5 agosto 2010

Baby, Jude pt.8

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10/08/1979 ore 01.12
Era veramente tardi, ma per un amico si fa questo ed altro. Soprattutto se quell’amico ha il suo unico nipote in ospedale. Sono cose che si fanno con piacere, anche se si ha la certezza che il favore non verrà per forza ricambiato, ma va bene così. Certe cose scorrono lisce solo se le lasci andare e non pensi a tutte le possibili conseguenze, per la maggior parte dei casi delle grandissime stronzate, che potrebbero afferrare la tua vita e strizzarla come uno straccio stretto dal pugno chiuso di una vecchia lavandaia.
Davvero una bella serata, forse un po’ deprimente all’inizio. Ma sulle cause dell’iniziale apatia non ci si può lamentare, cose che succedono a chiunque.
Tenendo il volante con la mano sinistra, Mr. FARMER estrasse dal pacchetto una sigaretta e, dopo aver strofinato il fiammifero sulla striscia di cartavetrata che aveva appositamente fissato sopra l’autoradio, la accese. In quel momento un cerino ancora fumante uscì volando dal finestrino dalla parte guidatore.
Chissà se G era ancora sveglia. In quei pochi giorni passati da quando era tornata dal padre non aveva fatto che piangere tutto il giorno, chiusa nella sua nuova camera ancora spoglia dal passaggio delle varie passioni giovanili. A volte verso le cinque del mattino, orario perfetto per iniziare una giornata di lavoro nei campi, Mr. FARMER la trovava stesa sul letto, ancora vestita e con il bel viso macchiato di lacrime di disperazione.
Doveva avere pazienza: la morte di una madre non è cosa facile da buttar giù.
Con gli occhi fissi sulla vecchia strada, Mr. FARMER cominciò a pensare a L, e a come avrebbe potuto funzionare il loro matrimonio se solo lui non avesse voluto condurre a tutti i costi la vita di campagna. Invece che abitare nella vecchia fattoria di famiglia si sarebbe trasferito in una casetta di una zona residenziale di una grande città, sua moglie gli avrebbe preparato le frittelle tutte le mattine e gli avrebbe dato il buongiorno con il sorriso sulle labbra e un bicchiere di succo d’arancia in mano. Poi lui si sarebbe recato in ufficio, lasciando la moglie sola in casa ad occuparsi delle faccende domestiche e della spesa giornaliera. Di pomeriggio, L sarebbe andata a trovare le amiche che non facevano altro che scambiarsi le ricette delle torte più buone del mondo, sostenendo sempre che il segreto era quel pizzico di noce moscata in più. G avrebbe avuto tanti amici, e col passare degli anni avrebbe passato anche un mucchio di fidanzatini dagli ormoni impazziti, visto che è una bella e intelligente ragazzina. Alla sera, Mr. FARMER sarebbe tornato a casa e si sarebbe messo a tavola con le due persone che tanto amava e adorava. Dopo cena si sarebbe tenuta la consueta e insapore scopatina con la mogliettina che pian piano diventava sempre più fredda e poi a letto presto che la mattina dopo sarebbe ripartito il solito giro. Una sintesi perfetta del Sogno Americano.
“Mille volte meglio sentire il puzzo del letame e della benzina agricola”, pensò Mr. FARMER con una nota di disgusto e buttando fuori dal finestrino la sigaretta ormai ridotta ad un mozzicone. Dopo pochi minuti la macchina imboccò il polveroso viale di casa.
“Spero solo che questa notte G si decida a dormire come si deve”.

Mr. FARMER entrò in casa e chiuse la porta pian piano per evitare di fare troppo rumore nel caso che G si fosse messa a dormire. Non sentiva alcun rumore. Molto bene.
Mentre saliva le scale in punta di piedi, sempre per evitare di far troppo baccano, sentì dei debolissimi gemiti. G era ancora sveglia. Quando arrivò davanti alla porta chiusa della camera di sua figlia, i lievi lamenti inondarono le sue orecchie, riempiendolo di una tristezza infinita. Gli occhi gli si inumidirono. Lentamente aprì la porta.
La piccola lampada posta sul comodino affianco al letto emanava una luce debole, contro la quale si stagliava la figura di G, seduta sul letto e con i piedi a terra, che tremava per il troppo pianto.

Mr. FARMER
(con tono apprensivo)
“Ciao tesoro… vuoi che ti porti un bicchiere di latte caldo?”

La figlia non rispose, continuava a singhiozzare disperatamente in preda al pianto.

Mr. FARMER
(con tono apprensivo)
“Tesoro… ti ho chiesto se vuoi del latte caldo…”

Ancora nessuna risposta.
Molto lentamente Mr. FARMER si avvicinò al letto su cui stava seduta G e, arrivato davanti a lei, le si sedette affianco. Il materasso era veramente morbido. Passarono pochi ma lunghissimi minuti di silenzio, rotti soltanto dall’infantile disperazione di G.
Ormai straziato da quei deboli lamenti, Mr. FARMER posò il braccio destro sulle spalle della figlia e la attirò a sé. L’abbracciò calorosamente, e mentre la teneva stretta la confortava con le solite frasi che si dicono ai giovani quando muore un caro: “la mamma è in un posto migliore”, “la mamma ti voleva bene”, “non è stata colpa tua”, ecc.
A quel punto, i deboli gemiti si trasformarono in una cascata di lacrime amare. A volte le coccole servono, e se somministrate nella dose giusta fanno il loro effetto quasi immediatamente, ovvio che il momento di estremo sfogo c’è sempre. Dopo pochi minuti i lamenti si quietarono e G levò lo sguardo incrociando gli occhi del padre. I bellissimi occhi verdi della ragazzina erano umidi di pianto, e vedendo questo a Mr. FARMER si strinse il cuore in una morsa di dolore.

