27 luglio 2010

Baby, Jude pt.6

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07/08/1979 ore 18.30
La situazione non richiedeva particolare fretta, ma V non voleva rischiare troppo per poi dover perdere tutto ciò in cui credeva.
La vecchia PLYMOUTH correva liscia come l’olio. Le strade non erano molto larghe, ma a lui non importava: doveva fare una cosa molto importante e non poteva perdere troppo tempo, nemmeno per la guida.
Quel pomeriggio, dopo tre giorni e tre notti di veglia nella camera d’ospedale di R, si era finalmente lasciato convincere dal dottore ad andare a casa. Se R si sarebbe svegliato proprio quella notte, il dottore l’avrebbe subito avvertito con una telefonata. In effetti, al negro non si poteva dare torto: il vecchio aveva fatto il suo dovere di nonno amorevole… tre giorni e tre notti, R gli doveva tanto. Ma ormai non poteva più fargliela pagare, andava a suo rischio e pericolo.
E dunque eccolo lì V, a guidare come un forsennato… con il pepe al culo come non mai nella sua vita.
Al momento giusto, V inserì la freccia destra, frenò di colpo passando dalle settanta alle venti miglia orarie con un forte stridio di gomme sull’asfalto e fece imboccare alla vecchia PLYMOUTH il viale che conduceva davanti alla fattoria in cui viveva. Quando la macchina si fermò in prossimità del portico in stile coloniale, la polvere sollevata dal viale sterrato andò a ricoprirla completamente, fino a farla sparire per qualche secondo. Se qualcuno avesse provato ad intravedere V non ce l’avrebbe fatta, nemmeno un falco ci sarebbe riuscito.
Quando la polvere si diradò a tal punto da lasciar intravedere la vecchia PLYMOUTH, V era già in casa e si dirigeva verso lo sgabuzzino in cui rinchiudeva sempre suo nipote. Il sudore gli segnava il volto rugoso e negli occhi era presente una scintilla di caotica paura, il tipo di paura che ti fa pensare sempre al peggio in qualunque situazione tu ti possa trovare. V non poteva fare a meno di pensare a cosa sarebbe successo se suo nipote, una volta tornato a casa, avesse per caso aperto la porta dello sgabuzzino di zio Adolf e avesse cominciato a ricordare ciò che aveva subìto fino a poco tempo prima. Sarebbe stata senz’altro la fine del povero nonno.
V non aveva mai avuto paura in vita sua, ma quella nuova prospettiva lo inquietava a tal punto da farlo sudare come un cavallo da soma.
Prima cosa: staccare e far sparire il telefono, era già stato un rischio negli anni passati, ma adesso R stava crescendo irrobustendosi…non avrebbe fatto alcuna fatica a mettere al tappeto il vecchio V e a sollevare la cornetta per chiamare la polizia o chissà chi altro. Chi se ne frega se il dottore lo avrebbe chiamato quella notte. Era una cosa che andava fatta, quindi meglio farla subito.
Con pochi e decisi passi V arrivò davanti al telefono appeso al muro, molto vicino allo sgabuzzino, ad un paio di metri dalla cucina. Decise che sarebbe stato molto più gratificante scardinarlo, letteralmente, con una mazza di qualche tipo. Si girò di 180 gradi e finalmente trovò quello che faceva per lui: un bastone da passeggio in ebano con impugnatura, raffigurante un aquila, in argento purissimo. Quanto tempo che non usava quel bastone…era giunto il momento, finalmente.
Il vecchio si chinò verso il portaombrelli, afferrò il bastone con entrambe le mani, lo alzò sopra la testa e si concentrò sul colpo da scagliare. Sferrò il primo colpo. Si udì un tonfo sordo, ma il telefono non si mosse di un millimetro. “Accidenti alla vecchiaia”. Provò con un secondo colpo e con un terzo e poi con un quarto, ma il telefono non si mosse ancora.
Ad un certa età si deve fare a meno della teatralità per lasciar pieno spazio al grigiore. No! Questa non era mai stata la sua filosofia.
V si asciugò il sudore che sgorgava ormai copioso dalla fronte e si preparò ad un’altra serie di tentativi.
BAM! BAM! BAM! BAM! BAM!
Mentre stava per assestare il sesto colpo consecutivo al vecchio apparecchio telefonico, V si accorse con immensa gioia che le viti, attraverso le quali il telefono rimaneva fissato alla parete, stavano pian piano cedendo. Il vecchio assestò un’altra bastonata all’apparecchio e questa volta il telefono cadde a terra, mandando in frantumi la cornetta. “Questa sì chiama teatralità, uno a zero per me figlio di puttana”.
V stette ancora qualche secondo a fissare il suo capolavoro, poi decise che era ora di occuparsi dello sgabuzzino di zio Adolf. Si sentiva rinnovato. Nuova linfa vitale scorreva nelle sue vene. Si sentiva un leone… o forse aveva solo una fifa porca. Girandosi, i suoi piedi calpestarono alcuni frammenti di cornetta, che si frantumarono seduta stante.
V, ancora impugnando il bastone con la mano sinistra, aprì lentamente la porta dello sgabuzzino. L’oscurità che regnava veniva pian piano smorzata dal fascio di luce che si faceva strada all’interno di quella specie di macabro santuario. Una ad una, le foto in bianco e nero si rivelarono alla bianca luce, ma una in particolare ghignava di amara superbia e a molti conosciuta malvagità. Zio Adolf si era svegliato.

