       ed elemosinanti di zucchero voci...”


   La neve cadeva fitta e il vento scuoteva i rami degli alberi con le sue fredde e sinuose lingue. Faceva così freddo che non si poteva uscire di casa senza prima avere indossato un pesante cappotto e magari anche una di quelle cuffie morbide che in inverno trovano il loro habitat naturale; e a dire la verità, avere al collo una morbida sciarpa di lana non avrebbe guastato per niente.
Buio.
Alla luce dei piccoli lampioni posti all'ingresso della casa in legno, la neve che copriva gli spogli rami emanava mille e mille bagliori, rendendo l'atmosfera circostante ancora più magica.
Quella casa tra i monti era l'unica nel raggio di chilometri e chilometri, ma il suo essere isolata era pari solo al suo aspetto accogliente. Le pareti erano di solido legno, testimonianza di un duro ed accurato lavoro di costruzione. Se la si guardava in pieno giorno, con il sole che la colpiva e la avvolgeva con i suoi caldi raggi, sembrava di ammirare una delle tante e tipiche cartoline provenienti dal SüdTirol, dalle Alpi austriache o dalla Baviera.
Dalle piccole finestre di vetro incorniciate in legno di noce traspariva una luce calda ed arancione, solo una debole eco del camino nel quale crepitava un fuoco ristoratore che si faceva in modo di non spegnere mai.
L'idea di bersi un buon bicchiere di vino rimirando quel fuoco aveva esortato più di un forestiero di passaggio a chiedere ospitalità, anche solo per qualche minuto. E ad ognuno di loro la padrona di casa offriva sempre qualcosa, tanto da mangiare e da bere ce n'era sempre in abbondanza.
Per essere fine ottobre faceva già un gran freddo, ma nei paesi di montagna può succedere questo ed altro. Sappiamo bene che se vivi tra le montagne devi temprarti a tal punto da aspettarti gli inverni più rigidi in assoluto. Per non contare le nevicate inaspettate.
Ad un tratto un figura tutta imbacuccata in coperte di lana aprì la porta d'ingresso e si diresse a piccoli passi verso il piccolo cancello di ingresso al giardino. Su uno dei due pali di legno che fungevano da sostegni al cancelletto vi era stata posta una zucca non molto grande, ma ben visibile anche in mezzo a quello che era il preambolo di una bella bufera. Dal terrificante ghigno e dagli occhi incisi su di essa veniva la luce arancione emanata dalla candela posta al suo interno, completamente incurante del vento e della neve circostanti.
La figura aprì il cancelletto e si piazzò davanti alla terrificante lanterna, fermandosi per un momento a rimirarla per bene. Poi la spolverò dalla neve che la ricopriva e si accertò che la fiamma della candela fosse viva.
Una volta finito la figura fece dietrofront e tornò in casa sbattendo la porta dietro di sé. Il calore del fuoco che ardeva nel camino posto in sala la avvolse nel suo caldo e confortante abbraccio. Con un rapido gesto la figura si scrollò di dosso le pesanti coperte che la ricoprivano e, da quell'ammasso di lana calda, ne uscì fuori una vecchietta tutto nervo e dai capelli color della neve. Schiena ben dritta, sguardo vispo e attento e denti sanissimi. Solo i grandi occhiali poggiati sul naso e il mare di rughe, mille onde che le tempestavano il volto, erano gli unici indizi sulla vera età di quella forte vecchietta.
In molti dicevano che la vecchietta avesse ormai cento anni, altri dicevano che ne aveva molti di più e che era già presente quando i loro nonni erano giovani. Sappiamo però come sono le voci di paese: spesso avvolgono e infamano coloro che scelgono di vivere in isolamento dal resto del mondo solo per vivere in tranquillità.
-Nonna Norma! Ho finito di lavarmi i denti!- gridò una voce di bimba che proveniva dal piano superiore. Le tavole di legno di cui erano fatti i pavimenti e i soffitti permettevano di sentire tutto quello che succedeva all'interno della casa.
-Brava la mia bambina! Mettiti a letto che arrivo subito!-
Norma si diresse verso la cucina dove, su uno dei fornelli della stufa a legna, un pentolino colmo di latte caldo emetteva un'invitante gorgoglio, segno che stava bollendo.