Mr. FARMER
“Va meglio ora?”
G
(singhiozzando debolmente)
“Un pochino sì…”
Mr. FARMER
“Sappi che io sono qui per te. Siamo finalmente sotto lo stesso tetto. Io e te, senza interferenze”

La figlia lo abbracciò. Era un abbraccio che veniva da dentro, quel genere di gesti spontanei e sinceri che difficilmente si scordano durante tutta una vita.
Ora dovevano andare avanti, tutti e due. Non potevano piangere sul latte versato, la vita continua… con o senza le persone care.

Mr. FARMER
“Sai, prima sono stato dal mio vicino V. E mi ha detto che gli piacerebbe che tu e suo nipote R facciate amicizia, sempre se si rimetterà dal brutto colpo che ha preso”
G
“Mi piacerebbe moltissimo… non conosco ancora nessuno qui. Ci sono solo campi su campi su campi. E quando vai a lavorare mi sento sempre molto sola”
Mr. FARMER
“Piccola mia… lo so che questo è un bel cambiamento per te. Ma la vita va avanti. Bisogna tirare avanti, nonostante i sacrifici che la vita richiede”
G
“Sì papà, lo so… Ma mi manca la mamma”

Da quella semplice ammissione di debolezza, nella mente di Mr. FARMER cominciarono a scorrere le immagini degli anni di matrimonio con L. Pochi ma intensi anni, spazzati via dalla poca attitudine che L nutriva per la dura vita di campagna. Si ricordava come se fosse ieri il giorno in cui la moglie gli si parò davanti, tenendo la figlia di sei anni per mano, annunciandogli il suo addio definitivo alla vita agricola. La lite fu furibonda e Mr. FARMER non ebbe nemmeno il tempo di salutare l’amata figlia. Quello verso cui agitò la mano fu solo il polverone sollevato dalla macchina della moglie che fuggiva da quella che lei giudicava essere una vita senza stimoli e passioni.
Il giorno della separazione cominciò il lento ma inesorabile declino di Mr. FARMER. Un declino dettato dall’alcool e dal lavoro. In cuor suo non aveva mai smesso di amare L e di pensare costantemente a G, ma sapeva che non avrebbe mai ottenuto l’affidamento della figlia. La madre era quella più qualificata: si era trovata un lavoro per bene e stava con un omettino per bene dell’alta società. Per quanto amasse ancora L, Mr. FARMER non fece una piega quando dovette firmare le carte del divorzio. Entrò nello studio dell’avvocato, firmò e se ne andò via, prendendo con sé solo le specifiche che riguardavano gli alimenti che ogni mese avrebbe dovuto versare alla moglie per il mantenimento della figlia. Quella stessa figlia che ora lo guardava con dolcezza infinita.

Mr. FARMER
“La mamma manca a tutti e due, tesoro mio. Ma non dobbiamo arrenderci. Non dobbiamo farci vedere deboli da questa vita. Dobbiamo ritrovare la forza di rialzarci nonostante tutte le volte che veniamo messi al tappeto”
G
“Sì papa… ti prometto che da oggi non piangerò più”
Mr. FARMER
“Tesoro mio… non ho mai detto che non ti voglio vedere piangere. Sappi che non c’è nulla di male. Mi dispiace solo di vederti disperare tutte le notti, senza uscire dalla tua camera e senza conoscere la tua nuova casa e la tua nuova vita”
G
(asciugandosi le ultime lacrime)
“Ti voglio bene papà”
Mr. FARMER
“Te ne voglio anch’io, tesoro”

Mr. FARMER si alzò dal letto, e lasciò che la figlia ci si sdraiasse sopra, pronta per la prima sana dormita nella nuova casa. Senza far rumore si diresse verso la porta della camera e, una volta arrivato sull’uscio di essa, si girò per dare un’ultima occhiata a G.

Mr. FARMER
“Domani comincerà una vita migliore… per tutti e due”
G
“Buonanotte papà”
Mr. FARMER
“Buonanotte tesoro”

La luce della camera si spense.
Mr. FARMER chiuse la porta della camera di G e in punta di piedi andò in camera sua.
Pochi minuti dopo era già steso a letto. Voleva leggere qualche pagina del nuovo romanzo che aveva comprato da pochi giorni, ma il cervello gli rispose con un secco “NO!”. Cominciò a pensare alle poche ma sincere parole che sua figlia gli aveva rivolto poco prima. A quel punto il contadino cominciò a piangere, tenendosi una mano premuta contro la bocca per non far fuoriuscire il benché minimo lamento.
“Domani smetto di bere… è una promessa, tesoro mio”.
La luce della camera si spense, e tutta la fattoria diede finalmente la sua buonanotte al mondo.

To be continued…

E.

2 commenti:

  1. *.* bellissima sta parte amore!!!! un attimo di ristoro dalla violenza ci vuole sempre :)
    Bravo! :)

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  2. wow! concordo con lola, un tocco di svago ci sta alla grande! complimenti bella storia.. aspetterò di leggere il resto..

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