zio Adolf
“Beh, niente marmocchio? Ti sembra veramente il caso di lasciarmi giorni e giorni senza che io mi possa nutrire di lui?”
V
(intimorito)
“Perdonatemi, mein Führer. Il ragazzo ha avuto un incidente… e da qualche giorno è ricoverato in ospedale. Non ho potuto avvertirvi, mein Führer, perché ho dovuto rimanere a vegliare su R… non potevo destare sospetti facendo la parte del nonno insensibile…”
zio Adolf
“Non voglio sentire le tue stupide scuse, menagramo! Avrei potuto veramente tirare le cuoia, se così si può dire, qui dentro! Dovevi prima avvisare me, e poi forse prenderti cura di quel piccolo bastardo!”
V
(intimorito)
“Comprendo benissimo, mein Führer, e vi chiedo ancora di perdonarmi, ma le circostanze…”
zio Adolf
“Le circostanze un cazzo! Se fossi ancora in carne ed ossa ti avrei appeso per i piedi alla Tour Eiffel, per poi gettare il tuo corpo martoriato nelle fogne per farti divorare le carni straziate dai fottuti ratti di Parigi!”

V era visibilmente spaventato. Non aveva mai visto zio Adolf perdere così le staffe con lui. Certo, si aspettava una reazione violenta, ma non di questa portata; continuando così zio Adolf si sarebbe indebolito a tal punto da perdere completamente la malvagia energia che fin dagli esordi lo aveva nutrito e mantenuto in forma. Meno male che fino a qualche giorno prima riceveva regolarmente la sua dose giornaliera di paura.

zio Adolf
“Che cos’ho fatto di male per meritarmi un tale trattamento da parte tua?! Non sono sempre stato paziente?! Non sono forse sempre stato clemente con te e malvagio con chi se lo meritava?! Proprio curiosa la mancanza di gratitudine che gli uomini provano verso coloro che gli permettono di sopravvivere”
V
(disperato e quasi in lacrime)
“Non so che altro dire, mein Führer, se non che mi dispiace molto per la mancanza di rispetto che forse ho dimostrato di portare ala vostra persona”
zio Adolf
“Ma sì, ma sì. In fondo sei perdonato. E’ anche grazie a te se in questi anni sono riuscito a sopravvivere. Quindi dimmi, cos’è successo al marmocchio?”
V
“Niente di gravissimo a quanto dicono i dottori, mein Führer. Ha preso una gran bella botta in testa, e caso vuole che abbia perso quasi completamente la memoria”
zio Adolf
“Molto interessante”
V
“Ecco, mein Führer, proprio a questo proposito mi duole informarvi che devo smetterla definitivamente con R. Comincio ad essere troppo vecchio per ingropparmi un paio di volte al giorno un ragazzino che tra pochi anni, o anche subito, potrebbe farmi le penne con facilità. Proprio per questo volevo smettere ora visto che ha perso la memoria: tre giorni fa il dottore, un ignobile e sporco negro di cui però ci si può fidare, mi ha detto che non ricorderà affatto gli avvenimenti di questi ultimi anni… sarà già un miracolo se riuscirà a ricordarsi il mio nome e chi sono. Volevo quindi chiedervi il permesso, mein Führer, di passare ad un’altra attività”
zio Adolf
“Non male quest’idea. Quindi suppongo che mi vorrai spostare in un luogo in cui il bastardello non possa venire a ficcanasare con facilità. Avrei comunque preferito che tu mi consultassi prima”
V
(inginocchiandosi)
“Vi prego di perdonarmi anche per questo, mein Führer. In questi ultimi giorni ho dovuto dare via libera a decisioni istintive. Comunque sì, mein Führer, sono proprio qui per trasferire Voi e il santuario in uno stanzino nascosto della cantina, un posto ideale e anche abbastanza grande per continuare le nostre attività”
zio Adolf
“Bravo… hai dimostrato di provare profonda dedizione al tuo Führer e anche un profondo e ben riposto spirito di intraprendenza. Bravo, direi che si può cominciare il trasferimento”
V
“E per quanto riguarda la nuova attività per il vostro nutrimento, mein Führer?”
zio Adolf
“Per quello non devi preoccuparti. Ho già pensato a qualcosa… e mi sembra perfetto e molto più redditizio”
V
(gli trema la voce)
“Grazie per aver accettato le mie umilissimi scuse, mein Führer”
zio Adolf
“Te lo meriti SturmbannFührer… te lo meriti”

Tre ore dopo, minuto più minuto meno, V se ne stava seduto sui gradini del portico di casa sua, fumando una sigaretta e con un bicchiere di Whiskey appoggiato alla propria destra. Le lenti dei suoi occhiali da lettura riflettevano le fiamme emanate dal piccolo rogo che aveva acceso davanti a casa. In mezzo alla legna da ardere aveva adagiato il telefono e i suoi diari di quegli ultimi anni, nei quali vi erano le descrizioni dettagliate di ogni volta che aveva osato stuprare il nipote; quindi meglio farli sparire.
Una colonna di fumo nero si levava dal fuoco, ma una lingua di esso entrava nella finestrella della cantina per dirigersi nel nuovo santuario di zio Adolf. Da quello stanzino provenivano grida di assuefatta gioia, e V sapeva che la vecchia fotografia si stava nutrendo, ed era finalmente felice dopo giorni e giorni di digiuno.

To be continued…

E.

1 commento:

  1. brrrrrrrrr....brividi....mi sembra proprio di vederlo cazzo....

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E.