La cucina, oltre alla sala, era l'unico locale della casa dotato di riscaldamento, la cara e buona vecchia stufa. Norma non aveva mai voluto installare nemmeno un termosifone in casa, era già tanto se aveva accettato l'allacciamento alla corrente elettrica. Riusciva a sopportare con fastidio solo la piccola stufetta elettrica che sua figlia le aveva comprato per la camera da letto; un regalo inutile, ma non per sua nipote. Ora il piccolo termosifone era sempre al piano di sopra, dove Norma aveva ricavato dalla soffitta una piccola stanza per la sua adorabile nipotina che, ogni anno, le veniva affidata dai genitori durante i giorni dei morti e per qualche settimana in estate. Norma non era mai riuscita a capire il perché le venisse affidata proprio nel week-end dei morti, ma non le interessava. Adorava la sua dolce nipotina, e poi i bambini è meglio goderseli finché danno ancora retta alle storie raccontate prima del bacio della buonanotte, da una nonna che ne aveva viste veramente tante nella sua lunga e travagliata vita.
-Nonna Norma!-, la voce della bambina risuonò dal piano superiore.
-Arrivo stella mia, arrivo!- disse nonna Norma togliendo il pentolino dal fuoco e versandone il contenuto in due scodelle, che avrebbe poggiato poi su un vassoio di legno intagliato e ricamato di un motivo floreale.
I gradini di legno massiccio non fecero nemmeno il più debole scricchiolio quando Norma salì al piano superiore. Una volta salite le scale ci si trovava in una piccola anticamera, a destra c'era la porta di un minuscolo bagno, a sinistra quella di una specie di sgabuzzino e quella al centro era la porta della camera della sua amata nipotina. Norma aprì la porta centrale e si trovò davanti alla bellissima camera della sua cara Beatrice. Un letto a due piazze con un comodino alla sua destra, una vecchia sedia a dondolo, un armadio di legno massiccio e ceste su ceste ricolme di vecchi giochi appartenuti sia a Norma ché ai suoi figli. Ma la cosa più bella della stanza erano le decine di cornici appese al muro, nelle quali Beatrice aveva messo la stella alpina che la nonna le aveva regalato e una raccolta impressionante di farfalle e foglie secche colte nelle lunghe passeggiate nei boschi.
-Nonna, perché ci hai messo così tanto?-, la bambina se ne stava seduta sul soffice materasso scelto con cura dalla nonna, con le gambe incrociate e avvolte nella calda e pesante trapunta imbottita. Era una bambina bellissima: capelli lunghi color castano, occhi azzurri e curiosi e visetto magro dai lineamenti dolci. Quando faceva veramente freddo era un piacere rimirare l'espressione corrucciata che la bambina assumeva e il color rosso di cui le si tingevano le guance.
-Oh scusami cara, dovevo controllare la zucca e preparare il nostro latte caldo della buonanotte- le rispose Norma con un sorriso, appoggiando il vassoio sul comodino.
-Ecco qui la tua tazza, cara. Bevilo tutto, mi raccomando-.
Quando Beatrice cominciò a concentrarsi sulla tazza di latte Norma cominciò a guardarla, esaminando ogni suo più piccolo movimento, compiaciuta del gusto che la nipotina provava per quello che stava bevendo.
Che fortuna avere una nipote così dolce e curiosa. Non c'era mai un momento libero con lei: voleva camminare per i sentieri che si perdevano nel bosco non lontano da casa, raccogliere funghi e foglie secche, andare a caccia di farfalle, aiutare la nonna a spaccare la legna, darle una mano ad apparecchiare la tavola e imparare a tessere a maglia. Meno male che a Norma non era mai venuto in mente di installare un televisore. La magia che si creava tra nonna e nipote nei magici e spensierati momenti di gioco e di lavoro si sarebbe senz'altro sciolta. Meglio così, meglio educarli alla semplicità i giovani d'oggi, che con i tempi che corrono sono sempre più presi dalle mode e dai vizi.
-Finito!- gridò Beatrice sorridendo e rivelando la presenza di due bianchi baffi da latte.
Norma, che distolse lo sguardo per un attimo, si ritrovò una tazza vuota davanti agli occhi.
