7 agosto 2010

Baby, Jude pt.9

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Nulla
Il suo corpo è nudo e sudato. L’oscurità lo avvolge.
“C’è qualcuno?”
La sua voce si perde nel buio, senza ottenere risposta. Il suo urlo non presenta il solito suono squillante e fastidioso, è come smorzata da un’atmosfera troppo pesante anche per far trasparire la sua voce. Non esiste il benché minimo eco.
Fa caldo. Il ragazzo si passa una mano per asciugarsi la fronte fradicia di sudore. Dai suoi capelli cadono piccole gocce di sudore. Non fanno rumore quando toccano terra. Sempre che di terra si possa parlare. Sembra che il nulla l’abbia inghiottito.
“C’è nessuno?”. Il secondo urlo fa la stessa fine del primo, smorzato da quella invisibile e impalpabile pesantezza.
Non c’è luce, non c’è ombra. C’è solo il nulla che lo avvolge e lo tiene stretto come una trave di faggio in una morsa.
All’improvviso un fascio di luce proveniente dall’alto lo avvolge e la temperatura si abbassa drasticamente. Bastano pochi secondi perché il ragazzo si senta gelare fino alle ossa, piccoli frammenti di ghiaccio cominciano a comparire sui suoi capelli. I respiri pensanti di lui producono fasci di vapore che, uno ad uno lo avvolgono dalla testa ai piedi.
Dal vapore si comincia ad intravedere qualcosa che cambia nell’oscurità. Il nulla comincia a schiarirsi, fino a scomparire del tutto materializzando intorno al ragazzo un ambiente nuovo: sembra un ufficio. Dalla finestra si vedono corridoi di filo spinato, baracche di legno e pochi edifici in pietra. Da uno di questi edifici spuntano due comignoli alti e neri, in mattoni anche questi, dai quali esce un fumo nero come il nulla che fino a poco prima avvolgeva l’esile e nuda figura di R. Il tutto è coperto di candida neve proveniente da un cielo più grigio che mai.
Il ragazzo comincia a guardarsi attorno: alle pareti dell’ufficio sono appese molte foto in bianco e nero, incorniciate, raffiguranti uomini nudi e visibilmente denutriti messi in fila uno affianco all’altro, come una foto segnaletica di gruppo. Quello che colpisce la sua attenzione, però, è un ritratto appeso alla sua destra: è più grande di tutte le foto presenti nell’ufficio, anche la cornice è di miglior fattura, e ritrae un uomo con dei ridicoli baffetti, i capelli pettinati con la riga a destra, in uniforme bruna e svastica al braccio sinistro. Non è la figura a far raggelare R, ma gli occhi del ritratto… sono fissi su di lui e sono lucidi, come se stessero beneficiando di vita propria.
Il ragazzo fa per indietreggiare, ma si accorge che non riesce a muovere i piedi. Abbassa lo sguardo e nota che il ghiaccio avvolge le sue gambe fino al ginocchio, impossibile riuscire a camminare intrappolato com’è.

INDEFINITO
“Finalmente ci hai raggiunti”

Compare una sagoma alta e scura che però si mantiene fuori dalla luce che ancora avvolge il corpo nudo e tremante di R.

R
“Chi è?!”

Questa volta la sua voce riesce a trovare via libera nell’atmosfera che poco a poco si fa sempre meno pesante. Però il freddo rimane eccome. La sagoma, si riesce a distinguere una figura umana con indosso un qualsiasi cappello da ufficiale, fa un passo verso R mantenendosi però al di fuori del recinto di luce. Al suo avvicinarsi, la temperatura sembra irrigidirsi ancora di più, ma la sagoma non sembra soffrirne.

INDEFINITO
(urlando)
“Chiamami per grado brutto pezzente. Io sono Sturmbannführer, e tu sei un cane ebreo”

L’immediata reazione di R è quella di rispondergli con qualche insulto, ma l’autorità sprigionata da quella voce e la paura che prova in quel momento prendono il controllo delle labbra, pian piano fino al cervello, fino a dominare in pieno le sue capacità articolative. Il ragazzo ormai è un giocattolo completamente succube alla volontà del suo potente interlocutore.