-Ma che brava la mia Beatrice-, Norma poggiò la tazza sul vassoio. Pulì i baffi di latte da sopra la bocca di Beatrice e poi bevve una lunga sorsata dalla sua tazza. Buono, caldo, pastoso. L'essenza della vita di montagna.
-Allora, che storia vuoi che ti racconti oggi?- chiese Norma poggiando la tazza sulla gamba destra e sistemandosi gli occhiali.
-Non lo so nonna...- rispose Beatrice con aria imbronciata.
-Come non lo sai... vuoi che ti racconti di Cappuccetto Rosso?-
-No-.
-La leggenda del tesoro dell'Orcul?-
-No-.
-Quella del drago di Udine?-
-No-.
-E allora cosa vuoi che ti racconti?-
Possibile che la nipote non volesse sentire una di quelle tre storie? Tra l'altro tra le sue preferite. Urgeva trovare una soluzione, e alla svelta. Norma cominciò a passare in rassegna tutte le storie di cui era a conoscenza, anche quelle che risiedevano nei più piccoli anfratti della sua chilometrica memoria.
-Vuoi che scelga io la storia?-
-Sì nonna, però una nuova. Ti prego-, cominciò a guardare la nonna con occhi supplicanti. Come si faceva a resistere a quei dolci occhioni.
Sì, ecco la storia.
-Che ne diresti tesoro se ti raccontassi una storia su Halloween?-
-No nonna, ho paura dei fantasmi-, l'esile figura di Beatrice sembrò farsi ancora più piccola di quello che era.
Norma scoppiò in una sonora risata.
-Tranquilla cara, non voglio parlarti di fantasmi e mostri che fanno paura, ma di come un giovinetto della tua età scoprì l'essenza della notte di Halloween-.
Il volto della piccola si illuminò, anche se non capì cosa significasse la parola essenza, -sì, sì, sì! Mi piace! Dai, racconta!- la voce della piccola si fece squillante.
-Va bene, cara. Però per prima cosa devi infilarti sotto la trapunta- le rispose la nonna alzandosi per rimboccarle le coperte.
La bambina si stese a letto e si coprì in un baleno, ansiosa di ascoltare la storia di quella festa che tanto l'aveva lasciata perplessa davanti alla televisione quando era a casa. Possibile che i genitori della bambina non le avessero ancora raccontato delle vere origini della festa di Halloween? Norma non sapeva se essere delusa o semplicemente rassegnarsi al fatto che i suoi figli non rispettavano le tradizioni. Eppure la festa rappresentava un'usanza immancabile e assodata da migliaia di anni nel loro sangue.
Norma le rimboccò le coperte con cura e poi si sedette sulla sedia che aveva disposto accanto al letto per le innumerevoli storie che doveva raccontare alla sua adorabile nipotina.
-Nonna?-
-Dimmi, tesoro mio-.
-Mi spieghi cosa vuol dire essenza?-
-Tesoro mio, potevi chiedermelo subito. Allora, essenza sta a significare il vero valore di una cosa, quella cosa da cui si parte per poi costruire altre cose-.
-Vuoi dire come la farina e le uova per fare una torta?-
Norma scoppiò in una seconda risata. Meccanismo affascinante la mente di una bambina di sette anni: riesce a capire le cose a lei sconosciute facendo gli esempi più disparati e improbabili. Ogni volta che Norma si sentiva fare certi paragoni non poteva non scoppiare a ridere.
La nonna si tolse gli occhiali e si asciugò le lacrime che le avevano appena rigato la guancia tanto aveva riso.
-Sì tesoro, più o meno come gli ingredienti per preparare una torta.-
-Dai, dai, dai. Comincia...-
-Dammi un secondo, piccola mia-, Norma raddrizzò la schiena sulla sedia e si preparò ad affrontare un lungo racconto. Cominciò a dondolare leggermente sulla sedia, facendo perno con i piedi, come se si stesse dando un ritmo per la narrazione.
Dopo qualche minuto Norma chiuse gli occhi per concentrarsi sulla storia. Quando li riaprì si trovò a rimirare la più bella bambina che avesse mai visto, e che in quel momento la stava guardando con occhi supplicanti e curiosi allo stesso tempo.
-Bene, che la storia abbia inizio...-


To be Continued...


E.

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