R
(intimorito)
“Come desidera, Sturmbannführer”
Sturmbannführer
“Così va meglio. Da oggi tu sarai il numero 655321. Mi hai sentito, teppa?”
R
“Sì, Sturmbannführer…”
Sturmbannführer
“Molto bene. Bisogna imporre la disciplina a voi ratti ebrei. Non avete rispetto di niente e di nessuno. Avete fatto in modo che il nostro paese mostrasse le chiappe per farsi montare a turno dai paesi avversari e ovviamente inferiori, ed ecco quello che vi meritate adesso che vi abbiamo scovati uno ad uno: o rimanere tre giorni e tre notti appesi per il collo o venire impallettati per bene al Muro della Morte oppure venir soffocati dal gas che abbiamo creato apposta per voi. Devo ammettere che la terza è la pena che preferisco. Voi siete un nugolo di anime dannate, e noi siamo la legge del divino contrappasso”

Una scintilla di follia risplende per un attimo negli occhi della sagoma. R non sa cosa dire. Non sa dove si trova. Cosa ci fa lui, tutto nudo, davanti a quel pazzo?
Lo Sturmbannführer continua a riversare parole su parole offendendo gli ebrei, quella che chiama “razza impura e meritevole di tortura e giusta morte”, ed elogiando il suo popolo, quello che chiama “razza ariana”. La mente di R ormai si è trasferita altrove, non può più ascoltare i deliri emanati da quella scura sagoma.

Sturmbannführer
“Ora veniamo a noi… Devi sapere che l’onore di entrare in questo ufficio è riservato a pochi. Che cosa pensi che si faccia qui dentro?”
R
“Non ne ho idea, Sturmbannführer”
Sturmbannführer
“Qui dentro ci entrano solo gli ebrei che mi piacciono, e che potrei decidere di mantenere in vita per un po’. Ma solo se fanno i bravi…”

R non riesce a capire ciò che la sagoma gli sta dicendo. Fare i bravi? Ma che significa?!
In quel momento la sagoma fa un nuovo passo verso il ragazzo, entrando pian piano nel recinto di luce. Appaiono due stivali di pelle nera tirata completamente a lucido.
Un altro passo e appaiono i pantaloni grigi di un’uniforme da ufficiale nazista.
Un altro passo e compare il busto dell’uomo che si nascondeva nell’ombra, al petto ha appuntata una svastica che splende di luce propria. Il viso rimane coperto dalle tenebre tranne per quella scintilla di insana follia che continua a splendergli negli occhi.
La sagoma si ferma.
Le mani dell’ufficiale raggiungono i pantaloni della divisa. La cintura si slega. I pantaloni si aprono. Le mutande si abbassano.
R si ritrova davanti al pene eretto dell’ufficiale nazista. Tutt’a un tratto una risata comincia a rimbombare nell’ufficio ancora avvolto dall’ombra. In quel momento R capisce tutto.

Sturmbannführer
“Vieni qui piccolo ebreo!”

Il ghiaccio che intrappola i piedi del ragazzo si scioglie in un battibaleno, senza nemmeno lasciare qualche goccia d’acqua sul pavimento. R non riesce lo stesso a muoversi, la sua mente e i suoi organi sono ora preda dell’ufficiale nazista.
Pochi secondi ed il corpo del ragazzo viene scaraventato contro la scrivania, viene rialzato e posizionato a novanta gradi con le braccia appoggiate al piano, piedi a terra e gambe aperte.
R lo sente entrare con forza. Il dolore si impadronisce del suo corpo. Le lacrime si fanno strada attraverso gli occhi.
Avanti e indietro, avanti e indietro. Ad ogni spinta fa sempre più male, e con la coda dell’occhio il piccolo ebreo riesce a vedere l’ufficiale nazista godere come un vecchio porco in calore, manca solo la lingua di fuori. Gli cadono perfino delle gocce di sudore sul vecchio volto rugoso.
L’ufficiale spinge ancora più forte.
L’urlo del ragazzo echeggia tra le pareti, riuscendo a coprire la risata che ormai da qualche minuto continua ad echeggiare all’interno dell’ufficio.

14/08/1979 ore 00.01
Il turno di notte in ospedale sembrava non finire più. Era sempre così da un anno a questa parte. L’Infermiera Love non ce la faceva più. Aveva cominciato la professione con la passione più sfrenata che un essere umano potesse presentare, ma ora era stanca. Possibile che toccasse sempre a lei il turno più pesante?! Doveva imparare a impuntarsi e a farsi valere, ma non ne era capace. Non da quando quel porco di suo marito l’aveva mollata per una puttanella che lavorava in uno strip-bar. Quella sporca puttana a quell’ora stava senz’altro strusciando le tette contro qualche cliente troppo ubriaco e disperato per capire che otto dollari per una birra e trenta per una palpata a quelle tettone flaccide sono troppi. Ma suo marito non sembrava lamentarsi della sua nuova vita, almeno non con lei.
Ah, brutti pensieri. Meglio pensare a finire il giro della corsia.
Nelle camere 1, 2, 3 e 4 era tutto a posto. I pazienti stavano bene. Ora toccava alla 6, dato che la 5 era vuota.
Accelerando il passo, l’Infermiera Love arrivò alla stanza 6 e vi entrò. In ogni camera, quando si mettevano i pazienti a letto, si teneva sempre una luce molto debole per facilitare il compito delle infermiere del turno notturno. “Un giorno o l’altro devo ringraziare il genio che ha avuto questa bella pensata”, pensò l’infermiera mentre si avvicinava al letto sul quale stava sdraiato R.
“Povero ragazzo, guarda come si è ridotto”.
Si era affezionata ad R, anche se non avevano avuto ancora l’occasione di scambiare quattro chiacchiere insieme. Il paziente dormiva da giorni e giorni, ma non era in coma. Era come caduto in un sonno ristoratore per riprendersi da chissà quale stress.
L’infermiera si fermò un attimo a guardare il volto del ragazzo. La parte destra del giovane viso era parzialmente nascosta da una fasciatura che gli copriva la ferita. Aveva applicato lei stessa quella medicazione e, come tutte le infermiere che fanno bene il loro lavoro, ne andava fiera. Era una fasciatura perfetta, né troppo stretta né troppo larga… perfetta. “Mi sa che ti toccherà portare i segni di quella ferita per tutta la vita, piccolo caro”. Il taglio era bello profondo e partiva dalla fronte per poi arrivare fino alla guancia destra, disegnando una sorta di arco sul quel bel visino. Meno male, però, che il giovane aveva la testa più dura di quello che ci si sarebbe potuti aspettare. Non presentava la benché minima frattura nel punto in cui era stato colpito.
L’Infermiera Love si accorse che si era attardata troppo a fissare il paziente, doveva ancora finire il turno. Si girò verso il tavolo che si trovava a destra del letto e vi posò le varie cartelle cliniche, estraendo dopo qualche secondo quella relativa ad R.
Si girò nuovamente verso R dando un’occhiata a ciò che era scritto sui vari fogli. Alzò gli occhi per controllare nuovamente il paziente, e per poco gridò per quello che vide.
R era steso poggiato sulla spalla destra con tutti i muscoli che sembravano contratti per un unico grande sforzo. Due occhi sgranati che fissavano intensamente l’infermiera. L’ago della flebo, tirato dalla posizione in cui il ragazzo versava, era uscito dalla vena. Un rivolo di sangue stava ora rigando il braccio del ragazzo cadendo sulle linde lenzuola.
Il ragazzo aprì la bocca e gridò. R si era svegliato.

To be continued…

E.

7 commenti:

  1. Bellissimo Secco!!!!!! mamma mia che ansia quando ho letto l' ultima riga!! cazzoooooo!!!!

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  2. amore, tu sei malato, ma cazzo se mette l'ansia!!!! complimenti :D

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  3. Ieri ho letti tutti i racconti di "Baby, Jude" che avevi scritto d'un fiato, ma mi sono comunque presa poi del tempo per riflettere, per assimilare un po' quello che avevo appena letto... e mi sono resa conto di essere davvero molto curiosa di sapere come va a finire!

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E.